Tra due mondi

Fonte: Gazeta.ru 13/07/2015 (Traduzione di Francesco Tamburini)

Georgij Bovt discute come le regole dell’Oriente siano sempre più simili a quelle dell’Occidente

Nelle discussioni in merito alla ‘svolta ad Oriente’ del nostro paese non mancano gli estremismi. Da un lato abbonda l’entusiasmo: adesso sì che con la Cina faremo vedere i sorci verdi all’Occidente!. Dall’altro si diffonde un malevolo scetticismo: abbiamo scambiato i vecchi egemoni per i cinesi, e non è chiaro ancora chi dei due sia peggio. Il summit di Ufa, dove in una serie di balli, inchini e riverenze si sono riunite la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e i BRICS, ha rappresentato il rinnovato pretesto per le interpretazioni più antitetiche. Tentiamo allora di trovare un giusto mezzo.

Si afferma spesso che ad Ufa si sono incontrati i leader di paesi che nel complesso rappresentano più del 40% della popolazione e circa un terzo del PIL a livello mondiale. A voler essere precisi, del volume totale dell’economie BRICS, calcolato attorno ai $17 trilioni, più di 11 appartengono alla Cina (con l’India ad occupare il secondo posto con $2,3 trilioni). Gli scettici non mancano poi di notare come la Russia conti nei BRICS a malapena per il 5%. Il divario nei fondamentali economici e nelle dinamiche di crescita rappresenta infine un terreno fertile per confronti che portano ad una inconfutabile conclusione: i paesi BRICS, sparsi per quattro continenti, non sono in alcun modo collegati sinergicamente in senso economico.

La Russia è l’unico paese BRICS la cui economia dipende in maniera così dominante dalle esportazioni di materie prime, il che, in un periodo di fonti energetiche a bassi prezzi, la mette nella posizione più vulnerabile. Anche la qualità della vita nei paesi del quintetto è fortemente differenziata: si parte dal PIL pro-capite annuale dell’India, inferiore a $2.000, per arrivare a quello di Brasile e Russia, che supera i $10.000. L’India è però il solo paese che, sotto la guida del riformatore Narendra Modi, può vantare una crescita economica costante, superiore all 8%. La Cina ha infatti iniziato a rallentare, con una crescita inferiore al 7%. La classe dirigente del paese, mentre parla di una ‘nuova normalità’, è alla ricerca di nuovi driver di crescita non tanto quantitativa, quanto qualitativa. Il Brasile e la Russia quest’anno avranno indicatori in calo (con una caduta del PIL rispettivamente dell’1,5% e del 3,5%), mentre il Sud Africa cresce timidamente (poco meno del 3%).

I paesi BRICS sono maggiormente orientati a livello economico verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti, e per il momento non hanno intenzione di rinunciare a questo orientamento. Il volume dei commerci che la Cina ha con gli Stati Uniti è infatti di cinque volte superiore rispetto a quello con la Russia. Alla vigilia dell’arrivo a Ufa la presidentessa brasiliana ha visitato l’America al fine di cominciare qualcosa di simile ad un ‘reset’ nei rapporti fra i due paesi.

Parlando invece dell’infrastruttura finanziaria creata nell’ambito dei BRICS, gli scettici hanno di che divertirsi. Prendendo in considerazione la quote stabilite sulle riserve valutarie e la nuova Banca di Sviluppo BRICS, i paesi del quintetto potranno avvalersi all’incirca di $200 miliardi, quando la Banca Mondiale da sola “maneggia” $2 trilioni. E si potrebbero riportare ancora molte cifre e fatti a conferma del fatto che, presa come alleanza, questo forum di stati è a dir poco deboluccio.

Se passiamo poi a parlare di valori comuni, come quelli che ad esempio legano l’Unione Europea, allora bisogna notare come nei BRICS questi manchino completamente, in virtù della diversità delle nostre culture, usanze e tradizioni. Lo scarso attaccamento del quintetto alle norme delle democrazie occidentali (sebbene l’India venga spesso indicata come la più grande democrazia elettorale asiatica, malgrado qualche precisazione sarebbe lecita) difficilmente può essere considerato come una base costruttiva comune.

Agli scettici si può però rispondere con qualche obiezione. In primo luogo, i BRICS non sono una classica associazione di stati, e considerarla come tale non è molto utile. In secondo luogo, è lecito chiedersi come mai questi leader insistano tanto su questo format di incontri. Per quale motivo? E’ abbastanza chiaro come la circostanza non derivi da ragioni di mero rispetto o cortesia nei confronti di Vladimir Putin o Xi Jinping. I BRICS sono in primo luogo una unione di elite, una piattaforma di dialogo sulla quale campeggia una grande targa: “Non Occidente”.

E’ peraltro difficile non riconoscere che la richiesta della creazione di una struttura non solo di dialogo, ma di cooperazione economica, finanziaria e politica alternativa a quella dominata dall’Occidente, sia una richiesta di respiro globale. Non è un caso che si parli già da tempo della necessità di riformare il Fondo Monetario Internazionale, in cui il dominio dei paesi occidentali, nell’opinione dei paesi non occidentali, non corrisponde più alle nuove realtà globali.

I paesi BRICS pesano all’interno del FMI circa l’11%. La stessa Cina nella Banca Mondiale rientra all’interno del secondo raggruppamento di voto, quello “di seconda fascia”. E nella Banca Asiatica dello Sviluppo, dove agli USA e al Giappone spetta il 15%, la quota cinese non supera il 5%. Proprio da questi affronti è stata dettata l’iniziativa di Pechino per la creazione della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (dove la Cina ha il 16% e la Russia il 5%), alla quale hanno dichiarato di voler aderire quasi 50 paesi, anche europei, e che si fonda sull’idea di formare un’alternativa ai progetti guidati dagli USA per la ricostruzione dell’area dell’Asia e del Pacifico nell’ambito della Transpacific Trade Agreement, che lascia fuori la Cina (e la Russia). Un’alternativa sembra quindi quantomeno necessaria.

Dei BRICS, come della SCO, si dice che siano dominati da Pechino, e che Mosca sarà poco più che un galoppino, il che non le conviene. Ma anche qui occorre qualche precisazione. Primo: la Russia per ora non è in condizione di dominare a livello economico e finanziario alcun tipo di associazione all’infuori dell’Unione Economica Eurasiatica, all’interno della quale però non può certo far valere i metodi dei tempi del Patto di Varsavia e del COMECON.

Secondo: non è certo la prima volta nella storia russa che il paese partecipa ad un’alleanza internazionale in qualità di ‘partner minore’. Terzo: in virtù dell’adesione alla SCO di India e Pakistan (e dell’Iran, in prospettiva), l’influenza della Cina risulterà maggiormente equilibrata. Quarto: all’interno della SCO la Russia, in virtù del peso economico della Cina, potrebbe assumere in vari ambiti il ruolo di garante di sicurezza a livello regionale, e questa divisione dei ruoli potrebbe per ora convenire alla Cina. Quinto: in Asia la SCO e i BRICS dovranno cooperare con un ulteriore progetto, quello della ‘Via della Seta’, concepito dalla classe dirigente cinese come una vasta fascia economica che si estende attraverso l’Asia Meridionale e Centrale fino ai confini orientali dell’Unione Europea.

I paesi asiatici avranno bisogno nel prossimo decennio di almeno $8 trilioni di investimenti in infrastrutture. La Cina è pronta a investire in questi progetti all’estero, in primo luogo in Asia, fino a $1,5 trilioni, e sta già lavorando in Africa secondo lo stesso modello. Certo, lo fa prendendo in cambio risorse naturali e manipolando a proprio piacimento le classi dirigenti locali. Ma d’altronde, escluso il ‘progetto sovietico’ che si rivelò più ‘altruista’ che efficace a livello economico, qualcuno ha forse proposto qualche diverso piano di sviluppo all’Africa postcoloniale? La Cina, ovviamente, è in fase di espansione, e sta creando sotto la sua tutela un’ambiente di infrastrutture adatto. Né l’Unione Sovietica, né gli Stati Uniti negli anni di maggiore concorrenza nella Guerra Fredda hanno mai investito in progetti economici all’estero tanto quanto sta facendo oggi Pechino: neanche nell’ambito del Piano Marshall americano. Quel piano, convertito in dollari correnti, ammontava in totale a $103 miliardi per tutti i paesi coinvolti: una figura comparabile con le risorse finanziarie correnti dei BRICS.

Il Piano Marshall risultò più che efficace nel conseguimento dei fini a cui era preposto. Il segreto del suo successo non stava però solo nel volume delle iniezioni monetarie, ma anche nell’efficacia delle soluzioni proposte. E se la componente finanziaria dei BRICS o della ‘Via della Seta’ in virtù delle sanzioni occidentali diventasse in qualche misura alternativa ai finanziamenti occidentali per qualche progetto in Russia e nelle regioni a lei circostanti, quale sarebbe il problema? Qualsiasi progetto sarebbe comunque migliore rispetto all’alternativa di non fare niente e non sfruttare alcun potenziale, ripetendo solamente la vecchia litania della Russia “depredata selvaggiamente” e privata della sacra sovranità sulle sue terre ormai sterili.

Il più grande errore emerso in relazione alla vagheggiata ‘svolta ad Oriente’ è l’illusione che con questi nuovi partner si possa trovare l’accordo che non si è riuscito a trovare con l’Occidente. Le cose sembrano non essere così semplici. E il problema non è tanto nelle difficoltà culturali emerse nella gestione dei problemi con la Cina, in cui ci servirebbero specialisti che però in Russia mancano. Il problema sembra piuttosto che in Oriente sembrano valere le stessi leggi che vigono in Occidente: agli investitori servono condizioni adatte; i diritti di proprietà richiedono garanzie giuridiche; tutte le imprese di successo lavorano sulla base di leggi universali; la corruzione distrugge l’economia, e via dicendo.

In questo campo non ci sono leggi orientali o leggi occidentali: forse ci sono al massimo sfumature culturali. La Cina, cresciuta nell’ultimo decennio a ritmi impetuosi, si è bloccata davanti ad un ostacolo che può essere superato solo riconoscendo che una crescita ulteriore è ostacolata da istituzioni vecchie e inadatte, e che la società richiede una maggiore apertura. Sembra quindi che in Cina alcune riforme politiche, per quanto graduali, che rendano la società più aperta e al passo coi tempi, siano inevitabili. E potrebbe quindi accadere che, quando la Russia completerà la sua svolta verso la Cina, allora questa, come l’Oriente intero, non sarà forse più tanto orientale, ma sarà già diventato in larga parte occidentale. Un Occidente dal quale comunque continua a provenire tutta la tecnologia.

Ora, per un’apologia del ‘mondo piatto’, in cui le tecnologie moderne dovrebbero cancellare tutte le differenze tra paesi, dovremo ancora aspettare. L’autore che ha inventato questo termine forse aveva un po’ di fretta. Comunque va registrato come tutti i paesi, all’avanguardia e non, si scontrino oggi con fenomeni globali, e non parlo solo della mode dei selfie, della condivisione nei social network (e poco importa se in Cina Facebook o il suo omologo locale siano proibiti o meno), della ricezione visuale delle informazioni o della diffusione di gadget e di abitudini di consumo simili ecc. ecc.

Tutti i paesi devono infatti affontare le stesse sfide, come ad esempio quelle relative all’etica medica nelle biotecnologie, alla ricerca di metodi di salvaguardia della coesistenza con l’ambiente naturale, all’invecchiamento della popolazione, alla scomparsa di decine di mesteri tradizionali e alla comparsa di nuovi, al divario di informazioni tra diverse generazioni, alla sicurezza tecnologica nel contesto di una sempre crescente automatizzazione e robotizzazione, al rispetto della vita privata in condizioni di totale digitalizzazione dell’essere umano, che rende gli uomini inermi nei confronti della moltitudine di strutture che li tengono d’occhio. In questo nuovo mondo l’isolamento, e tanto più l’auto-isolamento, è mortale. E’ chiaro quindi perché, chiudendosi all’Occidente, la Russia debba aprirsi all’Oriente.

Se i BRICS, la SCO e simili strutture rappresenteranno in primo luogo piattaforme di contatto, dialogo e scambio di esperienze (iniziative spesso viste in Russia con sufficienza, e chiamate erroneamente “chiacchiere”) allora l’impatto sarà sicuramente positivo. E’ da chiacchiere di questo tipo che è nata l’Unione Europea. E questi forum non solo importanti solo per dimostrare, che i tentativi di isolare la Russia non sono riusciti, ma anche che è nel contatto con il mondo esterno che prendono forma nuovi fenomeni interni. Questi scambi rappresentano quindi degli impulsi alla modernizzazione e allo sviluppo.
Ciò di cui la Russia ha bisogno non è tanto una svolta dall’Occidente all’Oriente o viceversa. Sprovvisti di cardini interni attorno ai quali declinare una strategia di sviluppo e in assenza di idee precise sul nostro futuro e sui mezzi necessari per costruirlo, saremo sempre un giocattolo nelle mani ora di questo, ora di quello. Per questo al nostro paese serve soprattutto una svolta verso noi stessi. Tutte le altre svolte, così come qualsiasi gioco geopolitico, sono secondarie rispetto a questa. E non il contrario.

 

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Francesco Tamburini

Storico, traduttore, blogger. Laureato nell'aprile 2016 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma con una tesi sulla politica estera russa ed i rapporti con la NATO da Gorbachev a Putin.