L’ultimo autunno

La Russia sta sprofondando in una nuova realtà, la questione principale è come sopravvivere.

Questo agosto è sorprendentemente tranquillo. Non che vada tutto bene, al contrario. Il tasso di cambio del rublo nei confronti di euro e dollaro ha raggiunto il livello di panico dello scorso anno. Ma nessuno se ne preoccupa. Forse la propaganda di stato ha infine distrutto nelle persone la capacità di valutare razionalmente ciò che sta accadendo. O forse non sono rimaste forze per darsi al panico. O forse tutti capiscono che ciò che sta succedendo, naturalmente, è lontano dal fondo, e non può che peggiorare. Magari, per la prima volta, è evidente: in un anno ci saranno ancora meno soldi, meno libertà, e più idiozia burocratica. Anche la guerra visibilmente non si accorcerà. La guerra è ora a vantaggio di tutti. Ad essa possono essere attribuite le difficoltà economiche. Il patriottismo è l’ultimo rifugio di una canaglia. Il significato di questa antica verità è ormai chiaro.

Avendo slegato un conflitto quasi nel centro geografico dell’Europa, ed eleggendosi ad avversario dei paesi più sviluppati, ricchi e potenti del mondo, la Russia si è posta di fronte l’inevitabile necessità di pagare i conti. I problemi che si sono creati in maggior pare negli ultimi diciotto mesi, sovrapposti a vecchi errori, hanno inseme avviato processi catastrofici. La fortuna senza precedenti, associata al governo di Vladimir Putin, viene sostituita da una striscia nera che probabilmente sarà piuttosto lunga.

“Dai, in qualche modo sopravvivremo – dicono gli ottimisti della maggioranza, in genere aggiungendo: siamo già sopravvissuti agli anni ’90”.

I discorsi sul ritorno degli anni ’90 stanno diventando sempre più popolari. Soprattutto nella presentazione imposta dalla burocrazia: è stato un momento presumibilmente terribile nel quale quasi tutti hanno avuto fame. Che cosa dire a riguardo? In primo luogo, guardando a questo come farebbe l’uomo baffuto con il passo del militare di Baku, vestito in giacca e berretto alla Stalin, che propone fortemente una coppia di cinesi spaventati di essere fotografati con lui “per soli 100 rubli” a 100 metri dal Cremlino, è chiaro che gli anni ’90 non sono andati da nessuna parte.

Foto Novaja Gazeta

In secondo luogo, oltre a tutte le note difficoltà degli anni ’90 c’erano un sacco di opportunità, praticamente inaccessibili al giorno d’oggi. Certo, le pensioni e i salari del settore pubblico erano piccoli e venivano pagati in ritardo. Ma c’era libertà di impresa, ed i funzionari non commettevano abusi tanto forti nei confronti del business. Persone intraprendenti e con iniziativa aprivano la propria attività, facevano la spola all’estero, spostavano macchine. I meno coraggiosi si sono riqualificati e sono andati a lavorare presso istituti di ricerca scientifica sovietica inutili, in un’azienda o in banca. Professori universitari e insegnanti davano lezioni private, prendendo le sovvenzioni da fondi, che sono ora vietati. Tutto questo portava un piccolo ma decente reddito. La libertà di parola dava lavoro a molte persone creative: giornalisti, scrittori, analisti, editori, progettisti. Elezioni libere, una pluralità di partiti e candidati, non gestiti da un unico ufficio, garantivano guadagni stagionali a non meno addetti alle pubbliche relazioni e consulenti politici. Tutto questo era stato coraggioso, creativo, divertente. E anche i colpi, come il default dell’agosto1998, si sono vissuti con un senso di speranza. Ora non è così.

La chiusura alla libertà di parola, la restrizione della concorrenza politica, l’attacco continuo all’imprenditoria, un totale controllo amministrativo ed il monopolio, la chiusura e l’espulsione delle organizzazioni non-profit e delle fondazioni, dichiarati “agenti stranieri”, tutto questo, per usare un eufemismo, non aumenta le opportunità di reddito supplementare durante la crescente crisi. La forma di sopravvivenza degli ultimi anni per molti è stata il ritorno sotto il tetto statale, più vicini ai soldi del bilancio. Tuttavia, a causa della caduta dei prezzi del petrolio, anche il bilancio sarà più piccolo, e oltretutto non ci sono altre varianti.

Forse l’unico posto “caldo” dove rimanere è il servizio. Nel 90 i meno istruiti e gli stupidi andavano a lavorare come guardie: sedevano in un ripostiglio, leggevano romanzi fantasy a buon mercato su “Kosmičeskaja Rus'” ed avevano abbastanza vodka. Era bello avere le spalline e le “croste”, di cui ci poteva nutrire. Solo di cosa nutrirsi quando le aziende sono schiacciate non viene detto neanche dagli scrittori del Ruskij mir. Mentre per quanto riguarda ciò che sta accadendo c’è, forse, solo un plus. Per la prima volta dall’inizio del boom del petrolio le autorità sono seriamente interessate alla comunità. I minori ricavi dal petrolio e dal monopolio del gas hanno creato una maggiore necessità, utilizzando il linguaggio della Moscovia del XVII secolo, del taglio dei servi. Le tasse sugli immobili e le imposte comunali sono cresciute ovunque e per lo più arbitrariamente.

Ma almeno questo dovrebbe dare un motivo razionale per iniziare a prendersi cura dei propri cittadini e cercare di parlare con loro, non solo attraverso il bombardamento dei media. Questo è tuttavia improbabile. Quando mai quello che ci è stato dettato aveva motivi razionali? A che scopo poi se il popolo rimane un “grande muto”. Finché rimane “il popolo” al posto di una nazione civile improbabile che qualcuno cominci a parlare con noi. Non bisogna fare affidamento su di un nuovo contratto sociale volontario. Anche se la scienza politica suggerisce che ci sia una possibilità, naturalmente.

Fonte: Novaja Gazeta 24 agosto 2015. Autore: Vasilij Žarkov

Marcello De Giorgi

Nel giugno 2015 ho creato Russia in Translation con lo scopo di fornire traduzioni in lingua italiana di articoli dalla stampa russa.

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