I russi hanno smesso di amare l’Europa

Fonte: Novaja Gazeta 02/12/2015 Articolo di Lev Gudkov. Traduzione di Luca Marconi.

L’improvviso peggioramento tra la popolazione russa dell’opinione nei confronti dell’Europa e dell’Unione Europea dopo i fatti di Maidan, a Kiev, si inserisce sullo sfondo dell’altrettanto improvvisa crescita del sentimento di orgoglio patriottico. L’autoaffermazione nazionale attraverso l’espressione di antipatia nei confronti dei paesi che si pongono come indice di civiltà e guide per lo sviluppo, dimostra quanto sia forte la dipendenza della Russia dall’Europa. Più precisamente, mostra il profondo trauma derivante dalla consapevolezza dello sviluppo inconsistente della Russia.

N.M. Karamzin uno dei primi storici russi, fondatore del sentimentalismo letterario in Russia, sostenitore dell’illuminismo moderato e tutore dei figli dello zar, definì l’Europa come: “Capitale dell’arte e della scienza, custode di tutti i gioielli dell’intelletto umano, raccolti durante i secoli; gioielli sui quali trovano fondamento tutti i progetti dei saggi e dei buoni d’animo.” Questo rapporto con l’Occidente è alla base dell’ideologia fondante della cultura russa nazionale, la quale riuscì a prendere coscienza di sé solo tramite il rapporto con i paesi europei.

Il catalizzatore di tali processi divenne la guerra contro Napoleone (1812), o “Patriottica”, come viene ricordata in Russia. La vittoria su Napoleone, il quale sottomise quasi tutta l’Europa continentale, fu interpretata come prova del destino della Russia, la sua missione: indicare il cammino agli altri paesi o, perlomeno, aspirare allo status di grande civiltà. Così il rapporto tra la Russia e l’Occidente fu segnato dall’illusione della duplice rivalità: da un lato la consapevolezza della propria arretratezza, l’assenza di diritti e l’inciviltà umana, dall’altro, il sentimento di superiorità morale e la boria imperiale nelle relazioni con gli altri paesi europei.

La Russia fu il primo paese a “rincorrere la modernizzazione”, con tutti i complessi ed i problemi derivati dell’inadeguatezza nazionale, il desiderio di affermarsi nel consenso delle altre “grandi potenze”, confrontarsi con loro se non a livello economico, educativo, scientifico o governativo, almeno a livello di potenza militare.

L’“Occidente” idealizzato (con il quale vengono intesi principalmente gli stati europei più importanti – Germania, Francia e Gran Bretagna), da un lato incarna le rappresentazioni ideali dei russi, di quello che vorrebbero ottenere: elevati standard di vita, sicurezza sociale, diritti dell’uomo garantiti, assicurati dallo sviluppo scientifico, culturale e tecnologico. Dall’altro lato, l’Occidente si presenta come una fonte di preoccupazione dovuta alla colonizzazione della Russia, la conquista delle sue ricchezze e la sottomissione alle altre potenze, l’ossessione per l’influenza esterna e per l’indipendenza nazionale o culturale (oppure l’illusione di quest’indipendenza), idee di ciò che sarebbe dovuta essere la società russa, ma che non è divenuta a causa di molti fattori. Primo fra tutti la conservazione del potere arcaico, ovvero l’autocrazia prima, il sistema politico totalitario poi. Il motivo della “opposizione all’Occidente” segretamente include un punto consolante ed incoraggiante: la Russia prima o poi diventerà uguale all’Europa. Idee analoghe costituiscono parti indispensabili per legittimare il mito del potere. Quindi la presa di distanza, l’allontanamento dall’Occidente, il contrapporsi della Russia all’Occidente è divenuto il mezzo per la creazione dell’identità nazionale, l’unica possibilità di parlare di tradizione russa, le sue peculiarità, i miti che non possono essere espressi altrimenti, se non tramite la loro “perdita” causata dall’espansione occidentale, tramite la minaccia di una diffusione, capillare o collettiva, di una cultura estranea.

L’Occidente è uno specchio magico nel quale, riflettendosi, i russi si sono identificati confrontando la situazione reale del loro paese con quella di”paesi sviluppati e civilizzati”

Il confronto tra l’utopia e la realtà si rivela sempre molto doloroso e può provocare o un totale sconforto oppure porre le basi per l’autoesaltazione sfrenata. In questo caso, la reazione a tale conflitto interno è la tendenza all’isolazionismo e il desiderio di svalutare o addirittura screditare le stesse fonti dell’ammirazione per l’Occidente. Il sentimento masochista proprio dell’ignoranza ha provocato il tentativo di svegliarsi dall’abbaglio occidentale (come è stato definito dal filosofo russo D. Venevitinov) Questa nevrosi dell’autocoscienza russa è divenuta il fulcro del conflitto tematico nella cultura e nella letteratura. Per questo la retorica dalla modernizzazione doveva immancabilmente solcare il tracciato tradizionale.

Dal punto di vista più banale, il confronto interno e la frustrazione si sono riflessi in stereotipi etici della comprensione russa di sé e degli altri. I propri difetti sono divenuti pregi morali: si, gli europei (tedeschi, inglesi francesi, svedesi etc.) sono acculturati, razionali, operosi e energici, ma sono freddi, formali, avari, chiusi, individualisti. Noi invece siamo russi. Aperti, semplici, cordiali, gente accogliente, che non si preoccupa delle ricchezze materiali, ma dei valori spirituali.

L’idealizzazione dell’Europa e la sua venerazione si sono trasformati facilmente nella critica al “servilismo verso l’Occidente”, quell’ostilità Stalinista al “cosmopolitismo”, la critica all’Europa o alla sua cultura come qualcosa di altro, menzognero, una minaccia portante per la stessa sopravvivenza nazionale russa, incompatibile con la cultura patriottica.

Miti e fobie simili sono tipiche di una società chiusa con una censura opprimente e libertà limitate, frutto di una politica interna repressiva.

Ogni periodo della storia russa è caratterizzato da rapido sviluppo, crescita economica, aumento degli standard di vita della popolazione, insieme con l’”apertura al mondo” e con i cambiamenti nel regime politico interno del paese. La percezione positiva dell’Occidente ha reso possibile l‘assorbimento veloce delle idee e delle iconologie occidentali e la collaborazione culturale e commerciale. Al contrario, i periodi di stagnamento e di terrore hanno portato all’isolazionismo, alla xenofobia ed alla povertà quotidiana.

Il periodo più aperto alla trasformazione e all’avvicinamento con l’Occidente è stato il breve ritaglio di tempo dalla fine degli anni 80 ai primi anni 90. Proprio in quegli anni, la crisi dell’identità sovietica conobbe uno sviluppo sorprendente, provocando il crollo dell’ideologia sovietica. Questo fu accompagnato da frustrazione di massa, disorientamento e preoccupazione per la situazione senza via d’uscita nella quale si era trovato il totalitarismo sovietico. Nei brevi anni tra il 1989 ed il 1993 nella percezione di massa prevalse l’idea che “la Russia si trovasse sul ciglio di un’evoluzione storica” e che “ la storia nazionale fosse stata solo un susseguirsi di delitti mostruosi e catastrofi nazionali”. Il prezzo da pagare per la sopravvivenza dello stato sovietico furono la povertà di massa, l’apatia e l’allontanamento dallo sviluppo economico dei paesi industrializzati del mondo.

L’umore dominante in quel periodo era questo: adesso è necessario scegliere un percorso di sviluppo collettivo per tutto il mondo. Il paese si aprì per la prima volta al mondo. Le persone non capivano bene il significato della democrazia e dello stato di diritto, dei diritti individuali inalienabili, della libertà, ma intuitivamente comprendevano solamente la limitazione dei poteri dello stato, che poteva diventare condizione per l’orientamento dell’economia verso i bisogni della gente. Il complesso economico bellico od i GULAG non servivano più, il miglioramento delle condizioni e della qualità della vita e la difesa dei diritti sociali della popolazione dagli abusi dello stato divennero necessari alla concretizzazione della libertà e del pluralismo politico. I vettori delle aspettative di massa si definirono tramite il processo d’integrazione con l’Europa, tramite la disponibilità ad imparare dai paesi europei e ad allargare la portate della collaborazione.

Ma già nel 1995 il processo di europeizzazione del paese invertì la rotta. Il ritorno della Nomenklatura portò con sé la crescita del nazionalismo più basso ed oscuro, l’aumento del desiderio isolazionista e l’accusa ai sostenitori della democrazia di svendere le ricchezze della nazione e di tradirne gli interessi.

Con l’arrivo al potere dei quadri dei servizi segreti fu restaurata la propaganda anti-occidentale. La demagogica “La Russia si rimetterà in piedi” divenne il tono ufficiale della politica russa. Il paese torno velocemente alle “tradizioni russe”, divenendo così sinonimo di paternalismo statale (sostituendo l’idea di europeizzazione e delle istituzioni moderne), di clericalizzazione dell’educazione e di rafforzamento dello stato in ogni sua forma, uniti all’opposizione attiva nei confronti di ogni cambiamento del sistema. Gli ossimori “modernizzazione conservativa”, come “democrazia controllata o sovrana” divennero gli emblemi ideologici del regime. Questi cambiamenti giunsero insieme all’imposizione geopolitica dell’idea di “conflitto di civiltà”, alle discussioni sulla mancanza di alleati o all’infuori dell’esercito e della flotta, ai dialoghi sull’incompatibilità degli interessi Russi e Occidentali.

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E questo ha dato il risultato voluto. L’orientamento dell’opinione pubblica verso l’Europa si è lentamente indebolita, fino ad arrivare a zero nella primavera del 2014.

Se nel 1999 il 67% degli intervistati dichiarava che la Russia continuerà a tentare di entrare nell’Unione Europea (e questa opinione si è conservata tale fino al 2010-2011, rispettivamente 55 e 51%), nel 2014 tale opinione si è ridotta al 15%, mentre il 64% ritiene che sia contro i nostri interessi.

Per esempio, si è addirittura diffusa l’idea che la cultura europea (occidentale) eserciti un’influenza negativa sugli affari russi (nel 1992 era l’opinione del 37%, nei 2000 del 66%). Se durante la prima metà degli anni 90 l’opinione che la Russia avrebbe dovuto inserirsi nella cultura mondiale così da raggiungere gli standard di vita occidentale e la sua opposizione (La Russia deve opporsi alle influenze occidentali e far risorgere il vecchio stile di vita) si bilanciavano: 42% la prima, 40% la seconda e già nel 2003, con la virata conservatrice, questa differenza divenne del 23 e del 58%.

Durante la prima legislatura del governo Putin la struttura identificativa dei russi è cambiata radicalmente: ancora nel 1998 il 71% degli intervistati si considerava “europea” o almeno abitante dell’Europa, ma dopo 10 anni, nel 2008, questi ultimi erano solo il 21%. La quota di tale orientamento si abbassa lentamente. Questo vuol dire che la faglia dell’autoaffermazione europea in Russia è molto debole e sottile e cede facilmente all’erosione ed allo scioglimento. L’identificazione decisa con i valori e la cultura europei (diritto, democrazia, libertà di pensiero) caratterizza solo il 6-10% e questo indicatore non è mai aumentato nell’ultimo quarto di secolo.

Un significativo cambiamento in politica e nella propaganda è occorso dopo il discorso di Monaco di Putin (Febbraio 2007). La volontà a separarsi dai paesi dell’Europa occidentale, che prima caratterizzava solo il 12-14% della popolazione, iniziò a crescere notevolmente, fino a raggiungere il 27% nel 2009. Il desiderio di mantenere rapporti convenienti e legami con i paesi europei si è sostanzialmente mantenuto costante (dal 75 è passato al 61%)

Se 20 anni fa (nel 1994) il 60% dei russi (contro il 38%) erano sicuri che tra la Russia e l’Occidente potevano esistere “veri rapporti d’amicizia”, l’imposizione alla coscienza collettiva dell’ideologia del nemico e dell’accerchiamento della Russia ha portato allo spostamento dell’opinione pubblica verso posizioni contrarie: dopo il 2001 una buona metà degli intervistati riteneva tale collaborazione impossibile da realizzare, convinti che tali rapporti si sarebbero sempre basati sulla mancanza di fiducia reciproca. Nel 2015 l’indice è salito al 62%; la percentuale di coloro che guardano ottimisticamente e positivamente ai rapporti con l’Europa si attesta intorno al 24%.

Al fine di indebolire il sentimento di disagio e d’inadeguatezza nazionale, la sensazione di trovarsi in errore (la quale, senza dubbio sopravvive nel subconscio della società russa) vengono proiettati sull’occidente tutte quelle rappresentazioni negative di sé che i russi si rifiutano di riconoscere apertamente. Così, alla domanda dei sociologi: come in Europa viene vista la Russia, la maggioranza degli intervistati – in anni diversi – ha dichiarato: come “fornitore di materie prime all’occidente” (33-40%), come “luogo per investimenti convenienti”, mercato per la vendita della propria merce (20 – 24%), come “paese dal quale viene gente a scialacquare denaro” (18 – 20%), come un “territorio di caccia libera,dove non ci sono leggi per chi ha i capitali” (18 – 20%) come “paese sottosviluppato, imprevedibile ed aggressivo”, come “potenziale avversario bellico, con un arsenale nucleare” (12 – 30%). Solamente il 10 – 15% ha risposto “come vicino e partner, con il quale è necessario rinforzare ed aumentare i legami”

C’è un’importante asimmetria nella comprensione di sé stessi e degli europei: noi siamo gente pacifica, ed all’Occidente non interessa minacciare la Russia, ma lo stesso Occidente si presenta come minaccia per la Russia, alla Russia conviene minacciare i paesi occidentali (la proporzione in entrambi i casi è del 2,5:1). L’Occidente stesso si rivela colpevole del deterioramento dei rapporti tra la Russia e l’UE (per quanto “non minaccia seriamente gli interessi della Russia”), la sua critica all’infrazione del diritto internazionale, dei diritti dell’uomo e della libertà in Russia è ipocrita, ingiustificata e non obiettiva, i paesi europei sbagliano a minacciare la Russia.

Il paradosso evidente consiste nel fatto che l’assoluta maggioranza dei russi, indipendentemente dallo scetticismo relativo alla possibilità di cambiare tale politica con l’attuale governo in carica, vorrebbe la cooperazione, la normalizzazione dei rapporti con i paesi europei, anche di più, lo spera segretamente. Il rapporto tra coloro che credono che “sarebbe giusto rinforzare i rapporti reciproci con l’Occidente” e coloro che credono che “sia necessario in qualunque modo indebolire la dipendenza dai paesi occidentali” durante tutto il periodo del governo di Putin è del 3:1, 2:1 durante periodi di contrapposizione con l’Europa (come negli ultimi due anni). Questa consapevolezza deriva dall’aperta convinzione che gli esiti della guerra fredda ed il confronto con i paesi occidentali vedano la Russia più come un vincitore che uno sconfitto.

Luca Marconi

Traduttore, appassionato di lingua e cultura russa, per questi motivi collaboro con RIT