Come siamo diventati radicali

Quanto minore è la minaccia per il potere russo, tanto più ferocemente esso la combatte

Traduzione di Debora Pierozzi

Fonte: Vedomosti 25/12/2015 Maksim Trudoljubov

La Russia si è assicurata lo status di giocatore più imprevedibile e radicale tra le maggiori potenze mondiali. Le guerre, condotte oggi dalla Russia, sono allo stesso tempo sia reali, che di informazione, in quanto le linee del fronte in queste battaglie passano sia sulla terra, che nella mente delle persone.

Dire quando e come si concluderanno queste guerre è impossibile. Il prossimo anno la Russia inizierà un nuovo conflitto militare? E se sì, dove? In che modo la gravissima crisi economica influenzerà la bellicosità russa? Il governo possiede un’autentica politica anticrisi? In che modo Mosca vede il nuovo mondo (in entrambi i sensi della parola) [NdT: la parola mir in lingua russa significa “mondo”, ma anche “pace”], che essa sta cercando di creare attraverso le proprie azioni? Nessuno fornirà risposte sicure. E questa è l’unica cosa che, alla fine del 2015, si può dichiarare con certezza per quanto riguarda la Russia.

Si dice che al mondo ci siano politici, i quali, una volta eliminata qualsiasi alternativa politica e liberatisi dalle limitazioni temporali alla permanenza in carica, inizieranno a costruire un’economia salda, a interessarsi alla tutela della salute e allo sviluppo dell’educazione dei cittadini. Questo assomiglia a una favola, ma non è proprio il caso della Russia. Liberatisi dalle limitazioni, i politici – in quanto persone – si impossessano di tutto ciò che riescono a raggiungere e iniziano a combattere contro tutti coloro con cui possono farlo.

Questo sembra essere un paradosso: se non hai rivali e il tuo tempo al potere non è limitato in alcun modo, allora dovresti sentirti come se ti trovassi nel paradiso politico, dovresti essere estremamente calmo. Invece, gli attuali inquilini del Cremlino sono estremamente irrequieti. Si scopre che la libertà (chi l’avrebbe mai detto?) porta con sé un sacco di tentazioni e di trappole. Nessun detentore russo del potere è riuscito a resistere alle tentazioni. L’impunità ha fatto sì che la corruzione russa non possa essere curata con trattamenti ambulatoriali. E questo non è poi così male.

Risulta che la libertà dalla concorrenza e dai limiti temporali crea una particolare dinamica politica: anche se nessuno arriverà a sottrarre il potere, per esso bisogna ugualmente battersi. I dirigenti politici sono costretti a combattere la spossatezza del popolo. Il protagonista della politica russa, Vladimir Putin, si è immerso sott’acqua, è decollato in cielo, ha cavalcato un cavallo, ha cantato e scherzato come poteva, ma a volte anche il riconoscente pubblico russo smette di focalizzare l’attenzione sul personaggio principale per spostarla sui portafogli, le strade e le scuole. Il Cremlino ha imparato a eccitare il popolo fino al completo distacco dalla realtà pacifica, ma a prezzo dell’adattamento della mentalità dei cittadini al regime militare.

Se un qualsiasi evento esterno è interpretato come un atto di guerra offensiva, allora le proprie azioni aggressive diventano moralmente giustificate. Il Cremlino nel corso degli anni ha rafforzato la mentalità difensiva all’interno della società, e dopo l’ennesimo tentativo fallito di mantener viva la popolarità attraverso mezzi pacifici (le Olimpiadi), è passato alla militarizzazione della coscienza dei cittadini quale meccanismo principale della politica interna. L’uomo dalla coscienza militarizzata, anche nell’aggressione alla vicina Ucraina, può pensare che la sua guerra sia un atto di difesa.

I leader cercano con tutte le loro forze di consolidare nella coscienza dei cittadini il “sovietismo”, che ha sostituito la storia dell’URSS con il mito del secolo sovietico d’oro. Nelle menti in cui esso riesce ad affermarsi, questa immaginaria Unione Sovietica è incommensurabile, bella e invincibile. Ma anche questo non è sufficiente per gli ingegneri della nuova realtà politica, e per questo stanno lavorando per conferire alla loro creazione una dimensione religiosa. Si tratta dell’ortodossia politica, che non deve essere confusa con il cristianesimo ortodosso vero e proprio. La specificità di questa ideologia, importante ai fini della nostra analisi, è quella di essere in grado di sacralizzare la violenza. I suoi sostenitori, come ha spiegato in una recente relazione Sergej Čapnin, stanno sviluppando «il concetto, nuovo per il cristianesimo, di “guerra santa”, la quale possiede un carattere assoluto e si proietta sia nella vita personale, sia in quella sociale, che nella storia».

È impossibile non notare la vicinanza tipologica di questo fenomeno nuovo per la nostra cultura con le correnti radicali nella cultura islamica. Probabilmente l’”ortodossismo” russo ha con l’Ortodossia circa lo stesso rapporto che l’islamismo ha con l’Islam. Sottolineiamo ancora una volta: non si tratta di una dottrina religiosa, bensì di un’ideologia, costruita sulla base della tradizione religiosa e caratterizzata da obiettivi politici radicali.

Dunque, dove siamo finiti oggi, alla fine del 2015? Nel corso di tutti gli anni putiniani, la dirigenza politica russa ha condotto una lotta alla politica interna concorrenziale e pubblica. La società non si è opposta a questa lotta e ha sostenuto il Cremlino perché era impegnata con i guadagni, lo shopping, le vacanze, i viaggi e la televisione.

La dirigenza politica ha lavorato instancabilmente per migliorare la governabilità del sistema dei partiti e di tutto il ciclo elettorale. Come misurarne il successo? Ad esempio, così. Aleksej Naval’nyj, fautore dell’onestà dei funzionari e della correttezza delle procedure elettive, secondo l’attuale normativa non può salire al potere. E nemmeno nessun nazionalista indipendente o liberale o di sinistra può salire al potere. Ecco fatto, il risultato c’è.

Ma aspettate. Non è stato condotto “contro Naval’nyj” tutto questo difficile e rischioso gioco? Cancellando le elezioni dopo la strage di Beslan e ridisegnando la legislazione elettorale, il Cremlino ha sempre fatto intendere che si tratta di una lotta contro i radicali – religiosi, nazionalisti, liberali, tutti. E a quei tempi non c’era Naval’nyj nell’orizzonte politico. Se si prova a trovare una giustificazione a ciò che l’élite dirigente in collaborazione con la società ha fatto in Russia, dovrebbe suonare qualcosa di simile a questo: il sistema politico da noi costruito deve garantire che non salga al potere un radicale con l’idea di una guerra santa in testa, capace di trascinare il paese in conflitti armati e di mettere l’economia al servizio della guerra. L’unico problema è che al potere in Russia si trova proprio un simile radicale.

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