Quale sarà il futuro del “Pioner”

Fonte Novaja Gazeta 08/01/2016 Traduzione di Luca Marconi

I profughi dell’Ucraina orientale dovranno abbandonare il campo di accoglienza temporanea, nel quale vivono già da un anno e mezzo.

Il 31 ottobre dell’anno appena trascorso, le autorità russe, con l’ordinanza N°1177, hanno cambiato la disposizione, per il 2016, della distribuzione dei mezzi per il mantenimento dei cittadini ucraini nei punti di accoglienza temporanea (PAT). In relazione alle nuove leggi, le risorse finanziare verranno concesse solo ad alcune categorie di cittadini, mentre i rimanenti dovranno abbandonare i campi, che verranno poi chiusi. Novaja Gazeta aveva già parlato del suo incontro con i profughi alloggiati nel pensionato “Latočka”, nella podmoscovia. In loro aiuto erano accorsi gli attivisti per la difesa dei diritti civili del comitato “Azione cittadina”, ma nella regione ad essi non è permesso andare. Gli abitanti del PAT “Pioner” nel villaggio di Primorka nella regione di Rostov si sono così rivolti ai mezzi d’informazione. Il campo in cui vivono già da un anno e mezzo presto verrà chiuso per decisione delle autorità locali.

Il campo Pioner cominciò ad accogliere i cittadini ucraini (fondamentalmente famiglie di miliziani della repubblica non riconosciuta del Donbass : mogli e madri, bambini, sorelle) già dal giugno 2014. Secondo quanto riferiscono, tempo fa i proprietari del campo – Alexander e Svetlana Dobrovolskije – acquistarono quello che sarebbe dovuto essere un campo per la salute dei bambini, lo restaurarono e ottennero alcune tende per ospitare i bambini durante le vacanze estive. Ma poi nel Donbass iniziarono le operazioni di guerra e le autorità della regione Neklinosvkaja chiesero ai due imprenditori di riconvertire la loro attività. La richiesta fu soddisfatta, anzi, i due fecero anche di meglio: riscaldarono le verande ed installarono il riscaldamento negli edifici. Il campo poté così entrare in funzione per tutto l’anno. La media delle persone ospitate era di 250 – 300 persone ed in totale, nell’anno e mezzo della sua esistenza, vi hanno transitato circa millecinquecento rifugiati dall’Ucraina La maggior parte ha vissuto per un po’ di tempo a Primorka, oppure in altre città e villaggi delle regione di Rostov e della Russia, oppure sono ritornati in Ucraina.

Documento fatale

Verso la fine del 2015,al “Pioner” alloggiano ancora 140 persone, la maggioranza delle quali ha firmato una lettera di richiesta d’aiuto il 5 gennaio 2016.

Raggiungere il territorio del campo è possibile solo attraversando dei checkpoint. Venuto a conoscenza della scopo della visita, il guardiano ci consiglia di andare alla mensa, dato che sono arrivati i funzionari dell’ufficio immigrazione e occupazione: – Forse riuscirete ad ottenere spiegazioni su quello che ci succederà. –

Ci vado. All’incontro comincia ad arrivare gente: la notizia dell’arrivo di un giornalista ha fatto il giro del campo, così intorno alla mensa inizia ad ammassarsi gente. All’interno si sta svolgendo una riunione: tre donne siedono ad un tavolo, di fronte alcuni uomini compilano documenti. Li aiuta una funzionaria, che li incoraggia a trovar lavoro nella regione di Rostov. C’è anche la titolare, seduta. Ma entrambe evitano di parlare e rivolgersi agli ospiti.

– Cittadini! Forza! Finiamo ciò che abbiamo cominciato! Per voi cos’è importante? Trovare lavoro o parlare con la stampa? –

Ma la maggior parte degli avventori della mensa sceglie la stampa, così ci trasferiamo sulla veranda del corpus N°3.

Dopo cinque minuti vi si raduna già una cinquantina di persone – quasi tutte donne e circa una decina di uomini (sui 30-40 anni), alcuni tengono in braccio dei bambini.

– Abbiamo saputo delle nuove regole e decisioni del governo solo a fine dicembre – racconta Elena Smirnova – dal 2016 quelli che sono arrivati in Russia dai territori che ora si trovano sotto il controllo del governo di Kiev, possono rimanere nel campo non più di 30 notti, quelli che invece vengono dai territori della Repubblica del Donbass o di Lugansk e non fanno parte di nessuna categoria protetta (invalidi e famiglie con bambini piccoli) possono rimanere nel campo fino a 60 notti. – La decisione è entrata in vigore il 5 dicembre 2015, da tale data, ci spiega Elena, è anche iniziato il conto alla rovescia. Sono inclusi anche gli ospiti del “Pioner”: il 3 gennaio 2016, a 18 persone è stato negato il finanziamento ed hanno dovuto abbandonare il campo.

– Ho firmato una cambiale, con la quale potrò continuare ad ospitare questa gente con i miei mezzi – ha raccontato al telefono Svetlana Dobroljubskaja, spiegando il suo desiderio di aiutare i rifugiati. Ha un’altra attività a Rostov ed ha deciso di impiegare i ricavati di questa per aiutare gli ucraini.

Tutti gli altri abitanti del “Pioner” prevedono di rimanere nel campo almeno fino a febbraio (per la maggior parte di loro a febbraio termina il permesso di registrazione in Russia).

Il castigo della strada

Ma già dal 5 gennaio 2016 le autorità della regione Neklinovskaja hanno fatto sapere ai proprietari del campo ed ai rifugiati che, come termine ultimo l’11 gennaio, tutti gli abitanti del campo saranno trasferiti in un altro, il “Romashka”, (situato a circa 100 km dal “Pioner”, vicino al paesello di Zolotaja Kosa) ed il “Pioner” verrà chiuso a partire da tale data, ovvero verrà privato di ogni finanziamento.

– Il 5 gennaio è arrivato al campo il vice presidente della regione, Alexander Tretjakov, che ha detto che rimarremo al “Romashka” per un paio di settimane, poi ci trasferiranno di nuovo da qualche altra parte – racconta Smirnova.

– Non ci hanno spiegato il perché del trasferimento di due settimane – bofonchia un uomo alto dai capelli neri in tuta mimetica – Visto che non ci daranno i finanziamenti – che ci trasferiamo al “Romashka” o rimaniamo al “Pioner” che differenza fa? Perché non ci lasciano in pace invece di costringerci a spostarci durante l’inverno? –

Secondo Svetlana Dobroljubskaja, dei 140 rifugiati, più di dieci sono donne anziane (alcune costrette a letto) dì età compresa tra i 70 ed i 90 anni, ci sono invalidi, donne incinta, madri con bambini appena nati, 48 bambini. Alcuni di loro vanno a scuola a Primorka. – A lungo hanno cercato di ambientarsi nella nuova scuola. Ed ora dovranno nuovamente abituarsi alla nuova situazione – hanno scritto alla stampa gli abitanti del “Pioner”. Facendo affidamento sulle difficoltà legate agli spostamenti durante l’inverno, gli ospiti del “Pioner” chiedono di non chiudere il loro campo, almeno fino alla fine dell’anno scolastico. Dopodiché non hanno idea di cosa faranno, ma dicono che proveranno a rimanere in Russia, visto che non hanno dove tornare.

– Non la guardiamo più, perché è una merda – dice un uomo tarchiato guardando lo schermo spento del televisore – Per la tv, la guerra in Donbass non esiste più, ormai c’è solo in Siria , e noi che siamo in contatto con quelli rimasti in Donbass o a Lugansk, lo sappiamo che laggiù si spara ancora, ogni giorno. Si, e per molti non c’è luogo in cui tornare, casa è proibita. –

La sicurezza del campo

Altri hanno una casa, rimasta però nei territori sotto il controllo del governo di Kiev, e per loro è pericoloso tornare, ci sono inchieste penali a loro carico, per separatismo. Per paura dei servizi segreti ucraini (SBU – Sluzhba Bezpeku Ukrainu) molti si rifiutano di dirmi i loro cognomi e di farsi fotografare

Irina (50 anni circa) racconta che viveva a Mariupol, lavorava come perito immobiliare per il tribunale. Quando nella città iniziò la protesta Antimaidan, lei e la sua famiglia hanno sostenuto la DNR non solo a parole: durante il referendum dell’11 maggio, Irina è stata anche rappresentante di una delle commissioni elettorali territoriali, mentre il figlio manteneva l’ordine pubblico, dopo essere entrato nella milizia. Poi in città è arrivato il battaglione Azov. – Mi chiamarono quella sera: un pugnale nella schiena ed un proiettile in testa. – Ci mostra la foto del figlio avvolto dalla bandiera russa. – Il 39° giorno dopo la sua morte sono venuti per me. Di mattina presto. Se fosse arrivato il battaglione Azov, sarei già in prigione, oppure morta, invece era la nostra polizia. Avevano trovato il certificato di mio figlio, mi hanno detto che contro di me c’era un’inchiesta aperta per via delle attività legate ai separatisti. Avevo una figlia, non aveva fatto niente, amministrava solamente un gruppo Antimaidan sui social network: le hanno dato tre anni di libertà vigilata. E a me avrebbero dato dai cinque ai sette anni, se non fossi fuggita in Russia.- Irina racconta che, nonostante abbia la fotocopia del certificato di condanna penale, non è sicura di riuscire a ricevere lo status di rifugiata politica in territorio russo, quindi, molto probabilmente accetterà l’invito di tornare per un po’ a Donetsk, da dei conoscenti che le hanno promesso assistenza e denaro.

Anche se la maggioranza dei rifugiati vivono al “Pioner” già da un anno e mezzo, molti fino ad ora si trovano nel territorio della Federazione Russa grazie alla tessera migratoria (che da il diritto di rimanere in Russia per non più di 90 giorni) non hanno fatto richiesta per lo status di rifugiato temporaneo oppure per il permesso di permanenza limitata, che permettono di vivere e lavorare in Russia. Spiegano che c’è una procedura lungamente burocratica e costosa, oltre ad essere uno status inutile – i datori di lavoro o non ti assumono se scoprono che sei un rifugiato dal Donbass, oppure ti pagano schifosamente poco.

– Coi bambini abbiamo prima vissuto nel campo di” Dimitrjadovskij” – racconta Galina Halik, ha due figli piccoli, hanno perso una sorella, adesso è incinta di un altro figlio. – Poi, verso l’autunno 2014, ci hanno spedito in un campo a Jeisk. Ma quello era un semplice campo estivo, non c’era neanche il riscaldamento, ed il governo non ci permetteva nemmeno di telefonare senza costi, così che non potevamo rimanere in contatto con i nostri parenti rimasti in Donbass. Riuscii a farmi rimandare al “Dimitrjadovskij”, poi da sola sono venuta al “Pioner”.- Sistemandosi al “Pioner”, Galina ha trovato anche lavoro nell’allevamento di polli “Taganrogskaja”. All’inizio lo stipendio era di 15 mila rubli al mese, ed ora è poco più di 10. Con tale compenso le è impossibile lasciare il campo.

– Le autorità ci dicono: richiedete lo status e poi trovatevi un lavoro. Ma come può una famiglia con i bambini andare avanti con gli stipendi così miseri che ci danno? – continua una vivace signora con un cappotto nero – uno stipendio basta per pagare l’affitto, l’altro per il cibo. E come mantenere i figli?-

Una soluzione possibile potrebbe essere quella di far diventare il campo “Pioner” uno dei centri primari di accoglienza per i rifugiati ucraini. Questa è anche l’idea della titolare del campo.

– L’amministrazione regionale dice che il “Romashka” è più moderno e più grande, ma accoglie i rifugiati solamente d’inverno, d’estate è un semplice campo estivo per bambini. Dunque i rifugiati dovranno di nuovo trasferirsi da qualche altra parte. Ma noi lavoriamo solo con loro. Quindi non sarebbe più logico trasformare noi in punto di raccolta ed accogliere qui le 70 persone che già alloggiano al Romashka?-

La legge è la legge

Secondo gli abitanti del “Pioner”, la decisione delle autorità di chiudere proprio questo campo, deriva dal rifiuto dei proprietari di “entrare nelle grazie” (virgolette del traduttore ndt) dei funzionari.

Il vice presidente dell’amministrazione regionale Alexander Tretjakov con delle opportune dichiarazioni afferma che il ruolo dell’amministrazione è quello di fare in modo che tutto si svolga a norma di legge e secondo la disponibilità economica.

– Nel periodo di emergenza, nella nostra zona c’erano più di 15.000 rifugiati, i PAT erano invasi, con il tempo la gente si è adattata, ha trovato lavoro ed adesso sono rimaste circa 960 persone. Sono tutte distribuite in cinque campi. Il mantenimento di tutti questi punti di accoglienza rappresenta una perdita per il bilancio – il pagamento delle tasse comunali, il lavoro dei servizi sociali, il rifornimento dei generi alimentari e così via. – In questo momento solo il “Romashka” può accogliere 960 persone. Abbiamo deciso di conservarlo insieme ad altri tre campi, ma due – il Pioner e l’Orlenok – dovranno essere chiusi.

Secondo Tretjakov, dati della dogana alla mano, alcuni abitanti del Donbass avrebbero attraversato la frontiera più volte, anche 15 in un solo mese

– Alcuni lo fanno per ricevere le pensioni ed i contributi, per continuare a ricevere aiuti finanziari, altri, molto probabilmente, lo fanno per ricevere merci, che poi rivendono nel territorio regionale. E queste persone ricevono già un sostegno, oppure riescono già a provvedere a se stessi. Continuare ad aiutarli a spese del budget russo, probabilmente, non sarebbe una soluzione corretta e adeguata.-

Secondo quanto riportato nell’ordinanza N°1177, gli aiuti verranno divisi solamente tra coloro che rientrano in due categorie, stabilite dal governo della RF: gli invalidi e le famiglie con figli piccoli nelle quali ci sia solo un adulto in grado di lavorare. Le autorità prevedono di radunare tutti i rifugiati dei cinque campi nei tre punti previsti, poi analizzare le loro situazioni economiche e formare degli elenchi. Le autorità dicono di poter svolgere questo lavoro entro il 2 febbraio. Da questo giorno comincerà il termine dei 60 giorni, per i provenienti dalle zone del Donbass e di Lugansk.

A coloro che dimostreranno di avere risorse necessarie per rimanere al campo con le proprie forze, verrà concesso di rimanere, agli altri verranno negati i permessi di soggiorno.

Luca Marconi

Traduttore, appassionato di lingua e cultura russa, per questi motivi collaboro con RIT