La revoca delle sanzioni contro l’Iran rappresenta una minaccia per la Russia?

Gli esperti spiegano cosa significa in concreto lo stop alle sanzioni.

Traduzione di Valentina Canepa. Fonte: Dožd’ 17.01.16

Stati Uniti, Unione Europea e Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno deciso la revoca delle sanzioni economiche all’Iran dopo l’adempimento da parte del Paese degli obblighi stabiliti dal programma nucleare. In primis, questo segna il ritorno di un grosso esportatore e attore nel mercato delle materie prime. “Dozhd” ha chiesto ad alcuni esperti come scenderanno i prezzi già bassi del petrolio, in che modo questo potrebbe minacciare la Russia e come cambierà il rapporto delle forze in Medio Oriente.

Già a partire da lunedì 18 gennaio, le prime navi contenenti petrolio greggio iraniano lasceranno il Paese. Secondo le stime, nel giro di poche settimane l’Iran potrebbe aumentare le proprie esportazioni di petrolio raggiungendo i 500 mila barili al giorno. Aumenterebbe così l’eccesso di domanda sul mercato, con conseguenze sui prezzi mondiali.

Cosa succederà al prezzo del petrolio?

Mikhail Krutikhin, membro della società di consulenza RusEnergy, stima che entro la fine dell’anno l’Iran sarà in grado di fornire al mercato estero oltre un milione di barili all’anno, pari a circa l’1% del totale mondiale. Il ristabilimento completo del potenziale di esportazione del Paese potrebbe impiegare due-tre anni.

Ad oggi, sul mercato del petrolio, l’offerta eccede la domanda di 1,5-2 milioni di barili al giorno; un aumento del volume comporterebbe un’ulteriore sovrasaturazione. Inoltre, l’Iran venderà il suo petrolio applicando sconti significativi, sia per riconquistare i mercati già occupati da concorrenti, che, secondo Krutikhin, per abbassare i prezzi. Tuttavia, prevede che a lungo andare i prezzi si stabilizzeranno al livello di 30-40 dollari.

Anton Usov, responsabile del settore Oil & Gas alla KPMG, è convinto che la fine delle sanzioni contro l’Iran non inciderà in maniera significativa sul prezzo del greggio a livello mondiale: « È possibile un abbassamento di un paio di dollari dovuto a fattori psicologici, piuttosto che a una reale situazione ».

È dello stesso avviso anche Sergey Pikin, direttore del Fondo per lo sviluppo energetico. Secondo le sue previsioni, lunedì 18 gennaio, il primo giorno di contrattazioni dopo la revoca delle sanzioni contro l’Iran, la quotazione di un barile di Brent in borsa non differirà significativamente dal valore di venerdì, e si assesterà sui 28-29 dollari. Il petrolio iraniano, secondo le informazioni date da fonti esperte, sarà così venduto a 23-24 dollari.

Il fatto che l’Arabia Saudita si sia dichiarata pronta a vendere petrolio a 16 dollari al barile riflette una tendenza generale dei paesi esportatori, ha dichiarato Anton Usov. Egli ha osservato che, nelle attuali condizioni, gli stati produttori di materie prime sarebbero disposti ad abbassare i prezzi fino a raggiungere le spese di produzione, pur di garantire la sopravvivenza delle compagnie petrolifere, ma non a lungo: il budget di questi paesi, infatti, dipende principalmente dalle esportazioni di greggio. Tuttavia, secondo l’esperto, a 15-20 dollari al barile il mercato potrà durare al massimo per un anno, e nel medio termine questo “gioco al ribasso” finirà. Allo stesso tempo, il fattore iraniano, che aggrava la sovrasaturazione del mercato, non consentirà ai prezzi di salire oltre i 40 dollari.

In che modo lo stop alle sanzioni minaccia la Russia?

Concorrendo con l’Iran e i suoi prezzi bassi sul greggio, per salvaguardarsi un posto nel mercato europeo, la Russia sarà costretta ad operare degli sconti. Ne risentirà quindi il bilancio russo, che registrerà meno profitti. Ad esempio, se il prezzo dovesse scendere a 15 dollari al barile, il budget statale non percepirà più alcuna entrata (secondo la legge, a questo prezzo tutto il ricavato resterebbe nelle mani delle compagnie petrolifere). Il deficit di bilancio ricadrà sulla popolazione: serviranno mezzi sia per realizzare le riforme presidenziali di maggio, che per la corsa agli armamenti. Secondo Mikhail Krutikhin, saranno colpiti gli impiegati statali, la sanità, la ricerca e l’istruzione.

I contratti di fornitura già esistenti saranno eseguiti; tuttavia, tra alcuni anni la Russia potrebbe perdere parte del mercato europeo. A cominciare dall’Europa nord-occidentale, tanto più che gli iraniani hanno già dichiarato che miscelando due tipi di petrolio riusciranno ad ottenere una miscela di composizione simile all’Ural che viene esportato dalla Russia. Secondo Krutikhin, nel frattempo la Cina continuerà a importare il greggio russo, nonostante i prezzi iraniani più competitivi.

Oltre all’Iran, a chi giova la revoca dell’embargo economico?

La caduta dei prezzi del petrolio avvantaggia i paesi importatori: Europa Occidentale, Stati Uniti, Giappone, Cina. L’abbassamento dei prezzi favorirà lo sviluppo delle loro economie, cosa che non gioverà alla Russia, membro del “sestetto” nei negoziati che hanno deciso il sollevamento delle sanzioni contro l’Iran. Mikhail Krutikhin è convinto che la Russia si sia battuta soltanto a parole per la revoca delle sanzioni, ma che in realtà Mosca abbia fatto il possibile perché l’accordo fosse rinviato o persino fatto fallire. Allo stesso tempo, lo stop alle sanzioni economiche contro l’Iran apre alla Russia il mercato quasi chiuso della vendita di armi: l’Iran ora potrà non solo aumentare le esportazioni di petrolio, ma anche avere accesso ai fondi congelati nei conti esteri, che il Ministero delle Finanze statunitense stima aggirarsi intorno ai 50 miliardi di dollari, che potrebbero essere utilizzati per esigenze militari.

Come cambierà la situazione geopolitica in Medio Oriente?

Le sanzioni UE-USA hanno avuto un impatto importante sull’economia dell’Iran, e secondo l’esperto arabista Vladimir Akhmedov, la loro revoca porterà ad un rafforzamento della posizione del Paese in Medio Oriente. Egli ritiene che i ricavi provenienti dalla vendita di petrolio permetteranno all’Iran non solo di sostenere la propria economia e i progetti sociali, ma anche di finanziare i gruppi sciiti presenti negli altri paesi arabi, e di venire in aiuto ai suoi sostenitori in Siria e Iraq. Akhmedov sottolinea come non sia convinto del sollevamento dell’embargo economico nel lungo periodo, poiché già il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe decidere di rivedere i rapporti con l’Iran. È in discussione il fatto che l’Iran ora possa diventare più disponibile nelle relazioni con l’Occidente.

Per l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo Persico sarà molto difficile concorrere con l’Iran, per cui dobbiamo aspettarci una guerra dei prezzi nel prossimo futuro, sostiene Mikhail Krutikhin, escludendo la possibilità di un’escalation delle tensioni a livello direttamente militare, dovuta alla fine delle sanzioni.

Cosa è andato all’Iran in cambio della fine delle sanzioni?

L’Iran e il “sestetto” (Russia, USA, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) hanno concordato la revoca delle sanzioni economiche nel luglio 2015. Secondo le condizioni dell’accordo, in cambio Teheran si sarebbe rifiutata di sviluppare il proprio programma nucleare e avrebbe concesso all’ONU di accedere agli obiettivi considerati sospetti, compresi quelli militari. La decisione finale sul sollevamento delle sanzioni è stata presa dopo la pubblicazione, il 16 gennaio, del documento dell’AIEA che ha confermato che l’Iran ha pienamente adempiuto agli obblighi. Nel frattempo, resta in vigore l’embargo da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sull’importazione di prodotti dall’Iran e l’esportazione di beni e servizi verso l’Iran.

Quando e perché furono introdotte delle sanzioni nei confronti dell’Iran?

Le prime sanzioni contro l’Iran furono imposte unilateralmente per ordine degli USA nel 1979; da quel momento in poi Washington limitò la cooperazione con le Repubbliche Islamiche nel campo del commercio, della finanza e nel settore petrolifero. Ulteriori sanzioni internazionali furono decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2006, dopo che ispettori dell’AIEA scoprirono l’esistenza nel Paese di centrali per l’arricchimento dell’uranio.

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