Perché i russi continuano a giustificare Stalin

La violenza viene considerata come un privilegio dell’autorità delegata della responsabilità e del diritto di scegliere per tutti

Traduzione di Antonino Santoro

Un recentissimo sondaggio dal Levada Center ha mostrato che negli ultimi otto anni la percentuale di coloro che si dicono favorevoli a giustificare gli “errori e difetti” di Stalin vittorioso nella Grande Guerra Patriottica (la seconda guerra mondiale, nota del redattore) è cresciuta 28-34%. E’ aumentata poi del 6% la percentuale di cittadini che ritengono Stalin “un capo saggio che ha guidato l’URSS verso la potenza e prosperità”. Tale risposta è stata data ai sondaggisti dal 20% degli intervistati. Allo stesso tempo è scesa dal 29 al 21% la percentuale di coloro per i quali Stalin è stato senza alcun dubbio un tiranno responsabile dello sterminio di milioni di persone innocenti.

I risultati del sondaggio non si limitano a riflettere la persistenza di un risentimento postsovietico sentito da una parte consistente di cittadini dopo l’esperienza traumatica degli anni 90’. Si tratta di una insuperabile sacralizzazione dello Stato e dell’autorità caratteristica della Russia. Stalin e lo stalinismo sono solo le espressioni e i simboli più importanti, chiari ed aggressivi di tale modello all’interno del quale lo stato è responsabile di tutto, in cui i suoi interessi sono prioritari e in cui la violenza è in qualche modo uno dei privilegi dell’autorità.

È esemplificativo che con una concezione di questo genere i reati commessi dall’autorità possono essere spiegati e giustificati in termini di una matrice interpretativa auto-imposta. Il 15% degli intervistati dal Levada Center ha risposto che solo un governante forte potrebbe mantenere l’ordine nello stato quando sussistono lotte di classe e minacce esterne. Tuttavia la “lotta di classe” è solo un racconto bolscevico percepito come una descrizione veritiera della realtà. La “minaccia esterna” è invece un racconto universale utilizzato spesso dalle classi dirigenti desiderose di mantenere il potere.

In Russia la predominante “ineducazione” nei confronti dell’autorità trasforma lo stato nell’unico attore che agisce, che ha volontà, che è capace di scegliere, etc. Proprio da ciò ne consegue che la vittoria nella guerra è stata in primo luogo merito del compagno Stalin e non dei cittadini sovietici i quali hanno protetto la propria casa esattamente come la avrebbero difesa sotto qualunque regime. Per questo, la «prosperità dell’URSS” (che di per sé rappresenta un argomento di polemica) è considerata soprattutto come una conseguenza della saggia gestione, delle decisioni della leadership e non del lavoro di centinaia di migliaia di cittadini.

Stalin rappresenta il giusto simbolo per una società nella quale la standardizzazione è considerata una norma sociale. La sfortuna privata non stimola un lavoro su se stessi ma stimola un desiderio di fare pressione sui “prepotenti”: troppo ricchi, troppo attivi, troppo intelligenti. Uno stato punitore del tipo stalinista rappresenta la proiezione di questo genere di desideri e il portare tutto e tutti ad un livello medio viene considerata come equità. L’attuale alto rating di Stalin ci dice che anche nella Russia di oggi è abbastanza diffusa l’idea di una società di persone standardizzate.

Non a caso Stalin è molto meno popolare tra i cittadini con uno status più elevato. Questi capiscono infatti meglio che uno stato stalinista non significa un innalzamento degli standard ma un tagliare le ali a coloro che sono saliti al di sopra di una determinata asticella.

Sarebbe esagerato affermare che la Russia oggi stia facendo rinascere lo stalinismo e che stia ritornando gli anni ’30. Secondo tutte le percettibili tendenze antidemocratiche, le regole del gioco sono cambiate considerevolmente. Detto ciò, lo stato non fa quasi nulla per cambiare il modello stesso del modo di rapportarsi delle persone verso l’autorità. Anzi, esso mantiene l’umore pro-stalinista come una sorta di scorta elettorale facile da usare. Ecco perché oggi nei canali televisivi federali, con un pubblico di milioni di spettatori, non viene incoraggiata una conversazione seria, calma e critica su Stalin, sui suoi metodi di governo e collettivizzazione. La giornata della memoria delle vittime della repressione rimane, essenzialmente, marginale. Stalin è morto più di 60 anni fa lasciando in eredità una società impaurita e manovrabile. Per la classe dirigente, senza necessariamente essere stalinista, è difficile evitare la tentazione di non utilizzare questa eredità a seconda delle esigenze.

Fonte: Nezavisimaya Gazeta 15/01/2016

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa.
antosha87sr@gmail.com

Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa. antosha87sr@gmail.com