La Crimea è nostra. E adesso?

In un periodo di crisi e sanzioni, lo sviluppo della penisola richiede investimenti miliardari

Nezavisimaja Gazeta del 20/02/2016 Articolo di Aleksej Chajtun

Traduzione di Antonino Santoro

Al momento dell’annessione della Crimea alla Russia (marzo 2014) l’autore ha cercato di esaminare la struttura geopolitica, le immediate conseguenze di tale atto e soprattutto la situazione e le conseguenze economiche. Sono passati appena due anni ed è giunto il momento di valutare i primi risultati.

E’ importante ora determinare in che modo la nuova situazione geopolitica si sia riflessa  su alcuni aspetti vitali per la penisola quali quelli economici e soprattutto quelli energetici tra cui quelli legati alla gestione delle risorse idriche.

Nelle condizioni economiche di partenza il punto importante è che l’economia della Crimea venne originariamente costruita in congiunzione e in dipendenza dalla Nuova Russia (ovvero una grande regione dell’Impero Russo) mentre negli ultimi 60 anni essa è dipesa dall’economia ucraina.

Tale fatto è chiaramente evidente nella necessità della penisola di forniture idriche ed elettriche tenendo conto dell’orientamento della sua popolazione  verso i guadagni ricavati grazie ai villeggianti nelle località turistiche della Crimea. A questo presupposto è collegato anche il bisogno di costruire infrastrutture di trasporto dato che quelle attuali sono in pratica completamente legate al sistema di trasporto ucraino. Bisogna poi aggiungere che le strutture di comunicazione e di Internet della Crimea fanno parte del ben sviluppato sistema ucraino.

L’approvvigionamento idrico delle città, delle zone di villeggiatura, delle aree rurali e delle industrie agricole dipende in una certa misura dall’uso delle falde acquifere.Il confronto tra la quantità di risorse idriche sotterranee utilizzabili in Crimea, pari a 1725 mila metri cubi al giorno, con gli attuali prelievi d’acqua e persino con il bisogno, in prospettiva, di acqua da parte delle città e dei centri abitati, stimato in 1400 mila metri cubi al giorno, rende abbastanza elevata la quantità d’acqua necessaria per il rifornimento idrico della Crimea. Tuttavia l’ineguale distribuzione delle risorse idriche sotterranee nel territorio della Crimea ed il fatto che la loro posizione non corrisponde alle aree che ne hanno maggiore bisogno, costringe ad utilizzare le acque superficiali. Attualmente in molte città, zone di villeggiatura e altre località, per l’approvvigionamento idrico viene utilizzato un sistema integrato di falde acquifere e di acque superficiali.

La costa meridionale della Crimea in un anno consuma in media 23 milioni di metri cubi d’acqua. Allo stesso tempo oggi gli abitanti della regione di Jalta consumano 52-53 mila metri cubi d’acqua al giorno. Nonostante le relativamente buone riserve idriche, le autorità consigliano ai cittadini di Jalta di essere frugali e di consumare meno acqua.

La fornitura idrica di Sinferopoli (capitale della Repubblica di Crimea – nota di Russia in Translation)  viene garantita attraverso: 1) le acque fratturate-carsiche dell’Ayan; 2) le acque alluvionali nella valle del fiume Salhir; 3) il serbatoio idrico di Sinferopoli. L’apporto idrico totale è di circa 54 mila metri cubi al giorno. Si tratta di una quantità che non soddisfa le esigenze della città. Secondo Giprograd (un istituto ucraino che si occupa di pianificazione territoriale – nota di Russia in Translation) il fabbisogno della città arriva a 171 mila metri cubi al giorno.

Per l’approvvigionamento idrico di Sinferopoli è stato costruito il serbatoio idrico di Partyzanske sul fiume Alma. Inoltre, l’approvvigionamento idrico della città è parzialmente garantito da pozzi di trivellazione realizzati da imprese industriali. Tuttavia le riserve sfruttabili di falde acquifere vicino a Sinferopoli arrivano a 13.500 metri cubi al giorno.

La necessità d’acqua di Kerch e delle sue industrie supera i 100 mila metri cubi al giorno. Il loro approvvigionamento idrico è garantito principalmente dalle acque del bacino di Kerch. L’apporto idrico è suddiviso in un numero di pozzetti (41) disposti nelle zone più acquifere. Già dal 1956 lo sfruttamento delle risorse disponibili risultava essere eccessivo. In tutto questo periodo è stata osservata una progressiva diminuzione del livello delle falde acquifere. La depressione regionale si è diffusa anche nelle zone costiere. Il livello delle acque sfruttate, secondo i punti di osservazione presenti sulla costa marina, era 5-7 metri sotto il livello del mare. Si è creata la concreta minaccia che l’acqua marina penetri nelle falde acquifere. In seguito, la stabilizzazione del consumo (all’incirca 3.500 metri cubi al giorno) ha stabilizzato anche la mineralizzazione dell’acqua.

Riassumendo, bisogna sottolineare i seguenti fatti: più dell’80% del bisogno d’acqua dolce della penisola viene soddisfatto dalla terraferma ovvero dal bacino idrico di Kachovka attraverso il canale Nord Crimeano. Chiunque abbia fatto una vacanza nella penisola sa che l’acqua è disponibile solo in alcune ore della giornata. Ma l’acqua non è solo importante per il turismo ma anche per l’agricoltura della Crimea compresa la sua “strategica” produzione di vino così come vi è bisogno di molta acqua per il settore industriale lì ben sviluppato.

I problemi energetici

Con un consumo totale di 1,2 GW garantito grazie a quattro centrali termoelettriche la Crimea riesce a soddisfare solo un decimo delle sue esigenze.

La fornitura di energia elettrica in Crimea era garantita dal sistema statale “Ukrenergo” la quale grazie ai rifornimenti dalla terraferma ucraina garantiva circa l’85% di energia elettrica principalmente attraverso quattro linee di alimentazione aventi una potenza complessiva di 1,25 GW. A generare tale potenza sono soprattutto i grandi impianti energetici in Ucraina quali la centrale termoelettrica e la centrale termonucleare di Zaporigia, la centrale termoelettrica di Cherson, la centrale idroelettrica di Kachov ed anche la centrale termoelettrica di Krivyi. A consegnare tale energia ai consumatori era la S.p.a “Krymenergo”il cui 57.49% delle azioni è di proprietà privata mentre il 25% è di “Ukrenergo” (trasferita sotto la gestione russa).

Il deficit energetico constringe la Repubblica di Crimea ad utilizzare fonti di energia elettrica non completamente affidabili quali l’energia eolica e i pannelli solari; la regione dispone di stazioni solari di circa 200 MW la cui produzione è però non regolare.

Così, la maggior parte dell’energia elettrica arrivava in Crimea dalla terraferma ucraina. Fin dall’inizio era stato chiaro che Kiev avrebbe venduto alla Crimea russa l’energia elettrica ad un prezzo maggiorato e che questo avrebbe avuto conseguenze estremamente dolorose  per la competitività dell’industria locale.

Nel 2014 avevo previsto che l’Ucraina non avrebbe probabilmente spento la Crimea per lungo tempo dato che in un tale scenario ne avrebbe sofferto sia tecnologicamente sia economicamente anche la rete elettrica continentale Ucraina. Tuttavia il distacco della Crimea dal sistema energetico ucraino è stato effettuato dai tartari nazionalisti nel 2015 mentre nel gennaio di quest’anno i legami energetici Ucraina-Crimea sono stati completamente interrotti per motivi politici.

Il raggiungimento di una vera indipendenza energetica dell’Ucraina richiederebbe la posa di un cavo elettrico attraverso lo Stretto di Kerch. Oltre a questo bisognerebbe anche aumentare la capacità delle linee di alimentazione e delle sottostazioni sia in Russia sia dallo stretto di Kerch fino a Jalta; bisognerebbe infine costruire un ponte energetico in Crimea (nome informale dato al gruppo di impianti energetici necessari per l’approvvigionamento energetico della Crimea dalla Russia continentale).

Ufficialmente la prima linea di 200 MW è stata avviata in modalità di prova il 2 dicembre 2015 dal Presidente russo Vladimir Putin. Una delle sezioni è già posata sul fondo dello Stretto di Kerch. Il 20 dicembre 2015 la capacità del ponte energetico aveva già raggiunto i 400 MW come era stato precedentemente previsto. In data 8 dicembre 2015 la prima linea del ponte energetico funzionava ad una capacità di 240-265 MW e vi era l’intenzione di aumentarla fino a 280 MW; tuttavia anche in queste condizioni il deficit del sistema energetico della Crimea si attesterebbe a 200 MW. Si dovrà quindi aumentare anche la capacità di alimentazione delle regioni continentali russe che sono più vicine alla penisola. Pertanto il progetto comprende la linea di alimentazione tra la centrale elettronucleare di Rostov e Sinferopoli. Entro giugno 2016 è in programma l’aumento della potenza nominale del cavo del ponte energetico fino a 850 MW.

La Russia prevede di aiutare la fornitura energetica della Crimea installando nella penisola delle centrali mobili a turbina a gas. In un prossimo futuro tramite gli aerei “Ruslan” potranno essere portate in Crimea delle centrali a gas con una capacità totale di oltre 200 MW installate precedentemente a Sochi per le Olimpiadi. Le stazioni mobili non potranno tuttavia contrastare il potenziale deficit di energia elettrica nella penisola che deriverebbe da una interruzione dell’alimentazione energetica da parte dell’Ucraina; tali stazioni sono infatti progettate solo per affrontare i carichi di punta.

La maggior parte del gas di tutta l’Ucraina è estratto dalle piattaforme del Mar Nero e appartiene alla Repubblica di Crimea. Il sistema di trasporto del gas della Crimea è collegato a quello ucraino e comprende 1546.3 km di gasdotti principali, 1196 km dei quali sono utilizzati dalla società  per azioni “Chernomorneftegaz”. “Chernomorneftegaz” attraverso la propria produzione di gas (1,65 miliardi di metri cubi nel 2013) prevede un aumento fino a 2,5 miliardi di metri cubi e promette di rifornire la Crimea di gas naturale nel 2016.

C’è da notare che i macchinari per la perforazione  – ovvero le piattaforme di perforazione offshore dell’Ucraina – sono state trasferite senza previo accordo nelle acque territoriali della Crimea e sotto la giurisdizione russa.

La fornitura di gas della penisola potrebbe essere in pericolo dal momento che in precedenza vi sono stati tentativi da parte di ignoti, spacciatisi per guardie di frontiera ucraine, di distruggere la stazione di distribuzione del gas situata al confine tra la Crimea e la regione di Cherson; tali tentativi sono stati respinti dalle forze di autodifesa della Crimea. Ciò ha spinto il Primo Ministro della Crimea a rivolgersi al comando della flotta russa nel Mar Nero chiedendo la difesa di tali importanti infrastrutture.

Si può presumere che nella nuova realtà è possibile avvenga una revisione delle decisioni precedentemente concordate riguardo il gasdotto offshore “South Stream”. Ricordiamo che secondo il progetto la capacità complessiva del “South Stream” è di 63 miliardi di metri cubi. Esso dovrebbe essere formato da quattro condotti ognuno con una capienza di 15,75 miliardi di metri cubi. Il costo minimo del progetto è di 16 miliardi di Euro, 10 miliardi dei quali servono per la realizzazione del tratto marino e 6 miliardi per quello terrestre. Il passaggio della penisola sotto il controllo russo consente di far passare i condotti attraverso la Crimea e quindi di quasi dimezzare il costoso tratto offshore consentendo un risparmio fino a 5-7 miliardi di euro.

La deviazione dei trasporti

Per permettere ai russi di raggiungere in auto le località turistiche della Crimea senza passare dall’Ucraina c’è bisogno di un ponte sullo stretto di Kerch. Un ponte di tale stazza costa circa 1,5-2 miliardi di Dollari. (Tra l’altro nel distretto Yamal-Nenetc esiste già un ponte di tali dimensioni che attraversa il fiume Ob’. Il complesso costruttivo del ponte funziona tramite funi  e può essere ricollocato nel sud della Russia). Il ponte porterà a Kerch, per legarsi ad una strada, con limitata capacità di traffico, per arrivare verso la costa meridionale della Crimea. Bisognerà costruire più di 400 km di strade moderne in zone caratterizzate da severi vincoli ambientali.

Aumentare la capacità di percorrenza dell’intero tragitto richiederebbe decenni e miliardi di dollari. Si dovranno costruire centinaia di chilometri di strade e, sia a Taman sia in Crimea, cambiare i convogli dei treni. Per la massa di turisti provenienti dalla Russia tutto ciò è costoso e scomodo. E’ necessario ricostruire l’aeroporto di Sinferopoli. Nel 2015 l’Ucraina ha chiuso il proprio spazio aereo per i veicoli russi.

La popolazione della Crimea (insieme a Sebastopoli) fino al 2014 contribuiva in modo sproporzionatamente ridotto al PIL ucraino con appena il 3% ovvero 4,3 miliardi di Dollari. La composizione dei turisti nel 2013 era: il 66% dall’Ucraina (in precedenza era il 70%), il 34% stranieri di cui il 26% dalla Russia e dalla Transnistria. Ora, dopo l’adesione alla Russia, la situazione è cambiata. Secondo i dati sociologici, il fatturato nel settore del turismo è di molte volte maggiore; nel 2015 in Crimea hanno passato le vacanze 4 milioni di persone ma l’attuale leadership della Crimea prevede di attirare fino a 5 milioni di turisti nel 2016. Va sottolineato che proprio le entrate derivanti dall’affitto degli appartamenti e dalle piccole imprese consentono ai pensionati della Crimea di far quadrare i conti.

Tuttavia, a differenza di come talvolta si crede, la base dell’economia della penisola non è il turismo. La Crimea vive di agricoltura ed anche di industria, soprattutto industria chimica e di raffinazione. Parliamo di circa 500 imprese caratterizzate, per lo più, da attrezzature obsolete di epoca sovietica. Le compagnie più redditizie e fiorenti sono la “Crimea Titan” e la “Crimea Soda Plant” (con ricavi nel 2012 di rispettivamente 440 e 185 milioni di Dollari circa).

Le più grandi aziende vinicole della Crimea sono i marchi noti a livello globale “Massandra”, “Koktebel”, “Magarach” e “DIONIS”. Sono all’incirca una decina. Si trovano principalmente sulla costa meridionale, ma vi sono cantine anche sulle pendici settentrionali dei monti della Crimea e sull’altopiano. L’intera industria vinicola è pari a circa il 2% del PIL ma ha un grande valore di marketing in quanto rappresenta il “volto della Crimea”.

Gli osservatori indipendenti affermano che l’adattamento della Crimea all’economia della Federazione Russa costerà 3-5 miliardi di Dollari all’anno. “Il sostegno all’industria richiederà da solo circa 40 miliardi di Rubli, 12-15 miliardi di Rubli all’anno saranno poi necessari per le indennità sociali ai pensionati, in primis ai militari (600 mila persone), agli studenti (50-100 mila persone) e agli invalidi. Una cifra uguale poi dovrà essere spesa per il mantenimento degli organi di potere e delle autonomie locali, mentre altri 20 miliardi saranno necessari per la sanità pubblica. Il deficit di bilancio della Repubblica di Crimea supera attualmente il miliardo di Dollari e per gli investimenti nell’economia della penisola saranno necessari altri 3 miliardi di Dollari.

Conclusioni. Senza sovvenzioni dalla terraferma russa e in generale dalla Federazione, la Crimea rimarrà uno degli angoli più poveri d’Europa con una economia fortemente stagionale. L’industria del turismo della penisola non può competere con i vicini impianti invernali del Sud Europa. Si tratta chiaramente di una regione che va sovvenzionata, che si è sviluppata e può esistere solo in una autarchica economia di stampo sovietico e a condizione di limitare amministrativamente ai russi l’accesso alle concorrenti località estere. (Una tale restrizione è stata realizzata con la Turchia e l’Egitto nel 2015)

Sono necessari miliardi di Dollari di investimenti per il ripristino dell’economia e della sfera sociale della penisola. E’ possibile quindi ritenere che con le attuali condizioni economiche l’annessione della Crimea alla Russia è inefficace.

Fonte: NG 20/02/2016

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Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa. antosha87sr@gmail.com