“Putin si è salvato la pelle”: la stampa statunitense sul ritiro delle truppe russe dalla Siria

Fonte: Vladimir Kozlovskij per bbc.com/russian. Tradotto da Simona Fonti

Dall’inizio del ritiro di una parte del contingente russo dalla Siria son passate due settimane, ma non si arresta il flusso di commenti da parte dei mass media USA.              

Lunedì, il professore della New York University  Mark Galeotti ha pubblicato sul popolare sito Vox un lungo articolo dal titolo “Che cosa ha dimostrato l’esercito russo in Siria”.

Il Cremlino chiaramente prova un sentimento di profonda soddisfazione per ciò che ha raggiunto, scrive l’autore, in Occidente, però, non ci si può non allarmare, visto che la Russia sembra aver sviluppato un certo gusto a intervenire.

In pratica, tuttavia, il caso della Siria è stato anomalo, nota Galeotti, e se questo si avvia verso una svolta della rotta russa, allora, per quanto suoni strano, l’Occidente ne può trarre vantaggio.

Senza dubbio Vladimir Putin ha dei buoni motivi per essere soddisfatto della sua ingerenza bellica in Siria, scrive Galeotti. Almeno per ora. Tanto il trasferimento delle truppe, quanto l’annuncio del loro parziale ritiro ha colto l’Occidente completamente di sorpresa.

In secondo luogo, il regime di Assad, prima appeso a un filo, è sopravvissuto ed è stato stabilizzato.

Un percorso fortunato

D’ora in avanti sarà difficile contestare in maniera argomentativa la rivendicazione da parte di Mosca del diritto di dire la propria sulla futura ridefinizione della Siria. Nel frattempo, l’Occidente ha quasi rinunciato a ogni tentativo di isolare la Russia. È apparso ancora più chiaro all’incontro di gennaio fra la vice segreteria di stato Victoria Nuland e Vladislav Surkov, nel quali questi hanno discusso il futuro dell’Ucraina dell’Est.

Avendo ritirato una parte delle truppe, Putin non rischia più di essere coinvolto in un conflitto senza fine e sfugge alla possibilità di ripetere il decennale conflitto sovietico in Afghanistan, ponendosi così come un riconciliatore e diminuendo le probabilità di perdite umane in Siria.

Secondo le parole di Galeotti, in aggiunta a tutto il resto, Putin ha dimostrato che le sue riforme militari in parte hanno superato la tradizionale anomalia, di cui hanno sofferto i sovietici, e in seguito le forze armate russe. Come l’autore stesso scrive, “la coda”, cioè il servizio, la riparazione, l’approvvigionamento e la logistica in precedenza erano sempre molto distaccati dalla “testa” più raffinata, nella quale per tradizione Mosca ha sempre investito grandissime risorse.

“Perciò le navi militari, che si opponevano con mezzi militari e missili, venivano continuamente distrutte in mare quando eseguivano operazioni militari lontano dai porti di immatricolazione”, scrive Galeotti. Veloci e micidiali i carri armati perdevano i cingoli e provavano ad attivare il cannone non in automatico ma a mano. Gli aerei ad alta tecnologia, capaci di portare munizioni perfette e intelligenti, erano obbligati a lanciare bombe “non intelligenti” perché non ne avevano di altro tipo”.

Dalle discussioni con dei politici moscoviti e dei militari, il professore americano ha riportato l’impressione che, secondo l’opinione di questi, la Siria nei limiti del ragionevole ha dimostrato la capacità della Russia di impiegare la forza per mutare la situazione politica e‒ cosa ancora più importante‒ successivamente di comprendere quando è stato necessario lasciare.

Secondo quanto detto da Galeotti, le ultime circostanze si sono rivelate particolarmente importanti alla luce della presuntuosa decisione di intromettersi nella situazione del Donbass, che ha avuto come conseguenza per la Russia quella di legarsi a un conflitto non dichiarato, che apre poche prospettive a un’uscita onorevole.

La fine dell’isolamento?

L’autore crede che, come detto in precedenza, si aspiri a un regime russo che soprattutto si determini non attraverso il progresso in patria, ma attraverso un proprio posto nel mondo.

L’autore scrive che questo posto significa non tanto una condizione alla pari con gli Stati Uniti d’America (“persino gli utopisti nazionalisti nel governo russo non ne hanno intenzione”) ma il diritto di dire la propria dinanzi alla presa di importanti decisioni della comunità internazionale. A ciò deve seguire la possibilità di mantenere la propria sfera di influenza in Eurasia, cosa che gli Ucraini e i Georgiani potrebbero non pensare in questi termini.

Galeotti scrive che, certamente, sul territorio siriano la Russia ha fatto i conti con alcune difficoltà, tra cui il deficit di munizioni “intelligenti”, ma ha superato le aspettative occidentali, a volte compiendo centinaia di voli di combattimento al giorno. Gli aerei hanno continuato a volare, e non vi sono stati guasti catastrofici. La verità, ha precisato, è che ai russi è toccato ricorrere nel loro classico stile a improvvisazioni, per esempio, l’acquisto in Turchia di navi di seconda scelta per l’approvvigionamento del proprio contingente.

L’autore non consiglia di esagerare la grandezza del trionfo russo, in quanto “non è stata una grande operazione, ma un’operazione molto costosa, portata avanti da truppe selezionate includendo incursioni aeree contro gli avversari, i quali in pratica non avevano mezzi antiaerei”.

“Nonostante l’operazione, forse, abbia posto fine all’isolamento di Putin e alla ritirata di Assad, ha cambiato o no il sistema mondiale?”, chiede Galeotti. Dal suo punto di vista, lo status di grande potenza non deve essere dato infatti dal successo siriano, così come il colpo mancato della Russia sull’Ucraina non si deve interpretare come il sintomo della poco importanza geopolitica della Russia.

Galeotti non esclude che, dopo aver fatto un confronto fra la situazione siriana e quella ucraina, Mosca possa valutare l’utilità di una guerra ibrida. “In occidente, come in passato, si considera questo modello di guerra come qualcosa che fa ancora inorridire, ma nel Donbass viene considerato uno strumento difficile da gestire e di dubbia effettività”, scrive questi.

E quindi in Siria la Russia ha potuto apertamente dimostrare le sue nuovissime armi e decidere dove dislocarle, cosa fare con esse e quando utilizzarle, senza provocare sospetti o portare avanti trattative con Assad, che hanno informato della ritirata il giorno stesso.

Quindi, se Mosca deciderà di intromettersi in qualche altra situazione in futuro, scrive Galeotti, forse metterà in uso di nuovo i propri mezzi militari tradizionali, ai quali la NATO per l’appunto è in grado di opporsi.

L’autore così riepiloga: anche se Mosca forse è soddisfatta della propria operazione in Siria, in generale non ha mutato il rapporto di forze mondiali né ha aperto la strada a una nuova ondata di interventi russi. I Russi hanno effettivamente dimostrato una migliore capacità di azione, ma essa è del tutto limitata, soprattutto rispetto agli Usa e alla loro rete globale di basi, la loro squadra aeronautica e navale.

La guerra e il budget

Alcuni commentatori statunitensi hanno presupposto che Putin abbia preso la decisione del ritiro spinto dal desiderio di fare economia, in quanto, come scrive Ralph Peters esperto militare del New York Post, persino le bombe non intelligenti lasciate cadere sui cittadini siriani in pace, costano del denaro.

Peters crede, infatti, che in Siria i russi abbiano notato quanto il paese sia strettamente controllato dall’Iran e ne siano stati sconvolti.

Secondo le sue parole, Putin si è improvvisamente reso conto che la sua campagna aerea, invece di fortificare l’influenza moscovita, rafforza solo l’impero persiano che ne acquisiva forza.

Peters nota che i bombardamenti americani in Siria e l’impiego di forze speciali per la lotta allo Stato Islamico sono tanto necessari quanto è impossibile evitare il rafforzamento dell’influenza iraniana sulla regione.

“Noi ci siamo impantanati. Putin no. Lui si è salvato la pelle”, scrive.

Dmitrij Gorenburg, redattore del giornale Problem of Post-Communist and Russian Politics and Law, e il politologo Michael Kofman sul sito War On The Rocks hanno pubblicato “La Russia non ha ritirato le truppe dalla Siria”, articolo nel quale elencano gli aerei e gli elicotteri ancora presenti nel paese.

Essi continuano a garantire supporto aereo all’esercito statale e negli ultimi giorni hanno aiutato i tentativi di sottrarre la città di Palmira ancora sotto l’ISIS. Secondo quanto scritto dai due autori, ciò ha spinto il Pentagono per la prima volta a constatare che l’aviazione russa, alla fine, ha concentrato le truppe sullo Stato Islamico. Secondo la loro opinione, la cosa assai importante non è il parziale ritiro delle truppe russe ma il fatto che le loro basi militari siano ancora presenti sul territorio siriano.

 

 

Simona Fonti, 24 anni, studentessa UNINT del corso di laurea magistrale in traduzione e interpretazione. Membro di Russia in Translation dal 2015. simona.fonti09@gmail.com

Simona Fonti

Simona Fonti, 24 anni, studentessa UNINT del corso di laurea magistrale in traduzione e interpretazione. Membro di Russia in Translation dal 2015. simona.fonti09@gmail.com