Trent’anni dopo. Ritorno a Pripjat’.

Fonte: RIA Novosti Mosca, 25 aprile – Tradotto da Carlotta Monge

Alcuni degli ex abitanti di Pripjat’, che 30 anni orsono hanno assistito all’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’, nell’anniversario della tragedia hanno deciso di fare ritorno ai loro vecchi appartamenti abbandonati e vedere cosa ne è stato di quei luoghi.

Uno degli ex abitanti di Pripjat’ che ha fatto ritorno in città
Uno degli ex abitanti di Pripjat’ che ha fatto ritorno in città

La mattina del 26 aprile del 1986  nessuno poteva ancora supporre che l’avaria al quarto reattore della centrale nucleare in Ucraina, che all’epoca faceva ancora parte dell’URSS, si sarebbe trasformata in un enorme incidente nucleare.

Per gli abitanti del luogo l’evacuazione di tre giorni si è trasformata in un esilio trentennale.

Un appartamento in una casa abbandonata
Un appartamento in una casa abbandonata

Alcuni dei sopravvissuti, che nel 2016 hanno fatto ritorno a Pripjat’, la loro città natale, hanno rievocato quanto ricordano di quegli avvenimenti.

 

Ho avuto grandi difficoltà nel trovare il mio appartamento. Adesso ha preso il sopravvento il bosco, gli alberi spuntano attraverso il marciapiede e crescono sul tetto. Le stanze deserte, le finestre senza vetri, tutto è distrutto» racconta la sessantaseienne Zoja Perevozčenko.

Zoja Perevosčenko
Zoja Perevosčenko

 

Quel giorno di trent’anni fa lei aveva capito che era successo qualcosa solo dopo che suo marito non aveva fatto ritorno dal turno di notte nel blocco energetico distrutto, dove ricopriva la carica di direttore.

Allora era uscita dalla sua casa di Pripjat’ ed era andata a cercarlo.

«Mi ricordo che all’epoca pensavo: “Fa molto caldo”. Alcune delle persone che incontravo avevano delle mascherine. Ma nessuno spiegava niente, ci nascondevano tutto, – ricorda. – E i bambini correvano a piedi nudi attraverso le pozzanghere».

Aveva ritrovato il marito alla clinica locale. Era stato esposto a una dose mortale di radiazioni e per quella ragione la pelle del suo viso era diventata di un rosso acceso.

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Foto di famiglia di Zoja Perevosčenko prima dell’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’
Foto di famiglia di Zoja Perevosčenko prima dell’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’

Lo avevano mandato a farsi curare a Mosca, ma 45 giorni dopo era deceduto. Oltre a lui, subito dopo l’incidente, erano morte altre 30 persone di avvelenamento da radiazione.

Perevozčenko e le sue due figlie si erano trasferite a Kiev, dove vivono tuttora.

Una volta ritornata a Pripjat’, ha capito quanto le risulta difficile accostare la sua vita di allora ai ruderi abbandonati della città, lasciata definitivamente 30 anni fa dai suoi abitanti.

Un appartamento in una casa abbandonata
Un appartamento in una casa abbandonata

La quarantaduenne Elena Kuprijanova aveva solo 12 anni quando la evacuarono da Pripjat’, città che adesso si trova nel centro della cosiddetta zona di esclusione, la quale ricopre una superficie di 2600 chilometri quadrati e dove da allora praticamente non vive più nessuno.

«Mi fa male pensare che così tante vite sono state spezzate, che una città nuova e così bella ha dovuto essere abbandonata (era stata costruita negli anni ’70 – nota del redattore). Fa sentire il cuore pesante» dice.

Elena Kuprijanova
Elena Kuprijanova

La sua famiglia e altri 50 mila abitanti della città sono stati portati via su degli autobus il 27 aprile.  Gli era stato ordinato di portare con sé solo il necessario, perché dopo tre giorni sarebbero già stati di ritorno. Elena e la sua famiglia avevano preso solo i documenti e una piccola valigia.

«Faceva molto caldo, un tempo meraviglioso. Gli alberi da frutto erano in fiore e io pensavo che intendevano quello quando dicevano “radiazioni”. Per strada era tutto così bello, non avevo mai visto una cosa simile» ricorda Elena.

Foto dei tempi della scuola di Ol’ga Korolevaja con un’amica prima dell’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’ nella città di Pripjat’
Foto dei tempi della scuola di Ol’ga Korolevaja con un’amica prima dell’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’ nella città di Pripjat’

Un’altra ex abitante di Pripjat’, la sessantaquattrenne Valentina Ermakova confessa di non darsi pace per le molte cose abbandonate da lei e dai suoi vicini che sono andate perdute. Era vietato portare fuori dai confini della zona radioattiva qualsiasi cosa, tuttavia molti oggetti erano trafugati illegalmente dai cacciatori di trofei e dai commercianti di materiale di seconda mano.

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Foto di famiglia di Valentina Ermakova ed Elena Kuprijanova con i genitori prima dell’incidente alla centrale elettronucleare di Černobyl’
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«Quando siamo andati via abbiamo chiuso la porta a chiave.  Non avrebbero potuto entrare nell’alloggio senza sfondare la porta, – racconta. –  Entri e non vuoi fare altro che piangere, o meglio, semplicemente non riesci e non puoi dire neanche una parola su quello che vedi. Il dolore ti soffoca da dentro.»

Valentina Ermakova
Valentina Ermakova

 

Ma Valentina, il cui marito lavorava alla centrale elettronucleare di Černobyl’ ed è morto alcuni anni dopo a causa delle radiazioni, continua a sentirsi a casa quando è a Pripjat’, anche se della città non sono rimasti che i ruderi.

«Cammino e riconosco tutto: ecco via Lenin e ora il negozio “Arcobaleno”. Era una piccola città, conoscevamo tutte queste vie come il palmo della nostra mano».

Buche delle lettere in una casa abbandonata, Pripjat’
Buche delle lettere in una casa abbandonata, Pripjat’

Carlotta, 23 anni, iscritta al corso di traduzione presso l’UNINT

Carlotta Monge

Carlotta, 23 anni, iscritta al corso di traduzione presso l’UNINT