La nuova Russia sull’altare della Vittoria

Ad ogni anno che passa i festeggiamenti del Giorno della Vittoria in Russia crescono sempre di più e richiamano sempre più opinioni polarizzate. Ciò ha scatenato un vivace dibattito sulle connotazioni religiose di queste celebrazioni: da una parte, il Giorno della Vittoria viene indicato come “sacro” (nelle parole del presidente Vladimir Putin, esso è “il sacro simbolo della fede nella Patria”), dall’altra viene bollato da molti come un culto in senso dispregiativo, che si sostituisce alla verità della memoria storica o della stessa fede ortodossa.

8-6-4Tuttavia, nella parola “culto” non vi è nulla di dispregiativo: si può infatti parlare della nascita di una civil religion, o religione civile, della Russia contemporanea. Con questo termine si delinea sovente un particolare fenomeno al confine tra religioso e politico, apparso nella sua forma attuale nella storia moderna sull’onda della formazione degli stati-nazione. Nell’ambito di tale religione civile la Grande Vittoria [nella Seconda Guerra Mondiale, ndr.] gioca il ruolo di mito fondativo: mito inteso qui non nell’accezione di “falsità” o “invenzione”. Il mito è infatti in primo luogo una narrazione, che interpreta un certo evento come il principio del mondo nella forma in cui lo conosciamo. Tale evento si colloca allo stesso tempo nel passato, nel presente e fuori dal tempo: esso aiuta a definire i valori e gli articoli di fede, funge da punto d’appoggio della creazione dell’identità ed è funzionale alla mobilitazione verso molteplici obiettivi. Anche la presa della Bastiglia e l’esecuzione di Luigi XVI all’epoca della Rivoluzione francese sono dei miti, benché nessuno dubiti della loro storicità.

Questo evento è il principio del mondo dal quale si inizia a contare il tempo come tale. Per la Russia contemporanea il 1945 (e non il 1991, come si potrebbe pensare) funge da principio della storia e del suo conteggio, così come avviene per la nascita di Cristo. Proprio per questo si sente e vede così spesso la formula “71 anni dal giorno della Grande Vittoria”, e mai si sente “25 anni dal giorno della caduta dell’URSS”. Tale evento possiede anche una dimensione extra-temporale, rivelata ad esempio nello slogan dell’iniziativa “il Reggimento Immortale”: “Essi [i soldati caduti, ndr.] marceranno per sempre in parata trionfale”.

Nelle religioni antiche e in quelle più recenti, la creazione del mondo viene spesso invocata come vittoria delle forze ordinatrici contro le forze del caos – quella di Indra su Vrtra, di Marduk su Tiamat oppure di Cristo sulla morte. La vittoria dell’URSS viene interpretata come il trionfo su un “nemico del genero umano” abbastanza amorfo e flessibile, nel quale vengono mischiati nazisti, fascisti, regimi totalitari, estremisti islamici contemporanei e qualsiasi altro personaggio negativo. La vittoria iniziale del bene contro il male consacra peraltro le vittorie contemporanee del paese. Questo pensiero spesso sottaciuto è stato espresso direttamente dall’intellettuale conservatore Aleksandr Dugin: “Dopo l’Ossezia, l’Abkhazia, la Crimea, il Donbass e la Siria, noi russi torniamo nuovamente nella storia. E le nostre nuove vittorie, che sono reali e che sono state duramente conquistate, rendono nuovamente attuale, pregna e viva la nostra Grande Vittoria”. Alla luce di queste parole diventa chiaro anche lo slogan diffuso fra la popolazione “1941-1945. Possiamo farlo ancora”, una velata e bellicosa minaccia diretta però non contro un obiettivo particolare ma contro la totalità dei “nemici del genere umano”.

Gli eventi della guerra non sono però solo la vittoria iniziale dell’ordine contro il caos, ma anche un sacrificio: la morte dei caduti in battaglia viene vista come un’immolazione alla quale deve la sua vita la generazione presente di cittadini russi, così come l’umanità intera ed ogni destinatario del messaggio. Tale idea è stata espressa in forma compiuta all’inizio del maggio scorso in una serie di cartelloni stradali installati nel distretto di Ruza nella regione di Mosca. In due di essi vi era scritto: “In questo luogo presso la collina Zaitseva sono caduti 70.000 soldati affinché tu potessi vivere” e “In questo luogo Zoya Kosmodemyanskaya diede la sua vita per i tuoi figli”.

La reale influenza di tale religione civile però non si misura con la popolarità, peraltro difficile da misurare, di qualsivoglia idee, valori o articoli di fede, ma con la diffusione delle pratiche di culto, la partecipazione alle quali contraddistingue la reale identificazione delle persone con tale religione civile. Prima della metà degli anni zero questi rituali, a parte la consueta parata militare, era molto pochi, ma ora di anno in anno crescono di numero: oltre alle popolari iniziative del nastro di San Giorgio e del Reggimento Immortale, che vengono organizzate rispettivamente dal 2005 e dal 2012, vi sono altre iniziative analoghe, ognuna con il proprio nome ufficiale (come l’Albero dell’Eroe, la Lettera della Vittoria, Dà un passaggio a un veterano, la Candela della Memoria, il Giorno degli eroi della Patria, il Giorno del Milite Ignoto ecc.). A tale insieme di attività si associano poi anche le installazioni spontanee di targhe dedicate alla Vittoria nelle strade e nelle vie, la scrittura e la condivisione di auguri, slogan e disegni nei social network, il boicottaggio provvisorio di prodotti stranieri, le macchine ed i pulmini con scritte sopra del tipo “Prendiamoci le tedesche”, “Porto tedeschi al plotone d’esecuzione” oppure “Le ho date ad Hans”, e persino l’organizzazione di comitati di giovani patriottici e altre varie iniziative nelle scuole. Fra queste ultime iniziative se ne incontrano alcune completamente fuori dall’ordinario, come quando nel 2015 una insegnante di una scuola di Perm’ propose agli scolari di mettersi in ginocchio davanti ai veterani, la qual cosa inequivocabilmente indicava il carattere quasi religioso dell’evento.

Per il suo significato simbolico e la diffusione della pratica, il nastro di San Giorgio può essere assimilato all’uso di portare una piccola croce per i cristiani o la kippah per gli ebrei. Il nastro in primo luogo funge da simbolo dell’identità del “vero patriota russo”, e in secondo luogo permette a chi lo porta di sentirsi parte della società e partecipare alle sue pratiche di culto. Per questo per le persone è importante portare il nastro (o più nastri) in bella mostra e “consacrare” in tal modo oggetti come una borsa, uno zaino, una carrozzina o una macchina. Quest’anno in un salone di bellezza per animali a Mosca veniva proposta l’opzione di decorare con la simbologia di San Giorgio anche gli animali domestici.

E come Abramo non fu in grado di benedire in modo eguale Giacobbe ed Esaù, così la Vittoria può “consacrare” solo una identità ed una politica. Negli stati dell’ex Unione Sovietica il Giorno della Vittoria viene oramai visto come una festa espressamente russa, e supportarla significherebbe in tali stati solidarizzare con il passato imperiale ed in un certo senso negare la propria sovranità. Per questo si sono rifiutati dal festeggiare e dal condurre parate militari la Bielorussia, il Kazakhstan, il Tajikistan, il Turkmenistan, l’Armenia e la Georgia, che al posto di questa festa celebrano Giorni dell’Indipendenza o Giorni delle Forze Armate. Le autorità bielorusse “sconsigliano” ai cittadini di portare il nastro di San Giorgio, che viene equiparato a simbolo statale della Federazione Russa. Oltre a ciò, in Bielorussia ed in Ucraina vengono proposti simboli alternativi di memoria, rispettivamente un fiore di melo rosso-verde ed un fiore di papavero.

D’altronde, il Giorno della Vittoria viene celebrato solennemente nelle regioni che vogliano mostrare la loro appartenenza acquisita alla Russia e la loro solidarietà al corso politico attuale: per esempio, il 7 maggio qualche migliaio di abitanti della Repubblica popolare di Donetsk si sono riuniti per un evento di celebrazione ed una messa funebre presso il monumento “Saur-Mogila”, due anni fa quasi distrutto nel corso dei combattimenti, mentre nella Repubblica popolare di Lugansk è stata introdotta una sezione locale dell’iniziativa del nastro di San Giorgio: la vice-direttrice dell’amministrazione del leader della repubblica Marina Filippova ha sottolineato che l’iniziativa si tiene in tutte le città e in tutti i quartieri della repubblica e che il nastro è il “simbolo della nostra vittoria, il simbolo degli abitanti del Donbass, il segno del nostro orgoglio e delle nostra tenacia”. Una festa non meno solenne si celebra già da qualche anno in Crimea, dove nel 2014 era presente alle celebrazioni del 9 maggio lo stesso Vladimir Putin.

Per quanto riguarda l’opportunità di far coincidere la devozione al culto della Vittoria con la fede ortodossa, tale prospettiva viene oramai respinta soltanto da una sparuta minoranza di dissidenti all’interno della Chiesa Ortodossa, come Sergey Chapnin (giornalista ed ex direttore editoriale della Rivista del Patriarcato di Mosca), che nel 2011 indicò come “pagano” tale culto. Al contrario, il Patriarca Kirill già l’anno scorso, nel 70esimo anniversario della Vittoria sulla Germania nazista, affermò che anche la Pasqua era un Giorno della Vittoria – risultato di un lungo percorso di ripensamento del ruolo della Chiesa nella guerra e, in particolare, nella vittoria contro il nemico. In relazione a questo sono state attivate tutta una serie di iniziative locali: sempre nel 2015 a Perm’ i veterani sono stati festeggiati dagli scolari di una scuola domenicale, con il loro catechista che sosteneva che “la fede nella Vittoria ci ha aiutato a sconfiggere il nemico”. La parola “fede” in questo ambito aveva ovviamente un doppio significato. Infine, nello stesso anno in una locandina del coro del monastero di Valaam si trovava lo slogan “Fede e Vittoria”, a conferma della legittimità nella Russia contemporanea dell’associazione di tali parole e del complesso di idee ad esse associato.

Fonte: Nezavisimaya Gazeta 18/05/16 – Tradotto da: Francesco Tamburini – Commento di: Aleksey Zygmont

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Storico, traduttore, blogger. Laureato nell’aprile 2016 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma con una tesi sulla politica estera russa ed i rapporti con la NATO da Gorbachev a Putin.

Francesco Tamburini

Storico, traduttore, blogger. Laureato nell'aprile 2016 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma con una tesi sulla politica estera russa ed i rapporti con la NATO da Gorbachev a Putin.