Nuovo presidente degli USA: chi conviene di più alla Russia tra Clinton e Trump?

Ria Novosti, 19/05/2016; tradotto da Francesco Iovenitti; giornalista: Rostislav Iščenko

La maggioranza degli esperti russi, osservatori o semplici cittadini interessati alla campagna elettorale negli Stati Uniti, tanto quanto alle Olimpiadi o ai Mondiali di calcio, nel corso dell’attuale corsa alla presidenza simpatizzano per Donald Trump, e non c’è da stupirsi.

Innanzitutto Hillary Clinton è una donna poco amabile nelle relazioni diplomatiche. Poi il suo atteggiamento negativo fino al ribrezzo nei confronti della Russia è ormai risaputo. Trump è un tipo trasgressivo impegnato a guerreggiare con la tradizionale élite americana. E chi è che ama a questo mondo la tradizionale élite americana? I russi assegnano generalmente a Donald Trump il premio della simpatia.

Bisogna riconoscere che Donald Trump può diventare per l’America un presidente migliore di Hillary Clinton. Perlomeno il repubblicano è una chance. Mentre i democratici rappresentano la garanzia di un’accelerata perpetuazione dell’attuale avvizzimento dell’egemonia americana.

Ma i russi simpatizzanti di Trump sperano che egli possa essere il miglior presidente americano per la stessa Russia. Questo rende la vicenda problematica. Io credo che tali speranze siano infondate e, se toccasse a noi votare alle elezioni americane, darei scientemente il mio voto all’ex Segretario di Stato e moglie del 42esimo presidente degli Usa.

Mi attengo ai seguenti motivi.

In primo luogo la politica repubblicana storicamente è stata sempre meno rigida e meno dogmatica. Reagan comprese molto presto il cosiddetto “impero del male” dell’URSS e i vantaggi che poteva portare la distensione di Gorbacëv a Washington, trasformandosi nel miglior alleato dell’Unione Sovietica. Il successore repubblicano George Bush senior non partecipò attivamente ad alcuna campagna per la divisione dell’URSS. All’epoca si recò di proposito persino a Kiev dove le élite ucraine puntavano all’indipendenza, con lo scopo di persuaderle che l’URSS avrebbe garantito loro un futuro roseo.

Il 40esimo e il 41esimo presidente degli Stati Uniti non furono altruisti. Ragionarono semplicemente con più flessibilità rispetto ai democratici, sapendo che la strada che conduce all’obiettivo non è sempre quella più breve. Portando avanti la strategia con azioni indirette, essi tentarono di soffocare l’URSS tra le proprie braccia e per poco non vi riuscirono. Con questo scenario il crollo dell’Unione Sovietica si rivelò inutile per loro. Il loro intento era solamente quello di sfinirla e degradarla al rango di partner inferiore che, nella prospettiva dell’egemonia americana, avrebbe tolto le castagne dal fuoco anche in modo più efficace dell’Unione Europea.

Quella fu una bella operazione che avrebbe dovuto condurre gli Usa a una vittoria pulita a costi contenuti. Il crollo dell’URSS la rese più complessa, tuttavia non la smentì: ormai la Russia doveva semplicemente essere soffocata.

Ma poi a rovinare tutto ci pensarono i democratici, rappresentati dalla famiglia Clinton. Si precipitarono a consolidare territori importanti, a loro avviso, ma che in realtà non possedevano alcuna rilevanza strategica (in parte, la Jugoslavia). Contemporaneamente anche nello spazio post-sovietico ebbe inizio una politica sempre più decisa con lo scopo di ostacolare la Russia.

Mosca fu messa in guardia, tuttavia l’opinione pubblica russa, in un primo momento favorevole agli Stati Uniti, cambiò radicalmente. L’occasione sfuggì di mano e gli Usa si gettarono in una competizione logorante per preservare la propria egemonia, che fino ad oggi ha dispiegato i propri schieramenti di battaglia e ha praticamente distrutto tutte le risorse naturali, sebbene allo stesso tempo abbia concesso alla Russia la possibilità di concentrarsi, consolidarsi e organizzare una controffensiva.

L’amministrazione democratica Obama dichiarò di essere consapevole della necessità di riforme strutturali. Il premio Nobel per la pace cercò di voltare pagina rispetto al nefasto passato, sospendere azioni militari in tutto il mondo, abbandonare la competizione con Russia e Cina e focalizzarsi sui problemi interni degli Stati Uniti.

Non ci è riuscito per diversi motivi.

In primo luogo, egli non si è dimostrato pronto alla carica presidenziale. Obama ha più che altro pronunciato discorsi incendiari invece di attuare le proprie idee.

In secondo luogo, intendendosi poco di politica estera, ha concentrato tutte le sue forze sulle riforme di politica interna (necessarie, ma insufficienti), lasciando la politica estera nelle mani di quelle persone che ai tempi di Clinton avevano messo in atto lo slogan “Ubi maior, minor cessat”, trascurando gli interessi strategici degli Usa.

In terzo luogo, fino alla presidenza Obama gli Stati Uniti hanno fatto importanti progressi per realizzare il concetto di repressione violenta di ogni potenziale nemico in politica estera. Hanno professato così a lungo il credo “conquistare tutto, non perdere niente”, che senza una volontà di ferro unitaria al comando che potesse realizzare un complessivo progetto alternativo, né i militari, né i politici, né i diplomatici sono stati in grado di svincolarsi dal circolo vizioso di quelle decisioni, la cui inesorabilità è dettata da scelte precedenti.

Perciò Obama è stato di fatto ostaggio di quella politica estera tanto pericolosa per gli Usa, realizzata fino al 2008 dallo stesso Clinton e dall’amministrazione repubblicana Bush junior. Nell’ultimo periodo iniziò ad essere ormai chiaro che Washington non fosse più in grado di reprimere con la forza tutti gli oppositori, ma Bush junior non aveva abbastanza esperienza e volontà per apportare un deciso cambio di rotta dell’amministrazione. Inoltre durante quasi tutto il mandato di Bush junior, gli Stati Uniti viaggiavano nell’euforia delle formali vittorie in politica estera (Iraq, Afghanistan) e queste dinamiche di inerzia non facevano dormire sonni tranquilli a nessuno, salvo a un piccolo manipolo di specialisti.

In generale, il paradigma della politica estera stabilito dai Clinton e mantenuto come fondamento di sei mandati presidenziali con tre diversi presidenti, non ha affatto permesso agli Usa di schiacciare la Russia/URSS in modo più efficace e meno dispendioso. Essa ha condotto alla crisi gli stessi Stati Uniti cosicché l’accumulo delle materie prime ha sciolto il proprio legame con la questione del dominio globale.

Le élite di Washington si trovano oggi nuovamente di fronte all’impellenza di una scelta. Si può continuare in modo ottuso quella politica di repressione con la forza, sperando che l’avversario crolli prima che le forze americane si esauriscano. Attualmente bisogna ormai sperare solo in un miracolo, come quello che con gli stravolgimenti del 1917 ha permesso alla Russia di uscire dalla Prima Guerra mondiale, rinviando di un anno e mezzo il crollo della Germania. Sostenitrice di questa linea è Hillary Clinton.

Noi sappiamo cosa farà e come agirà Hillary Clinton. Siamo consapevoli di doverci scontrare con degli isterici, con i tentativi di pressione, con una palese cafonaggine e con la manifesta minaccia di guerra. Ma sappiamo anche che non sarà Hillary a decidere se premere o meno quel pulsante. Le persone che prenderanno la decisione saranno notevolmente più equilibrate.

Più in generale, avendo a che fare con Hillary, ci troviamo davanti un avversario sgradevole ma intuibile e prevedibile, che porterà ancor di più gli Stati Uniti verso una crisi energetica.

Trump non è Bush junior. È la concentrazione delle più potenti fazioni della politica repubblicana. Non è più gravato da norme morali rispetto a Hillary Clinton. Ma è più duttile e, tralasciando l’ottusa marcia inflessibile, scorge altre vie di risoluzione del problema americano. Innanzitutto Donald Trump comprende che, senza stabilizzare il sistema economico e finanziario americano, ogni pretesa all’egemonia mondiale non è nient’altro che un bel desiderio, mentre gli Stati Uniti rischiano di trasformarsi rapidamente in una “Burkina Faso con i missili”[1].

Bisogna sapere che Trump non è solo. Di certo si batte contro il tradizionale establishment repubblicano, tuttavia non significa che non stia sfruttando il sostegno degli influenti circoli segreti, consapevoli della pericolosità della politica dei Clinton e con la volontà di avvicinarsi alla questione in modo più creativo. Senza un forte sostegno, tenendo conto della sottomissione dei mass media americani alle élite dei partiti, Trump semplicemente non avrebbe avuto la chance di salire su un palco. E tutti i suoi miliardi non sarebbero stati sufficienti per una campagna convincente.

Si può pensare che Trump stia tentando di proporre agli Usa una politica simile a quella attuata da Putin in Russia.

In primo luogo, un compromesso accettabile in politica estera. Gli Stati Uniti potrebbero ridimensionare le loro missioni nei principali teatri di guerra, a condizione di salvare la faccia.

In secondo luogo, focalizzarsi sui problemi interni. Ovvero una riforma rigida di ricostruzione del malato ma cruciale sistema finanziario ed economico, che coinvolge anche il mondo esterno (un possibile default di Trump è ovviamente preso in considerazione).

In terzo luogo, la questione dei contrasti tra le restanti potenze in gioco che, in caso di ridimensionamento della presenza internazionale degli Stati Uniti, inizierebbero ad aizzarsi le une contro le altre, perché non ci sarebbe più la necessità di difendersi dal pericolo comune proveniente da Washington, e i contrasti si inasprirebbero.

Gli Usa si trovano ora in una situazione piuttosto complessa. Non è detto che le riforme di Trump possano risollevarli. Non è detto che a Trump venga concesso di realizzarle. Ma Trump è una possibilità di rinascita, dopo di che si ritornerebbe a una politica estera attiva e aggressiva nella condizione più favorevole possibile.

Invece Hillary Clinton aprirebbe a Washington la strada verso la miseria. E dopo di lei nessun Trump riuscirebbe più a salvare l’America.

[1] Espressione che la stampa occidentale utilizzava per chiamare ironicamente l’URSS durante la Guerra Fredda

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione

Francesco Iovenitti

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione