Il senso ed i limiti della visita di Lukashenko a Roma

Fonte: Carnegie.ru 31/05/2016 – Tradotto da: Francesco Tamburini – Articolo di: Artyom Shraibman

La recente visita al Papa ha lasciato a Lukashenko una soddisfazione che non si vedeva da tempo. Il presidente bielorusso ha parlato col Pontefice 40 minuti, dichiarando una vicinanza a livello ideologico e invitando Papa Francesco a Minsk. Questi a sua volta ha nominato la capitale bielorussa “luogo di pace”, lusingando Lukashenko, che ormai da due anni ha assunto il ruolo di conciliatore nel conflitto russo-ucraino.

Ciascuno dei leader aveva particolari obiettivi in questa visita. Papa Francesco, in continuità col suo predecessore Benedetto XVI, ha accolto Lukashenko per il ruolo speciale che la Bielorussia ha agli occhi della Santa Sede. Il paese è nel territorio canonico della Chiesa Ortodossa russa ma in essa vive quasi un milione e mezzo di cattolici (15% della popolazione bielorussa). Per il Papa è importante che questi fedeli non siano soggetti a discriminazioni: i contatti con Minsk vengono quindi visti dal Vaticano in chiave umanitaria. Lukashenko garantisce ogni volta ai messi pontifici, e questa volta lo ha potuto fare al Papa stesso, che in Bielorussia non vi sono violazioni dei diritti dei fedeli – il che non è nemmeno troppo lontano dalla realtà.

Ma per il presidente bielorusso la visita al Vaticano e a Roma (vi è stato infatti anche un incontro con il Presidente italiano) ha avuto più di uno scopo. Questa è stata infatti la prima visita di Lukashenko nell’Unione Europea a seguito della cancellazione delle sanzioni UE contro il suo paese. Come durante la fase precedente di riavvicinamento nei rapporti, nel 2009, è stata ancora Roma la prima tra le capitali europee ad aprire la porta a Lukashenko.

Non si tratta certo di un caso. Al lettore russo sarà certamente nota la posizione particolare dell’Italia rispetto alle sanzioni europee nei confronti di Mosca. Questa posizione coinvolge anche Minsk: i vari governi italiani hanno infatti messo in atto, se non attività di lobbying, almeno una politica a supporto della rimozione al più presto possibile delle sanzioni contro i vicini orientali dell’Unione Europea. Ed è pressoché certo che, per questa posizione, Roma abbia ricevuto molte parole di gratitudine dal presidente bielorusso.

Ma il momento chiave della visita è stato senza dubbio l’udienza col Papa. Per il presidente bielorusso il senso politico della visita con una indiscussa autorità morale come Papa Francesco è infatti quello di mostrare agli altri leader europei che non c’è vergogna nell’avere rapporti con Lukashenko. Il Vaticano, così come sette anni fa, viene così utilizzato dalla Bielorussia come tramite con il club dell’alta politica internazionale.

VERSO UNA RINNOVATA COOPERAZIONE

Il ritorno di Aleksandr Lukashenko in Europa è stato preceduto da una certosina preparazione a colpi di atti di politica interna ed estera adottati da Minsk, che hanno portato molti a parlare di questo come del secondo flirt geopolitico messo in atto dal leader bielorusso: una posizione neutra in merito alla Crimea, il mantenimento di buoni rapporti con Kiev, l’offerta di una piattaforma per le trattative [del Gruppo di Contatto di Minsk, ndr]. Nella capitale della Bielorussia quasi ogni mese arrivano nuovi diplomatici americani ed europei. Il Ministro degli Esteri bielorusso accoglie regolarmente funzionari dai fondi politici occidentali, gli stessi che in Russia (e fino a non poco tempo fa in Bielorussia) vengono chiamati “burattinai delle rivoluzioni colorate”.

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Ma qualcosa sta succedendo anche all’interno del paese. Nell’agosto dell’anno scorso Lukashenko ha liberato tutti i prigionieri politici e ha introdotto una moratoria informale sullo scioglimento delle manifestazioni di opposizione. Già da quasi un anno la polizia bielorussa non arresta – e i giudici non condannano – i partecipanti a picchetti e manifestazioni non sanzionate ufficialmente. I manifestanti ricevono solamente salate multe ex-post, un trattamento che comunque appare agli occhi occidentali più civilizzato rispetto all’arresto violento di decine di persone pigiate dentro un furgone della polizia.

Allo stesso tempo Minsk ha rinnovato il dialogo con l’Unione Europea anche su materie spinose come diritti umani e pena di morte [ancora vigente in Bielorussia, unico stato europeo, ndr]. Lukashenko ha ammesso che una parte delle raccomandazioni dell’OSCE sul processo elettorale verranno prese in considerazione per le elezioni parlamentari pianificate per il prossimo autunno. Il Comitato Elettorale Centrale ha già pubblicato linee guida nelle quali viene proibito ai membri dei comitati locali di eseguire lo spoglio dei voti girati di spalle rispetto agli osservatori, come avveniva in precedenza [impedendo una reale osservazione dello scrutinio elettorale, ndr]. Le autorità hanno anche promesso una riforma della legislazione elettorale a seguito delle elezioni.

Tutto questo, s’intende, non sposta di una virgola l’essenza del sistema autoritario bielorusso. I leader nei regimi personalistici, certi nel loro mandato quasi divino, non sono predisposti a permettere trasformazioni politiche finché ci sono risorse per governare il paese. La domanda da porsi è perché allora Lukashenko si sia sforzato tanto per sanare i rapporti con l’Occidente proprio ora.

Le ragioni sono due. In primo luogo, la Russia dopo le sue campagne in Crimea, nel Donbass ed in Siria viene vista dai vicini come un alleato sempre meno prevedibile. In secondo luogo, la crisi del mercato russo come sbocco dell’export bielorusso ed il crollo dei prezzi del petrolio – la cui rilavorazione rappresenta la prima voce dell’export bielorusso – hanno danneggiato l’economia bielorussa in misura maggiore rispetto a quella russa.

Proprio l’aspetto economico distingue l’attuale virata del presidente bielorusso verso l’Occidente da quella effettuata nel 2008. Anche allora Lukashenko era spaventato dalla guerra russo-georgiana, anche allora aveva liberato dei prigionieri politici, aveva effettuato un paio di visite nell’Unione Europea, aveva litigato con la Russia fino alla trasmissione “Padrino bielorusso” su NTV [film-documentario in 5 puntate critico nei confronti Lukashenko in onda sulla tv russa nel 2010, ndr], ma dopo le elezioni nel dicembre 2010 il presidente aveva comunque disperso manifestanti, era incorso in nuove sanzioni UE e tutto era ritornato al punto di partenza.

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Ora gli obiettivi e le ambizioni di Minsk sono ben più seri. Il governo sembra aver preso coscienza che la crisi in Bielorussia è lì per rimanere, e che non si può fare affidamento a lungo su l’alleanza sempre meno soddisfacente – a livello politico e finanziario – con Mosca. Il problema di Lukashenko è che in questi anni è cambiato l’umore anche nelle capitali europee.

SCOTTATI DALL’UCRAINA

Allora, 8 anni fa, durante la prima distensione dei rapporti, l’Unione Europea lanciò il programma del Partenariato Orientale. Bruxelles propose a sei paesi post-sovietici (Armenia, Azerbaigian, Ucraina, Moldavia, Georgia e Bielorussia) un programma di cooperazione senza garanzie di ingresso nella UE. Le autorità di questi paesi, si pensava, sarebbero divenute partner affidabili dell’Unione Europea ed avrebbero iniziato un percorso di democratizzazione spontanea, irretite dalla prospettiva di un regime senza visti e di una zona di libero scambio con il mercato unico europeo. Tra l’UE e la Russia sarebbe dovuto così nascere una zona di stabilità e sviluppo fedele a Bruxelles.

Di fatto questo programma è fallito su tutti i fronti. La regione del Partenariato Orientale – che comprende Crimea, Donbass, Abkhazia, Nagorno-Karabach e due capitali, Chisinau e Kiev, paralizzate dalla corruzione – è divenuta per l’Unione Europea un mal di testa senza fine.

Quando ho avuto occasione di visitare Bruxelles, alla vigilia della cancellazione delle sanzioni nei confronti della Bielorussia (nello scorso febbraio), c’era nell’aria un umore ben diverso rispetto alla beata ingenuità degli anni passati. Un burocrate europeo in un colloquio privato ha spiegato: “Qua abbiamo la Brexit, la Grexit, l’afflusso di migranti, il caos in Ucraina, e non vogliamo che la Bielorussia diventi un ulteriore problema.” Un’altra ufficiale di Bruxelles mi ha detto in maniera schietta: “Noi non possiamo portare la democrazia in Bielorussia più velocemente di quanto non chieda il popolo bielorusso.”

A Minsk non verrà più richiesta una forte partnership e l’adozione dei valori europei, ma solamente pace e stabilità. Queste aspettative non sono compatibili con una seria strategia di riavvicinamento, che potrebbe infuriare Mosca. Scottata dall’Ucraina, l’Unione Europea ora soffia sulla Bielorussia.

Questo giustifica anche il diverso assortimento dei ‘regali’ predisposti per la Bielorussia rispetto a 6-7 anni fa. Nel 2010, alla vigilia delle elezioni presidenziali erano arrivati a Minsk gli allora Ministri degli Esteri della Polonia e della Germania, Radosław Sikorski e Guido Westerwelle. Questi avevano portano con sé una proposta quantomeno rozza che però non si fecero scrupolo di rivelare: se Lukashenko avesse condotto delle elezioni libere e democratiche, avrebbe ricevuto 3 miliardi di euro.

Quello che invece viene proposto a Minsk ora è di aumentare il volume del supporto tecnico per progetti di diversificazione energetica, scambi formativi e di modernizzazione dei punti di controllo alle frontiere. Insomma, qualche decina o al massimo qualche centinaio di milioni di euro.

La Banca europea degli investimenti (BEI) promette di entrare in Bielorussia, e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) di fornire credito ad imprese statali. Entrambe le istituzioni operano al massimo su somme di centinaia di milioni di euro e li distribuiscono in maniera diffusa tramite redditizi progetti a medio termine. Gli altri vantaggi promessi dal riavvicinamento all’Unione Europea sono di scarso peso – ad esempio, il forum per investimenti euro-bielorusso svolto da poco a Vienna.

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Il fatto è che nella UE non vi sono né volontà politica né risorse sufficiente per fornire un supporto finanziario più consistente a Minsk. E le proposte sul tavolo non possono in alcun modo soddisfare la necessità della Bielorussia di risorse urgenti e ingenti.

UNA INEVITABILE INCOMPATIBILITA’

Per quanto riguarda poi la cooperazione politica, il percorso qui è ancora più arduo. In primo luogo la Bielorussia fa parte dell’Unione economica eurasiatica (UEEA): per il paese quindi la via all’associazione con l’Unione Europea è chiusa de iure e, considerando la sensibilità russa, de facto. Mentre la Georgia e l’Ucraina ricevono un regime senza visti, Minsk e Bruxelles discutono solamente di ridurre il costo dei visti da 60 a 35 euro. Ed anche questo processo, iniziato due anni e mezzo fa, va a rilento.

Con Minsk non vi è nemmeno un accordo-quadro di partnership e cooperazione, che l’UE ha sottoscritto con tutti gli altri paesi dell’UEEA. Quando il Ministero degli Esteri bielorusso ha ricordato che non sarebbe male discutere di questo documento, da Bruxelles hanno risposto: non è il momento, svilupperemo i rapporti in maniera graduale.

Il fatto è che, sebbene le considerazioni da realpolitik abbiano riacquistato popolarità a livello europeo, l’attenzione della UE ai suoi valori fondanti non è scomparsa. La Bielorussia, da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere, rimane un paese autoritario con un presidente inamovibile e senza divisione dei poteri. Già la più democratica Turchia, che sta aiutando l’UE a risolvere la spinosissima crisi migratoria e che per questo chiede un regime senza visti, si sta scontrando contro la riluttanza di Bruxelles a violare apertamente i propri principi ed a chiudere gli occhi in materia di diritti umani. Per ora Minsk non è nemmeno lontanamente vicina ad un grado di cooperazione con l’Occidente tale che nei suoi confronti vengano adottati solamente standard essenzialmente.

È molto probabile che a breve le due parti si scontreranno con l’incompatibilità delle pretese reciproche e che il riavvicinamento rallenterà. Nel suo recente messaggio al popolo e al parlamento bielorusso, Lukashenko ha detto con un accenno d’insoddisfazione che i rapporti con l’Occidente attualmente sono fermi alle “chiacchiere”.

Per questo motivo, l’incontro col Papa potrebbe risultare un’utile mossa di public relations per il presidente bielorusso, ad uso esterno ed interno allo stesso tempo. Ad essa potranno seguire altri incontri con leader europei. Ma una deriva bielorussa ad Occidente, con la quale i media patriottici russi amano spaventare i loro lettori, non ci sarà. Almeno per ora a Bruxelles nessuno aspetta Minsk con impazienza.

Storico, traduttore, blogger. Laureato nell’aprile 2016 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma con una tesi sulla politica estera russa ed i rapporti con la NATO da Gorbachev a Putin.

Francesco Tamburini

Storico, traduttore, blogger. Laureato nell'aprile 2016 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma con una tesi sulla politica estera russa ed i rapporti con la NATO da Gorbachev a Putin.