“Difficile essere liberi nel mondo del cinema”

Intervista di Tat’jana Rozenštajn ad Andrej Končalovskij, premiato al Festival del Cinema di Venezia

Alla 73esima edizione del Festival del Cinema di Venezia Andrej Končalovskij riceve il “Leone d’argento” per il film “Raj” (Paradiso). La rivista Ogonek ragiona con il vincitore sui difetti politici ed estetici della modernità.

— Di norma in questi casi si usa chiedere se uno è felice, essendo comunque il premio più importante per un regista in uno dei principali festival del cinema… 

– Sa cos’è la felicità? Ora glielo racconto. È quando cammino sulle rive della Giudecca, mi godo il tramonto veneziano e so che dopo due giorni proietteranno il mio film al festival del cinema. È paragonabile a quando pregusti l’attesa di un incontro con una bella donna. Il bello non è tanto nell’incontro, quanto nell’attesa. Può darsi che con lei andrò a cena oppure in una camera d’albergo, ma è un altro discorso. La felicità è l’attimo in cui si pregusta. Capisce? Certo, fa piacere ricevere un premio. A maggior ragione in Italia, che tanto ha influito sulla mia vita e sulla mia creatività. Il mio primo premio l’ho ricevuto qui nel 1962 (per il cortometraggio “Mal’čik i golub’”, Il bambino e la colomba). Ero uno studente quando venni per la prima volta a Venezia, giovane, fresco, direttamente da Mosca. Uscii dalla stazione di Santa Lucia e mi vennero incontro delle barche dove le persone, sedute, cantavano. Domandai alla guida: “Perchè cantano? È un giorno di festa?” A quei tempi a Mosca si cantava due volte l’anno, in occasione delle feste. Mi rispose: “No, non è festa. Noi viviamo così”. Ecco come l’Italia fece mutare il mio sguardo verso il mondo.

— La maggior parte dei film che attualmente si girano in Russia non parlano di oggi ma di “ieri”, del passato, eroico o tragico. Così come il suo film. Perché? Come giudica il fatto che oggi gran parte delle pellicole russe vengano dedicate al passato e non all’epoca contemporanea?

— Sul passato si gira molto dovunque, in America, ad esempio. Io faccio film su diversi temi. Ad esempio, il mio ultimo film racconta di un postino che vive nella nostra epoca (“Belye noči počtal’ona Alekseja Trjapicyna”, Le notti bianche del postino Aleksej Trjapicyn). Non cerchi il senso dove non ce n’è. Perché stavolta ho girato un film sul passato? Perché se noi non ci occupiamo del passato, della nostra storia, non riusciremo a comprendere il presente e a guardare al futuro. Vero è che la mia pellicola non rispecchia una realtà documentata. Ma il soggetto si basa su fatti realmente accaduti. A Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale vivevano gli emigrati russi, l’aristocrazia che aveva lasciato il paese nel 1917. Tra questi c’era Viki Obolenskaja, la cui vicenda mi è saltata subito all’occhio. Quando i nazisti entrarono in Francia Viki e i suoi simili si associarono al movimento della Resistenza. Essi lottarono contro il nemico, salvarono i bambini ebrei e la gran parte di questa gente morì. Per queste imprese non ricevettero alcun premio o riconoscimento postumo. Così mi è venuta un’idea: mostrare come un’aristocratica russa, che conduceva una vita spensierata, abbandonò tutto, rinunciò ad ogni cosa per sacrificarsi per gli altri. Julija (attrice Julija Vysockaja, che nel film ha il ruolo della protagonista) non interpreta proprio Viki Obolenskaja, ma sul copione il nome della protagonista è Ol’ga ed è un personaggio generalizzante. Julija è dovuta dimagrire parecchio per la parte, c’erano scene in un campo di concentramento. Ma lei non sapeva che avevo anche deciso di farla rasare a zero. Accadde quando ormai stavamo girando, dissi: “Tagliatele i capelli”. Nelle tre ore seguenti lei non volle uscire dalla roulotte. Alla fine, ci raggiunse sul set…moralmente pronta.

— L’Olocausto e la Resistenza sono temi dolorosi e tragici. Spesso vengono girati film su questi argomenti, è diventata quasi un’industria. Non le pare che gli spettatori si siano stancati di questo ripetuto sfruttamento dei personaggi tragici e ormai non li prendano più così a cuore? Questo può provocare perfino un effetto contrario, il rigetto: la gente non ama rievocare l’orrore.   

— Sì, sì, questa l’ho sentita: “Troppi film su questo tema, la gente si lamenta che non li vuole più vedere…” Anch’io spesso non voglio vederli, per questo ho fatto un film tutto mio. La stessa cosa con Shakespeare: ci sono molte rappresentazioni dell’Amleto, ma quante buone? Oggi sull’Olocausto si girano film…banali. Si fa vedere un gruppo di reclusi deperiti con le tute a righe. Sembrano come quel brano del Nabucco di Verdi. Io non faccio film perché un tema è complesso o raro, ma proprio perché ne parlano tutti, ma a me non piace come ne parlano. Non ho girato un film sulle sofferenze fisiche, non ci sono né teste mozzate, né mucchi di cadaveri. Il mio film tratta principalmente dei rapporti umani. A me interessa il tema della violenza spirituale, la violenza sull’anima. Trasmettere questo è più complicato. Forse l’ultimo a occuparsi di questo a pieno titolo è stato Dostoevskij. Io credo che la violenza spirituale sia più terribile perfino di quella fisica. E mi interessa anche la tipologia di persona che è convinta di aver ragione. Ha talmente tanta fiducia nella propria ragione che in suo nome compie violenza e male. Credendo di fare del bene. Questo è un tema eterno, così come eterno è il male in questo mondo. Ricordatevi di Girolamo Savonarola o Giovanna d’Arco. Anche loro giustificavano le proprie azioni con buoni e nobili ideali: per la nazione, per la fede…Oggi puntualmente ci si maschera dietro alle battaglie per i diritti umani, alla democrazia, alla libertà. Mi piace ricordare: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.

— Quindi lei vorrebbe mettere in guardia da tali errori e per questo utilizza l’esperienza del passato e la storia? Per prevenire il ripetersi di certi errori nel mondo contemporaneo?

— Ma come si può prevenire? Guardi come continuano! La storia non ci ha insegnato nulla. Oggi tutti si ricordano com’è finito il desiderio di creare un “paradiso tedesco” sulla terra. E i tedeschi provano un senso di vergogna, anche se l’attuale generazione non deve assumersi la responsabilità per gli errori dei propri nonni. Ma esiste un’altra grande potenza che è convinta che in nome “della libertà e della democrazia” abbia il diritto di bombardare l’Iraq o la Serbia. Come si può uccidere un’altra persona in nome dei cosiddetti diritti umani? Le belle idee si possono travisare fino a diventare irriconoscibili. Noi non abbiamo imparato da niente. Qualcuno sosterrà che il mio ragionamento non sia politicamente corretto. Ma io su questo ho scritto un articolo, “Novaja diktatura” (La nuova dittatura), e reputo appunto che il politicamente corretto uccida la personalità di un politico.

— Il mestiere del regista somiglia in qualcosa all’attività di un politico. Anche il regista si ritrova sempre davanti a un dilemma: rispettare il politicamente corretto o mostrare la cruda realtà…

— Nel mondo del cinema è difficile essere liberi, perché ha un prezzo molto alto. Per fortuna, io ho smesso di pensare al budget e sto girando già il secondo film solamente per me. Per poi metterlo metaforicamente in un cassetto e non provare a guadagnarci soldi. Se il film piace a qualcuno, perfetto. Altrimenti, siate indulgenti. Io mi reputo fortunato perché ci sono persone pronte a sprecare soldi per i miei film. Ad esempio, il Fondo per la cultura e lo sport, il fondo ebraico europeo. Ho detto loro: “Non riavrete indietro neanche un singolo centesimo”. Ma tutti loro hanno deciso ugualmente di investire soldi nel mio progetto. Non per guadagnarci, ma perché a loro interessa l’argomento. Ho appena terminato la sceneggiatura su Michelangelo e lo girerò nello stesso modo. Ormai ho avvertito i produttori che loro non ci guadagneranno nulla. Ognuno ha la propria concezione di libertà. Io, ad esempio, credevo ormai di sapere tutto dopo 50 anni di lavoro nel cinema, finché non mi parve chiaro che sapevo tanto quanto sanno gli altri, probabilmente anche meno. Come quando si scala una montagna alta e poi, raggiunta la vetta, si scopre che quella montagna era soltanto una collina. Ma che bei monti proseguendo oltre: è quella la vera libertà.

— Il Reichsführer Himmler nel suo film è interpretato dal celebre attore russo Viktor Suchorukov. La simpatia per l’attore spesso si riflette anche sul personaggio: questo è un bene?

— Ho proposto questa parte a Viktor solamente perché è un attore straordinario ed eclettico, in grado di cimentarsi in qualsiasi ruolo. L’ho chiamato nel cuore della notte dicendogli che volevo prenderlo per il mio film. Abbiamo lavorato sulle caratteristiche estetiche e sui dialoghi. Oltre ad essere proprio letteralmente delle incarnazioni del male, i personaggi del mio film sono le persone più comuni. Come ho già detto, sono stati tutti traditi dai propri ideali o dai propri errori. Credevano di operare il bene compiendo invece il male. Lo stesso Helmut, un personaggio del nostro film, ufficiale di alto grado delle SS, non era un uomo cattivo, ma commise degli errori. In generale le categorie di “buono” e “cattivo” difficilmente ci aiutano a semplificare il problema. A volte amiamo delle persone che compiono bruttissime azioni. Iniziamo a star male, soffriamo per loro, insieme a loro. Ma l’amore rimane, nonostante tutto. Come spiegarlo? É un enigma, anche per questo motivo esiste l’arte.

— Stilisticamente il suo film ricorda un documentario, per giunta è in bianco e nero…

— Amo una frase di Robert Bresson, che disse una volta: “È molto importante non sbagliare in ciò che mostri, ma è ancor più importante non sbagliare in ciò che non mostri”. Lui non parlava del soggetto, bensì della rappresentazione. Del contenuto dell’inquadratura. E lì sta il segreto del cinema, è lì che inizia a lavorare la nostra immaginazione, anche quando guardiamo un documentario. Perché lo spettatore fantastica sempre, lui vede sempre più di quanto viene proiettato sullo schermo. Ma io non voglio spiegare il mio film, altrimenti somiglierei a un profeta. Ed è un ruolo assolutamente ridicolo (ride). Voi vedete qualcosa che vi suscita delle emozioni. E adesso devo essere io a spiegarvi cos’è? Dispensatemi da ciò! Io ho fatto un film che mi andava di fare. Ora sta a voi decidere cosa volete vederci.

— Lei ha lavorato a lungo a Hollywood. Com’è cambiata la sua America personale nel corso degli anni? C’è stata senz’altro bassa e alta marea, periodi oscuri e luminosi. Questi sono legati al cambiamento di politica estera o non c’è alcuna correlazione?

— Quando lavoravo a Hollywood, quello era il centro del mondo, delle relazioni internazionali. Andavano a lavorare lì registi da ogni parte del mondo. Ma dalla fine degli anni ’80 si cominciarono a girare film esclusivamente per gli adolescenti e si scordarono dei genitori. E io faccio film per i grandi, non per i bambini. Perciò tornai in Russia. A parer mio, i film americani contemporanei sono diventati troppo rumorosi. Visto che li fanno per il pubblico che rumina i popcorn durante le proiezioni in sala. Dovunque si può sentire quel “crum-crum”. Durante le riprese del film sullo Schiaccianoci, il produttore mi diceva tutto il tempo: “L’audio deve essere più alto! Ancora di più!”. No, i miei film non sono per gli spettatori ruminanti.

Charlie Chaplin era un genio, ma anche un pubblicitario geniale. Ad esempio, iniziò a cadere sempre quando veniva inquadrato, nel momento in cui capì che riusciva a far ridere gli altri. Tutto per amore del pubblico.

Stesso discorso oggi. Quando fai un film in America, illustri il tuo progetto ai produttori e loro dicono: “Geniale, geniale. Ma noi come riavremo indietro i nostri soldi?” E il regista di Hollywood è costretto a pensare a come riguadagnare i soldi investiti. Quando lavoravo a Hollywood per un celebre studio, il produttore irruppe sul set e domandò: “Perché la macchina da presa non si muove?”. Gli risposi: “E che diamine! Qui il regista sono io”. E lui replicò: “Certo, lo so. Ma perché la macchina da presa non si muove? Deve stare in movimento”. Allora Sylvester Stallone prese le mie difese. Attore di talento. Ma quando iniziai a riprendere proprio lui, mi chiese: “Dov’è la macchina da presa?”. Io a lui: “Eccola”. Lui: “No, non va bene. Mettila qui. Perché altrimenti vengo fuori con una metà del viso che sembra quasi paralizzata. E poi, non sono molto alto, quindi la macchina da presa deve essere diretta verso di me dal basso verso l’alto”.

In fin dei conti tutti sono costretti a pensare a come piacere allo spettatore. Com’è cambiata Hollywood? È rimasto tutto come prima, se volete guadagnare soldi. Ma i soldi uccidono la libertà.

— Forse la differenza è nella quantità di effetti speciali?

— L’effetto speciale più caro è il volto umano. Non nel senso del denaro, ma nella connotazione artistica. Quindi diceva bene Friedrich Engels, che “l’uomo è misura di tutte le cose”. Sebbene, mi pare, lo abbia affermato Protagora ancor prima di lui. Il progresso tecnico odierno permette a qualsiasi ragazzo di fare il proprio film con un telefono. Con una risoluzione perfetta. Ma presto si potrà girare un film solo su un pacchetto di fiammiferi. E a quel punto arriverà un’epoca ideale, dove ci sarà solo bisogno di un piccolo dettaglio: il talento. E l’arte sarà appannaggio delle giovani generazioni pronte a spendere l’ultimo centesimo per girare un film, e non per lucrarci. I giovani d’oggi devono rifiutare i suggerimenti tecnici e imparare di nuovo a fruire dei libri. È così sciocco prendere l’abitudine di consultare internet per qualsiasi questione e non usare assolutamente la nostra memoria. Meno si allena la memoria, meno associazioni farà la tua mente. Dopotutto il cinema è un’arte che si fonda sull’associazione estetica. Perciò la cosa più importante in un film non è la quantità di attori o di effetti speciali, ma uno sguardo intenso all’essenza dei rapporti umani.

— C’è più libertà e pluralismo nel cinema europeo?

— Il cinema europeo, forse, non mette troppa pressione sul regista e non c’è l’autoritarismo dei produttori. Ma anche l’Europa ha le proprie limitazioni, prendiamo la Francia. Quanti sono i film che parlano della realtà? Ho l’impressione che il cinema francese si sia chiuso su tre temi principali: la cucina, il bagno e la camera da letto. Dieci anni fa volevo fare in Francia un film sui migranti. Ma i produttori non mi appoggiarono e non approvarono l’argomento perché troppo politico. Che vada al diavolo questa politica! Tutti noi abbiamo una sola cosa, la vita reale. Qui e ora. E dobbiamo godercela. Ogni cosa dipende da noi stessi, se saremo felici oppure no, non dai politici. La scelta spetta sempre alla singola persona.

 

Kommersant, 19/09/2016; tradotto da Francesco Iovenitti; giornalista: Tat’jana Rozenštajn

Francesco Iovenitti

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione

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