Viaggio alla scoperta di Piranesi

Fonte Rossijskaja Gazeta, 20/09/2016 Articolo di Žanna Vasil’eva. Foto di Olesja Kurpjaeva. Traduzione di Carlotta Monge.

Il settembre italiano continua con la mostra di ampio respiro su Piranesi allestita al Museo Statale di Arti Figurative A.S. Puškin.

«Partiamo verso Piranesi!» dicevano, scherzando, gli studenti dell’Accademia di belle arti negli anni ’30 quando si apprestavano a studiare le incisioni di Piranesi, elemento fondamentale del programma di formazione dell’Accademia sin quasi dalla sua fondazione.

Il progetto di ampia portata “Piranesi. Prima e dopo. Italia – Russia, XVIII – XXI secolo” al Museo Puškin è stato realizzato in grande stile, con attenzione ai dettagli e agli arditi richiami al pittore attraverso i secoli, i quali sarebbero piaciuti allo stesso Giovanni Battista Piranesi, l’“architetto veneziano”. È sufficiente dire che ci si sta preparando al progetto da due anni e che hanno collaborato anche il Museo di Architettura A.V. Ščusev, il Museo dell’Accademia russa di belle arti, la Fondazione Cini di Venezia, l’Archivio di Stato russo di letteratura e arte, la Fondazione di beneficienza dedicata a Jakov Černikov e l’Istituto centrale di grafica di Roma, che ha fornito le tavole di incisione di Piranesi. Quelle dove si può vedere come l’artista abbia lavorato sulla serie “Carceri d’invenzione”. Alla fine del colonnato vi è uno schermo in cui viene proiettato il film in 3D basato su “Carceri d’invenzione” realizzato da Grégoire Dupont nel 2010 per la mostra veneziana su Piranesi alla Fondazione Cini. Questo offre un viaggio vertiginoso nel labirinto di spazi cupi con le torture medievali dette strappate e i prigionieri, con antichi bassorilievi e maestose rovine.

In altre parole, la mostra si colloca tra i due poli che rappresentano l’interpretazione moderna di Piranesi. Da un lato il film di Grégoire Dupont chiude il colonnato, obbligando a vedere nelle fantasie architettoniche di Piranesi i precursori delle missioni e dei giochi per computer; dall’altro lato, nella Sala Bianca, l’opera monumentale delle rovine in cartone, realizzate dall’artista Valerij Košljakov appositamente per questo progetto. Le rovine di cartone, i dipinti a tempera assomigliano alle decorazioni fatiscenti, alla presentazione di un sogno utopico, abbandonato perché inutile (“la concezione è cambiata”). Ma allo stesso tempo richiamano il futuro del progetto, creato in un materiale facilmente reperibile, comune ed economico. Davanti a noi troviamo l’addio alla Grande Utopia e ne sentiamo la nostalgia.

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Esposte ci sono incisioni e rare pubblicazioni di Piranesi, che ha esplorato le rovine romane con un righello, una matita e un album da disegno. E poi le lastre di rame incise dall’artista, i lampadari e i camini di design (Piranesi era uno dei designer più influenti dell’epoca imperiale, ma questa è un’altra storia). Al centro della Sala Bianca si trovano calchi e oggetti in galvanoplastica provenienti da Pompei ed Ercolano, ordinati per il museo didattico da Ivan Vladimirovič Cvetaev. Fortunatamente molte delle cose ritrovate durante gli scavi sono state riprodotte nei disegni di Piranesi, che era stato coinvolto non solo perché aveva realizzato delle incisioni delle vedute di Roma, ma anche perché aveva “restaurato” degli oggetti antichi, cioè aveva ricostruito dai frammenti le forme complete, come lui le aveva immaginate, e le aveva vendute agli illuminati ammiratori dell’antichità, arrivati in Italia per il gran tour educativo d’obbligo.

«Piranesi esplorò le rovine romane con un righello, una matita e un album da disegno»

Questo “architetto veneziano”, fervente ammiratore dell’antica Roma, si dice, che un tempo avesse passato la notte in un antico sepolcro semi distrutto nei pressi degli scavi; assiduo frequentatore di biblioteche; maniaco del lavoro; “il più grande genio, ma un folle completo” (come lo definiva un suo contemporaneo); uomo d’affari pragmatico e visionario, era archeologo, storico, architetto e designer. Ma tutto questo, di fatto, spiega appena perché il suo lavoro con il passare dei secoli appaia sempre più attuale. Se qualcuno aveva dubbi sul fatto che l’opera di Giovanni Battista Piranesi sia da considerare patrimonio nazionale o che con lui possa competere per il titolo, ad esempio, il raffinato Adrea Palladio, proprio a chi perora la causa di Piranesi è stato dedicato il progetto di ampia portata gestito da Italia e Russia che, dopo la mostra al Museo Puškin, sarà in grado di fugare ogni dubbio.

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Si può capire perché lo amassero i russi del XVIII secolo, con le sue incisioni ispirate a Quarenghi, Cameron, Baženov, Kazakov… e Caterina la grande, proprietaria dei 15 volumi di incisioni pubblicati da Piranesi, si lamentava che nella sua biblioteca non fossero presenti tutte le opere del grande italiano.  Ma oltre che dai classici, Piranesi era amato dai romantici, a partire da Vladimir Odoevskij che nelle Notti Russe si era ispirato a lui per il personaggio di uno strano folle. Alle sue incisioni sono stati dedicati versi dei poeti del Secolo d’Argento… Il suo lavoro fu studiato da Sergej Eisenstein e volendo si possono ritrovare nelle inquadrature di Ottobre gli scorci presi in prestito dall’importante opera di Piranesi. È comprensibile perché gli architetti dell’impero stalinaino abbiano cercato ispirazione nell’antica Roma. E i costruttivisti si sono “ammalati” di Piranesi. Sulla porta di Ivan Leonidov al dormitorio del VChUTEMAS (l’Atelier Superiore di Arte e Tecnica) c’era la targhetta “Piranesi”. Jakov Černikov era chiamato il “Piranesi sovietico”. Tra gli elementi più d’impatto della mostra ci sono i disegni di Černikov, gli elementi costruttivisti che si creano nel profilo dell’arco romano di Tito.

Si può dire, certamente, che non è solo Piranesi, ma è il fascino dell’antichità, che gli allievi dei licei classici e dell’Accademia di belle arti in Russia (e non solo) hanno assorbito, diciamo, con il latte materno. Ma, in primo luogo, Piranesi era uno di quelli che ha creato l’immagine dell’antica Roma, che si è rilevata più reale della Roma stessa. E uno dei suoi sostenitori più appassionati, il fondatore dell’arte neogotica, Horace Walpole osservò circa le “elevate concezioni di Piranesi” che esse “superavano da sole i più alti risultati dell’epoca di fioritura dell’impero”. In altre parole, dopo le sue incisioni le vere rovine possono sembrare modeste acqueforti che imitano Piranesi.

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E in secondo luogo, il veneziano, fervente polemista di natura, fu coinvolto in controversie riguardanti l’antica eredità che si infiammarono sui reperti archeologici del XVIII secolo, in particolare, dopo gli scavi di Pompei ed Ercolano. Le dispute su quale fosse l’architettura antica più maestosa: gli antichi greci o gli antichi romani, non erano affatto questioni scolastiche o solamente accademiche. In sostanza, il conflitto circa l’antico patrimonio verteva sulla domanda come essere moderni. Nella versione di Piranesi l’antichità appariva come una tragedia umana, conservata nella cenere e nella lava del Vesuvio o nelle rovine romane, per un secolo. La storia come una maestosa tragedia vivente, come qualcosa che richiede un rapporto personale e una reazione energica, questo non rende forse Piranesi un nostro contemporaneo? L’uomo che ha unito la distruzione dell’impero e dell’ideale utopico per sempre nelle sue lastre di rame.

 

Carlotta, 23 anni, iscritta al corso di traduzione presso l’UNINT

Carlotta Monge

Carlotta, 23 anni, iscritta al corso di traduzione presso l’UNINT