Capire e amare la Russia

Literaturnaja Gazeta, 29/09/2016; tradotto da Francesco Iovenitti; giornalista: Jurij Stroganov

Il nuovo studio del professor Evgenij Kostin, direttore della cattedra di lingua e letteratura russa dell’Università di Vilnius (1997-2006), “Capire la Russia. Un libro sui caratteri dell’intelligenza russa: prove dalla letteratura”, edito da “Aleteja” nel 2016, prosegue il tema sollevato nel suo testo precedente “Dostoevskij contro Tolstoj. La letteratura russa e il destino della Russia”, pubblicato l’anno scorso. 

 In fondo è il proseguimento di un lavoro, l’aspirazione a prendere coscienza di un fenomeno come quello del pensiero russo. Se nel libro “Dostoevskij contro Tolstoj. La letteratura russa e il destino della Russia” ho studiato “l’opposizione delle idee generali di ciascuno dei due scrittori (e pensatori!), che hanno influito nel modo più radicale sulla successiva evoluzione della società russa”, come indicato nella prefazione a quella edizione, ora da studioso cerco di comprendere e di dare una risposta alla principale questione del pensiero russo degli ultimi secoli: perché la Russia non è Europa? Ha davvero la necessità di esserlo?

Potrebbe chiarire le ragioni di un così profondo interesse?

Io sono russo, e noi siamo obbligati a conoscere noi stessi, di cosa si compone la nostra essenza, di fatto il senso della vita. Oggi come non mai si sta creando un’allarmante situazione di divisione nella civilizzazione europea. È abitudine che i nostri oppositori occidentali trovino una moltitudine di “difetti” nell’organizzazione dello stato russo, nella stessa psicologia dell’uomo russo. E pare persino che la cultura russa, che ha contribuito allo sviluppo della cultura globale, venga anch’essa percepita come “non corretta”, “scita”, in breve non europea. Di questo tratto molto nel libro su Tolstoj e Dostoevskij e continuo a esaminare i motivi di una tanto strana reazione dell’Occidente. E continuano a tormentarmi le origini e lo sviluppo delle ragioni che hanno spinto l’Occidente nel corso dei secoli a percepire la Russia come un qualcosa di completamente altro, deformato e spesso ostile.

Professor Kostin, di questo trattano molti articoli dei mass media, che sfociano sostanzialmente in una constatazione: noi siamo altro da loro. Non siamo particolari, ma semplicemente diversi…

E io tento di spiegare quale sia la differenza. Io non sono uno storico, ma un filologo e un filosofo, per questo nella mia sfera d’interesse rientrano la cultura, la letteratura e certe formule archetipiche del pensiero russo che, a mio avviso, finora non sono state comprese, scoperte e accettate dalla coscienza occidentale. Chiamo tutto ciò episteme russo.

Mi sembra che tale definizione non si sia mai sentita prima.

Vero. Un simile approccio per differenziare le tipologie del pensiero occidentale e orientale (russo) è stato prodotto per la prima volta in questo testo. Per l’Occidente la Russia rappresenta da sempre un nemico indiscutibile e necessario, senza il quale la propria attività spirituale nelle sue diverse forme e aspetti, da quello politico e storico a quello culturale e mentale, si sarebbe rivelata insufficiente, necessitava di un esempio e di un’esperienza negativa per giustificarsi di continuo.

Quindi per capire se stessi, bisogna guardare al proprio vicino, discutere con lui?

Non proprio. La Russia colpisce e irrita. Per la sua esistenza, per la sua estensione geografica, per la moltitudine di etnie, per l’inatteso sgorgare di una cultura di livello mondiale, per i fantastici trionfi sul campo di battaglia, per il miracolo dell’incursione nel cosmo e della creazione sottotraccia (storicamente parlando, in un breve lasso di tempo) di una superpotenza mondiale. Tutto ciò non può che apparire come un potentissimo amplificatore della classica visione dell’uomo del mondo occidentale e della cultura occidentale.

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Il fondamento di tale opposizione, che a volte sembra un autentico mistero nel mondo globale moderno, si lega in gran parte alle profonde differenze mentali nella percezione della vita da parte dei rappresentanti delle due correnti della medesima cultura giudeo-cristiana.

Le differenze tra Oriente e Occidente, se concepiamo la Russia come Oriente, sono state continuamente evidenziate dagli studiosi, sia dall’una, sia dall’altra parte, addirittura a partire dal XVI sec. Straordinarie le testimonianze epistolari degli ambasciatori e dei mercanti russi sui propri viaggi in Inghilterra, Svezia e Germania e le osservazioni dei viaggiatori e dei maestri inglesi, italiani e tedeschi che lavoravano in Russia. La letteratura dedicata a questo interrogativo è infinita. Ma come non c’era risposta allora, neanche adesso c’è. La questione consiste non solo nell’ovvio sguardo critico-oppositivo verso ciò che è estraneo, che sta sempre alla base dell’assimilazione iniziale di un’altra esperienza di vita, di un diverso stile di vita e delle interpretazioni delle persone che parlano un’altra lingua, ma anche nell’evidente assenza di dialogo per una comprensione reciproca.

Ma per quale motivo è accaduto ciò? Cos’ha provocato questa separazione della civilizzazione e della cultura europeo-occidentale e europeo-orientale?

Già nel Medioevo a un visitatore saltava agli occhi la differenza tra i due tipi di cultura di vita quotidiana. Da loro si è ormai costituita e stabilita una civilizzazione consolidata, con il proprio Rinascimento e la propria Riforma; noi siamo la Rus’ rurale, con i suoi monasteri dispersi nelle sconfinate immensità, l’avvento degli starec, la lotta all’Orda d’oro e agli altri popoli nomadi, che ancora non è stata dimenticata in Europa e che viene percepita in maniera semplificata dalla coscienza occidentale: i “salvati” (di questo scriveva anche Puškin).

Ma la cosa principale che sottolineavano gli osservatori della fazione occidentale era che loro rappresentassero la cultura, la luce e l’illuminismo, mentre qui nella Rus’ fino a quel momento si vedeva solo inciviltà, oscurità e barbarie. L’orientamento a una percezione negativa del russo ha avuto quasi carattere assoluto (e la tendenza ha saputo conservarsi fino ai nostri giorni). In tante cose ciò ha condotto proprio a una totale deformazione della storia russa, come la raccontano i cronisti occidentali. Tali fatti sono ora ben noti: la proverbiale esagerazione delle atrocità di Ivan il Terribile, la deformazione intenzionale dei rapporti reciproci con l’Orda d’oro (oggi alcuni fatti sono diventati comprensibili e divergono in modo significativo da ciò che si riferiva in precedenza, ovvero dalla presunta e decisiva influenza negativa del giogo tataro sulla storia russa, che in realtà fu un processo reciproco, e i principi russi vennero a patti con l’Orda non  più di rado di quanto fecero i tatari con la Rus’), l’accentuazione dell’inciviltà, dell’analfabetismo del popolo che, al contrario, non era affatto così. I manoscritti ritrovati (scritti su corteccia di betulla) parlano del fatto che gli abitanti delle città russe di base erano alfabetizzati.

Tutto ciò ha qualche relazione con lo scisma della Chiesa cristiana del 1054, in seguito al quale è avvenuta la suddivisione della Chiesa in Chiesa romana-cattolica in Occidente con centro a Roma e in Chiesa ortodossa in Oriente con centro a Costantinopoli, tuttora non superato nonostante l’abolizione degli anatemi reciproci nel 1965?

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Più che altro la differenza era evidente nella dottrina religiosa cristiana, ma portava con sé una concezione del mondo di grande profondità. La verità è che l’uomo russo ortodosso non ebbe problemi fino alle decisioni della Chiesa del 1054, che suddivisero definitivamente i rami occidentale e orientale della cristianità, tanto più che il Battesimo della Rus’ aveva avuto luogo più di cinquant’anni prima della separazione. Sì, di certo ci furono seri dissidi interni, il risultato fu lo scisma della chiesa russa, che in sostanza dura fino ai giorni nostri, ma sia gli uni (i cristiani ortodossi), sia gli altri (gli scismatici) hanno percepito il cattolicesimo e tutte le altre eresie di riforma come una storia terribile e inconcepibile di abbaglio spirituale, in cui, fortunatamente, non è incappato l’uomo ortodosso.

Tuttavia anche qui si nasconde un momento molto importante di comprensione mentale e della concezione del mondo. Potremmo figurarci un dilemma teorico, nell’ambito del quale una parte dei popoli europei civilizzati (occidentali), attraversando il Rinascimento, la Riforma religiosa, per mezzo della creazione di quella che può essere chiamata dinamica capitalistica di produzione, si orienti sin dall’inizio verso una natura umana “rozza”, corrotta e peccatrice, edificando meccanismi sociali proprio in questo senso, per compensare la decadenza di questo individuo. Ma se non trattassimo gli aspetti sociali di questo approccio, ma piuttosto quelli culturali, allora il disegno inizierebbe a far paura: l’uomo non può correggersi dalla prospettiva di questa concezione, perché per suo carattere ontologico è un essere incline al delitto, alla pazzia, all’inganno, al guadagno, al comportamento egoistico a ad ignorare le opinioni e i comportamenti delle altre persone. Laddove l’altra parte del mondo cristiano, a cui fa riferimento la Russia, ha costruito la propria idea dell’uomo e della sua interiorità basandosi sul fatto che la condizione di peccatore dell’uomo può essere superata attraverso il pentimento, la preghiera, la supplica e una vita retta e onesta. Il marchio della lebbra nella natura umana è chiaramente assente nelle fondamenta di tale approccio.

Ma tutto questo come si lega agli attuali conflitti e contraddizioni tra Occidente e Russia?

Lei ha appena scoperto l’essenza del libro. Un’incomprensione reciproca di tale natura ha fatto sì che sia l’una, sia l’altra civilizzazione (occidentale e russa) abbiano generato differenti tipi di uomo. Il tipo sviluppatosi in Russia ha acquisito una certezza ontologica molto profonda, che non è possibile sostituire con riforme superficiali o azioni sociali. L’Occidente non ha ancora compreso questo problema, tentando prima con rivoluzioni bolsceviche, poi con la diffusione del capitalismo in Russia, di esercitare influenza su di essa. Faccio notare comunque che la Russia ha accettato con piacere l’esperienza occidentale. L’influenza della cultura francese su quella russa alla fine del XVIII sec. e all’inizio del XIX sec. e di quella tedesca nel corso di tutto il XIX sec., sono tutte testimonianze convincenti del fatto che la cultura russa non si sia affatto vergognata e abbia studiato, e assimilato dalle altre culture, anche da quelle occidentali.

Allora qual è la principale differenza?

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La principale differenza si oggettiva nel diverso stile di vita del popolo russo (dei popoli che si insediarono nei territori della antica Rus’ e in seguito in Russia) e delle società occidentali. L’inclinazione all’obščina, forma primitiva di collettivismo se paragonata ai modelli occidentali, ma anche l’abitudine alla resistenza, l’estrema caducità della sopravvivenza fisica e sociale, malgrado incendi, calamità naturali, invasioni, lotte intestine tra principi e conflitti e guerre ad esse legate. Il celebre fatalismo condito da un’influenza culturale asiatica e la mancata necessità di sviluppare l’individualismo, come in Occidente, ha creato un tipo psicologico di uomo estremamente resistente a molte, se non a tutte le peripezie in senso storico e sociale.

E poi sicuramente, nell’episteme russo, nel pensiero russo non sempre si esaltano la razionalità e la logica, in loro da sempre è stato forte l’elemento emozionale, sensoriale. L’uomo russo nel profondo si affida sempre al proprio essere, alla sua natura, non a qualche formula o teoria della vita troppo elaborata o astratta.

Lei ha scritto riguardo al legame tra la lingua russa e la coscienza e la mentalità dell’uomo russo. Mi piacerebbe sentirla su questo punto.

Rispondo molto semplicemente, ma per cominciare porto degli esempi di alcune parole russe che trasmettono tanto dell’originalità del pensiero dell’uomo del mondo russo. Descrivendo e tentando di comprendere (e di essere coscienti) della genesi e del contenuto di alcune parole russe come duša (anima), toska (nostalgia), pravda (verità), istina (verità), ljubov’ (amore), nadežda (speranza), volja (volontà), sovest’ (coscienza), čest’ (onore), grech (peccato), vina (colpa), sud’ba (destino), rok (cattiva sorte), žizn’ (vita), smert’ (morte), grust’ (tristezza), vesel’e (allegria), terpenie (pazienza), duma (pensiero), svjatost’ (santità), starec (monaco anziano), zastupnik (intercessore), krasota (bellezza), strannik (pellegrino), e tante altre ancora, si comprende che non solo risultano non pienamente e adeguatamente traducibili nel significato nelle altre lingue, ma che possiedono un contenuto che cela il carattere dell’intelletto di un uomo di coscienza linguistica russa, la sua mentalità.

È straordinario come la lingua sia incollata al popolo intero, si intrecci strettamente con esso, dando un’inaudita indissolubilità del particolare, quasi un carattere metafisico. E nella nostra epoca dove una lingua, l’inglese, diventa la lingua principale per molti popoli e lava via così l’originalità e l’irripetibilità di ognuna di esse, la lingua russa, insieme anche alla letteratura russa, ispirandosi ai suoi grandi predecessori, continua a svilupparsi seguendo vie inusuali, a volte senza sapere dove condurranno.

Ho fatto attenzione: il suo libro è un trattato filosofico e storico, ma nell’ultima parte si trova la stampa di una pubblicistica: “Rozanovskoe. Appunti sulla modernità”

È venuto fuori da sé, quasi alla Tolstoj: “Io non posso tacere”. La quantità accumulata di contraddizioni e conflitti del mondo moderno è tale da obbligare qualsiasi pensatore a pronunciarsi in maniera sincera e schietta sull’essenza dei fatti accaduti. Così anch’io mi pronuncio. Tanto più che tali conflitti riguardano direttamente o indirettamente ognuno di noi. Scrivo anche di Putin, della struttura globale del modello occidentale moderno, rievoco la Seconda Guerra Mondiale e provo a fare determinate previsioni. Credo che questa parte del libro sarà interessante per il lettore.

Ultima cosa. Quello sulla copertina del mio libro non è un titolo, ma un appello: “Capire la Russia”. Se capiamo la Russia, non possiamo non amarla.

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione

Francesco Iovenitti

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione