Il colore della violenza. Le aggressioni verso migranti e profughi in Russia. Un progetto fotografico di Sergej Stroitelev

“Il colore della violenza” è un progetto del fotografo pietroburghese Sergey Stroitelev sulle aggressioni verso migranti e profughi in Russia. “Mi sono sempre interessati i motivi di tale violenza e per questo ho deciso di trovare persone provenienti dai paesi più disparati e che hanno subito aggressioni per motivi di odio razziale” –  racconta il fotografo. Stroitelev non ha solo fotografo le vittime degli attacchi ma ha anche trascritto le loro storie. Con il permesso dell’autore, Meduza pubblica le fotografie e i racconti di nove persone del progetto.

Fonte: Meduza.io 20/10/2016 Progetto e Foto di Sergej Stroitelev. Traduzione di Antonino Santoro

Francis

48 anni, Congo. Vive in Russia da 4 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Francis è stato aggredito tre anni fa a Podol’sk la sera tardi vicino alla stazione ferroviaria. Tre ragazzi, ben vestiti e che parlavano un po’ in inglese. All’inizio si sono avvicinati a lui e gli hanno chiesto se “il negro volesse farsi fotografare”. Francis ha chiesto di non chiamarlo in quel modo. Loro hanno iniziato a fare delle domande tipo se gli piacessero le banane, se mangiasse le scimmie, e poi hanno detto che “per essere un negro era vestito fin troppo bene” e gli hanno chiesto di togliersi la giacca. Francis si è rifiutato e allora uno degli aggressori ha tirato fuori un lungo coltello e ha iniziato ad insultare. Francis si è tolto la giacca ma ai ragazzi non è bastato e gli hanno chiesto di togliersi il maglione. Lui ha detto che non lo avrebbe assolutamente fatto. Allora uno degli aggressori gli ha piantato il coltello sulla pancia mentre gli altri due lo tenevano fermo.

Francis non ricorda cosa sia successo dopo e si è risvegliato in ospedale. Il dottore ha detto che di solito con tali ferite non si sopravvive. Non è stato avviato alcun procedimento penale. Francis ha detto di non tenere rancore verso gli aggressori e, seguendo il consiglio del prete che lo ospitava, li ha perdonati.

Sulajmon

38 anni, Tagikistan. Vive in Russia da 13 anni.

sulajomn
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Alcuni mesi fa a Mosca Sulajmon stava tornando dal lavoro con suo nipote. Erano in metro e il nipote, che giocava con il telefonino, era seduto davanti a Sulajmon quando gli si è avvicinato un uomo di 60 anni iniziando a fare il prepotente. L’uomo ha chiamato il bambino “caprone” dicendo che “i neri non dovrebbero andare in giro per Mosca” e andare in metro. Sulajmon ha fatto avvicinare a sé il nipote. L’uomo si è quindi avvicinato velocemente a lui dicendo che avevano tre minuti dopo i quali sarebbero morti; e ha tirato fuori una pistola. Sulajmon non lo aveva preso sul serio dato che non era la prima volta che a Mosca sentiva minacce simili e la pistola gli sembrava fosse un giocattolo.

L’uomo ha però puntato la pistola alla testa di Sulajmon e ha sparato; è risultato che questa [pistola] era una “Osa”. Il proiettile ha colpito Sulajmon nell’occhio, alla testa e poi al petto. Nonostante le ferite, è riuscito ad afferrare la pistola mentre il nipote si era nel frattempo nascosto. Alla fermata successiva c’era già la polizia ad aspettare: già ha decidono subito che il colpevole fosse Sulajmon. Grazie alla descrizione è stato possibile trovare il colpevole che si trova ora sotto indagine. All’inizio volevano insabbiare il fatto ma il fratello di Sulajmon ha insistito affinché si facessero le indagini. Nonostante nel vagone vi fossero molte persone, è stato molto difficile trovare dei testimoni. L’aggressore ha provato a far apparire la cosa come se avesse dovuto agire per difesa. Sulajmon è in attesa di un’operazione per la rimozione dell’occhio.

Fitsum

32 anni, Eritrea, Vive a Mosca da 6 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Fitsum è stato aggredito tanto tempo fa quando viveva ancora a Perm. Insieme ad un amico stava uscendo da un negozio quando sette-otto persone si sono rivolte a loro chiedendo di parlare. Non vi è stata alcuna conversazione, questi lo hanno semplicemente chiamato “scimmia” ed hanno subito iniziato una rissa. L’amico è riuscito a scappare ma Fitsum è caduto per terra e preso a calci. E’ stato colpito per circa cinque minuti ricevendo gravi traumi sulla mano e sul volto. Fitsum ricorda con riconoscenza una anziana donna che aveva provato a fermare queste persone. I colpevoli sono stati trovati dopo un po’ di tempo nello stesso posto in quanto non avevano pensato a nascondersi. A Fitsum è stata negata la possibilità di aprire un procedimento penale.

Da quel giorno Fitsum ha paura di uscire per strada. Dopo quanto successo si è trasferito a Mosca ma, dice lui, nella capitale non va meglio: anche qui è continuamente oggetto di insulti. Lui pensa che la Russia sia un paese molto chiuso dove i forestieri non sono ben visti. Ma questa è solo una parte del problema: è impossibile qui trovare un lavoro legale, vi sono sempre delle multe ingiustificate ed è molto difficile ricevere i documenti.

Naser

42 anni, Afghanistan. Vive in Russia da più di 20 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

L’aggressione è avvenuta cinque anni fa, nel 2011, in una tarda sera d’estate nel centro di Mosca. Nasir stava camminando per la strada quando un gruppo di ragazzi di 16-18 anni si è messo a seguirlo. Hanno iniziato a chiamarlo “caprone” e poi lo hanno colpito duramente da dietro in testa. Naser è caduto e ha ripreso i sensi solamente in ospedale. Commozione celebrale, mascella inferiore rotta, sono stati necessari dei punti sul mento, molti lividi. Naser è stato picchiato duramente e gli è stato rubato tutto ciò che aveva.

Dopo l’incidente, Naser si è fatto più attento e non va più in giro per strada tardi, cerca di evitare grandi gruppi di ragazzi ubriachi. Lui pensa che è possibile lottare, ma si riesce a difendersi solo quando le forze sono uguali; Naser è convinto che nessuno degli aggressori si sarebbe avvicinato a lui e che avrebbe avuto la meglio uno contro uno.

Žhahangir

27 anni Tagikistan. Vive in Russia già da quasi 6 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Žhahangir è stato aggredito a metà estate a Podol’sk dove lavorava. Erano circa le 11 di sera e il ragazzo stava andando col fratello verso casa di un amico. All’improvviso sono stati chiamati da una coppia non giovane, un uomo e una donna, chiedendogli una sigaretta. I ragazzi non avevano tabacco e allora è iniziata una rissa. La donna ha iniziato ad insultare e spingere. Il fratello ha provato a tirar via Žhahagir ma lui non si allontanava e chiedeva perché lei li stesse offendendo. A quel punto l’uomo ha chiamato qualcuno dicendo: porta una mazza. Sono arrivati subito delle persone e con quella stessa mazza hanno frantumato il cranio a Žahangir per poi iniziare a colpirlo a calci. Il ragazzo è stato portato in ospedale e i dottori pensavano che sarebbe morto, ma ce l’ha fatta. Dopo l’attacco Žahangir è tornato per un po’ di tempo in Tagikistan e i genitori lo hanno implorato di restare, ma laggiù è impossibile effettuare una operazione così complicata come quella che gli serviva.

Žahangir racconta che adesso si pente di non essersi allontanato quella sera invece di iniziare a litigare. Adesso non esce di casa dopo le dieci di sera e per strada non fa che guardarsi attorno tutto il tempo. Da Podol’sk si è trasferito perché là aveva troppa paura. Lui crede che gli aggressori debbano essere giudicati secondo la legge ma il suo caso non è stato avviato.

Mbutasala

30 anni, Congo. Vive in Russia da 11 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

L’aggressione è avvenuta circa un anno fa a Mosca. All’uscita della stazione della metro Arbatskaja verso le 6 di sera due ragazzi si sono avvicinati a Mbutasala dicendo: “cosa hai dimenticato, scimmia?”. Poi hanno iniziato a colpirlo in testa. Mbutasala ha perso i sensi ed è rinvenuto solo in ospedale con la testa rotta e senza le sue cose: lo avevano derubato.

A causa dell’incessante dolore alla testa, Mbutasala ogni giorno prende cinque aspirine. Ha paura di passare per i giardini pubblici, cerca di non tornare a casa tardi e di evitare i gruppi di ragazzi rasati. Dice che all’inizio aveva una paranoia. Alla domanda perché questo è successo, Mbutasala risponde: per colpa dell’ignoranza della popolazione.

Džumahon

28 anni Tagikistan. Vive in Russia da circa 10 anni.

zhum

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Džumahon è stato aggredito nella regione di Ruzskij (Oblast’ di Mosca), quando lavorava come tassista. Era arrivato nel posto dove lo aspettavano dei clienti. Dopo aver visto che il guidatore non aveva sembianze slave, questi hanno iniziato ad apostrofarlo con degli epiteti, a tirarlo per la barba, ad urlare, ad insultare ed infine hanno chiamato la polizia. I poliziotti sono usciti dalla macchina con le armi ed è scoppiata una rissa. Uno di loro ha puntato la pistola contro Džumahon il quale ha afferrato la canna cercando di inclinarla verso il basso ma in quel momento è partito lo sparo e Džumahon è stato colpito nella coscia.

Adesso l’uomo è sotto una difficile terapia in un ospedale moscovita. Ha paura per sua moglie russa e per i suoi due bambini. Non capisce come sia possibile sentirsi sicuri adesso. Džumahon scherza, dice che bisogna radersi perché in Russia non si può avere la barba. Tuttavia non è cambiato il suo atteggiamento verso il paese, non prova nessun odio nei confronti della Russia e non intende fuggire perché qui lui ha una famiglia. Insieme alle indagini, gli organi investigativi hanno deciso di svolgere dei controlli sui documenti di Džumahon e adesso c’è la possibilità che venga deportato.

Antonio

50 anni, Angola. Vive in Russia da 23 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Antonio è stato aggredito qualche anno fa sul treno Mytiŝ – Mosca. Quel giorno c’era la partita di calcio Spartak – CSKA e nel vagone c’era un gruppo di ultrà di otto perone. Antonio sentiva quello che dicevano: “Forza uccidiamo questa scimmia”. I ragazzi gli si sono avvicinati e hanno iniziato a colpirlo a calci tenendosi con le mani alle aste per i bagagli. Alla fine ad Antonio hanno completamente distrutto la faccia.

In Angola Antonio era un parroco. Ha deciso di non denunciare queste persone dicendo di averli perdonati. In Russia Antonio si sente indifeso. Per strada sente come lo chiamano “cane nero”. Nella metro la gente si scosta da lui. Antonio dice di non capire come questo sia possibile dato che tutte le persone hanno il sangue dello stesso colore.

Odej

22 anni Siria. Vive in Russia da 4 anni.

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

L’aggressione è avvenuta la notte dell’8 marzo nel caffè dove Odej lavorava nella stazione metro Ladožskaja a San Pietroburgo. Il giorno prima gli si era avvicinato uno strano uomo chiedendogli perché Odej non stesse combattendo in Siria tra i combattenti dell’ISIS invece di essere rintanato in Russia. Dopo un battibecco a parole, l’uomo se è andato via. Il giorno dopo è tornato con un coltello. Ode non si aspettava di l’attacco: ha ricevuto numerose ferite sul collo, sulle braccia e sulla schiena. Un’ambulanza lo ha portato in ospedale dove è stato messo in rianimazione. Nonostante le previsioni negative dei dottori, ce l’ha fatta.

La denuncia è stata fatta cinque giorni dopo l’aggressione ma per due mesi l’indagine è rimasta ferma. Ode racconta che le chiamate alle autorità si concludono con la frase “vi faremo sapere”, ma poi non succede nulla. Le videoregistrazioni dove era visibile il sospettato sono sparite e i potenziali testimoni si sono rifiutati di testimoniare.

Mappa

Foto di Sergey Stroitelev
Foto di Sergey Stroitelev

Questa è la mappa di hatecrimes portato avanti dal “Comitato per l’assistenza civile”. Nella mappa di Mosca e dell’Oblast’ di Mosca sono evidenziati i posti dove sono avvenute delle aggressioni verso migranti e profughi. I partecipanti del progetto conoscono bene questi fatti in quanto a raccontarli sono state le stesse vittime. La maggior parte delle vittime tuttavia non fa sapere nulla.

Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa. antosha87sr@gmail.com