A cento chilometri dalla guerra: il cinema russo visto dal Libano

 Fonte Ria.ru 31/10/2016 Traduzione di Giorgia Stefani

Pavel Gajkov, in esclusiva per l’Agenzia di stampa Internazionale “Rossija sevodnja (Russia Oggi)”

 Si è concluso a Beirut, capitale del Libano, il primo festival di cinema russo della storia: Cinque anni in cinque giorni. La cerimonia di chiusura è stata proprio come quella dei “grandi” festival: tappeto rosso, donne in abiti aderenti e scollati, uomini in giacca e cravatta, press wall e giornalisti nel foyer, dove vengono serviti calici di vino e champagne.

Scenario: il multisala CinemaCity, dove intanto vengono proiettate anche le ultime uscite di Hollywood, gli stessi film che escono in questi giorni anche in Russia.

Il cinema si trova in un elegante centro commerciale del quartiere alla moda della città, con boutique e ristoranti esclusivi, dove in strada passano automobili di lusso. Il genere di Medio Oriente che non si vede di solito sui grandi schermi. A cento chilometri di distanza c’è la guerra, ma qui si cerca in tutti i modi di non pensarci.

La guerra qui è finita da poco, le ferite sono ancora fresche, come mostrano gli edifici abbandonati che si vedono in giro, soprattutto fuori Beirut, segnati dalle tracce dei proiettili e delle granate.

La cerimonia di chiusura del festival di cinema russo è prima di tutto una festa al femminile. In generale, il volto della Russia in Libano è per lo più un volto femminile: sono diverse migliaia le cittadine russe sposate con uomini libanesi, che hanno studiato in Unione Sovietica e in Russia, e ora queste donne rappresentano l’immagine russa locale. Il fatto che così tanti libanesi abbiano studiato all’estero non è un dato sorprendente: dare un’istruzione superiore ai propri figli è l’obbiettivo principale di ogni genitore libanese che si rispetti, e studiare nelle università locali è spesso molto costoso.

I libanesi rivendicano, non senza orgoglio, di vivere nel Paese più istruito, se non del mondo, almeno del Medio Oriente. La chance di una vita migliore qui è data praticamente a tutti, anche se non tutti hanno la possibilità di sfruttarla. Per questo qui è facile incontrare tassisti e commesse con diplomi di istruzione superiore.

Illuminazione notturna in una strada di Beirut
Illuminazione notturna in una strada di Beirut

È già da molto tempo che le ragazze russe trovano l’amore in Medio Oriente, si potrebbe dire che è una tradizione del posto. All’inizio del XX secolo, dopo la rivoluzione del 1917 e la prima ondata dell’emigrazione russa, i balletti russi erano uno dei principali diversivi mondani di Beirut e le eleganti bellezze del nord venivano corteggiate da principi arabi e ricchi pretendenti libanesi. Da allora, le “nozze”che sanciscono il legame fra i due Paesi non si sono mai fermate, tanto che oggi ci sono famiglie russo-libanesi in tutto il Libano.

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Alla cerimonia di chiusura, ho chiacchierano con un membro rappresentativo di una di queste famiglie. Una signora di 50 anni, nata a Baku, сon un trucco molto appariscente e un abito rosso, che dava risalto alla sua corporatura piuttosto formosa. In epoca sovietica ha conosciuto a Leningrado il suo futuro marito libanese e si è trasferita con lui in Libano. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica ha scelto la cittadinanza russa: “La Russia era più forte, e dava degli aiuti.”

Nel 2006, durante il conflitto con Israele, dei rappresentanti dell’ambasciata le hanno offerto di trasferirsi in Russia, ma lei ha rifiutato. La sua vita è tutta qui in Libano. Insegna musica in un istituto di una piccola città di provincia, sulle montagne. È “scesa dalle montagne”– parole sue – appositamente per la cerimonia di chiusura del festival di cinema russo: purtroppo ha scoperto dell’evento solo alla fine.

È arrivata a Beirut con quattro amiche grazie al passaggio in macchina del marito di una di loro, un libanese di mezza età con un sorriso intelligente, vestito in giacca e cravatta e con degli occhiali tondi che, nell’aspetto, ricorda un fisico russo. Con un’eloquenza orientale mi ha spiegato che, anche se non avesse avuto la macchina, le avrebbe portate fin qui in braccio una per una, per farle felici.

Quando il secondo giorno è stato proiettato “Ekipadž (Equipaggio)”, la sala era gremita e le persone stavano in piedi nei corridoi. E questo nonostante il fatto che “Ekipadž (Equipaggio)” fosse uno dei primi film russi a essere uscito da poco nelle sale. È stato accolto calorosamente anche il film di apertura del festival, “Ledokol (Rompighiaccio)”. Dopo la proiezione, la figlia di uno dei più grandi uomini d’affari libanesi mi ha detto che le sono piaciuti molto gli effetti speciali e Petr Fedorov: “Si vede subito che è un grande artista.”

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Il pubblico più democratico si è visto nella giornata dedicata ai documentari: film sui rifugiati siriani, sui tracers palestinesi (cioè i “parkouristi”) e sulle donne che combattono contro l’ISIS (organizzazione vietata nella Federazione Russa). In sala c’erano molti studenti, e tra questi, anche alcuni provenienti dalle scuole di cinema locali. Dopo la fine delle proiezioni sono rimasti a fare domande per un’ora intera.

Cerimonia di chiusura del 1° Festival del cinema russo in Libano "Cinque anni in cinque giorni" nel multisala Beirut Souks CinemaCity a Beirut
Cerimonia di chiusura del 1° Festival di cinema russo in Libano “Cinque anni in cinque giorni” nel multisala Beirut Souks CinemaCity a Beirut

Uno degli spettatori si è ha alzato e ha detto che il film gli era molto piaciuto, ma che avrebbe voluto capire di cosa parlava, perché i sottotitoli in inglese per lui non erano comprensibili. In sala si è sollevata una grossa risata: non è una situazione comune per il Libano, dove i più oltre all’arabo parlano inglese e francese. In generale, poi, i libanesi reagiscono molto vivacemente a quel che gli capita intorno.

Alla cerimonia di chiusura, quando è stato proiettato il cartone “Non possiamo vivere senza l’universo” di Konstantin Bronzit, la sala è esplosa di continuo in grosse risate, anche se tutto sommato si tratta di un’opera abbastanza triste.

Pur vivendo in una società piuttosto chiusa, i libanesi sono persone aperte: questa è la prima impressione che ho avuto degli spettatori in Libano. E poi è un Paese dove gli ospiti sono sempre i benvenuti.

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa.
antosha87sr@gmail.com

Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa. antosha87sr@gmail.com