“Under the Sun” di Vitalij Manskij: il documentario antiutopia girato in Corea del Nord

A parte Zin Mi, nel film i bambini non piangono mai.

Fonte: Vedomosti, 30 ottobre 2016. Articolo di Ksenija Roždestvenskaja. Traduzione di Sydney Vicidomini

Libertà di vedere

L’ambasciata della Corea del Nord ha richiesto alle autorità di Mosca di interrompere la distribuzione del film. Alcuni giorni prima dell’uscita, otto cinema moscoviti hanno rinunciato a mettere il film nelle sale, tuttavia ce ne sono quattro in cui è comunque possibile vederlo.

Manskij e il suo gruppo di lavoro hanno girato un film documentario che parla di una semplice famiglia nordcoreana che vive nel paese più felice del mondo. La sceneggiatura è stata scritta da esperti coreani che hanno controllato ininterrottamente le riprese, visto che tutto il materiale girato era sottoposto a censura. La storia delle riprese è quasi un giallo: alla troupe non era consentito di uscire dall’albergo senza accompagnamento; la squadra seguiva le indicazioni della sceneggiatura ma senza spegnere la cinepresa quando i colleghi coreani impartivano istruzioni ai personaggi; Manskij riprendeva la vita reale dalla finestra dell’albergo, nascondendosi dietro le tende, e tutto il materiale veniva trasferito ogni giorno su un’altra scheda di memoria. Il regista sarebbe dovuto tornare di nuovo a Pyongyang, ma i coreani hanno deciso di non lasciare più entrare la troupe nel paese. Durante gli incontri con gli spettatori, Manskij ha detto più di una volta che sarebbe stato contento di completare il lavoro sulla sceneggiatura, ma che alla fine è toccato montare il film con quello che si aveva.

Il risultato non è I cosacchi del Kuban (film di propaganda sovietica del 1950, ndr.), ma qualcosa sulla falsariga di Noi di Zamjatin, una storia che racconta che “il sole attraversa tutto”.  Il film è un mito collettivo del paradiso, è quello che un giorno la gente vorrebbe ricordare come la propria grande storia. Dalla sua visione non è possibile capire come si vive realmente in Corea del Nord: è un paese di abbellimenti. Le strade sono piene di gente, ma di gente che non va da nessuna parte, muove una gamba dietro l’altra in attesa del comando “Azione!”. Al margine della strada c’è uno scuolabus, ma la sensazione è che qui non ci sia mai stata una fermata dell’autobus. L’ingegnere capo della fabbrica chiacchiera con gli operai prima delle riprese, ma in questa fabbrica non c’è mai stato e in realtà fa il giornalista.  Il veterano ricoperto di medaglie, con addosso il vestito di qualcun altro, racconta ai bambini come ha abbattuto gli aerei degli americani, e poi domanda al regista: “Cos’altro devo dire?” I bambini sbadigliano. Un sentimento reale che sembra fuori luogo.

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Perfino l’album di famiglia sembra photoshoppato, e il palazzo dove, secondo la sceneggiatura, vive la famiglia di Zin Mi, la bambina di otto anni protagonista del film, non assomiglia affatto ad un palazzo reale dove vive gente reale. Sul davanzale fiorisce una bellissima “kimjongilia”, un fiore rosso cresciuto da Zin Mi. A colazione la famiglia si intrattiene in tranquille conversazioni. “Mangia il kimchi”. –“D’accordo”. –“Devi mangiare molto kimchi. Il kimchi è il nostro piatto nazionale”.  

Tutta la vita di Zin Mi è una catena di giorni che si susseguono uguali e che hanno come fine ultimo il sole. Nel giorno della stella brillante, ovvero del compleanno del grande leader e generalissimo, che si dedicò completamente alla felicità e al brillante futuro degli scolari, Zin Mi e migliaia di suoi coetanei entrano a far parte dell’Unione dei Bambini. Zin Mi porta alla mostra la sua kimjongilia, riceve l’onore di studiare danza, poi un onore ancora più grande, quello di esibirsi durante lo spettacolo del Giorno del Sole, compleanno di Kim Il-sung, e poi un onore più grande ancora, quello di ricevere regali da Kim Jong-un. Le parole “siamo onorati”  diventano una scalinata senza fine verso l’alto, in uno spazio privo d’aria.

È un film incredibile. Da un lato vi si può vedere il passato sovietico, basato però non sulla paura, ma sul totale abbandono all’amore per il grande leader. Dall’altro un futuro possibile, in cui la creazione di un mito diventa più importante della creazione di un mondo. Certo, in questo film ci sono anche delle manipolazioni divenute necessarie: la musica cupa, se non addirittura tragica, che accompagna molte scene rubate; il modo in cui viene messo in risalto il vuoto degli spazi pubblici. Ma tutto questo viene ripagato dalla scena sconvolgente in cui il filobus viene spinto a mano dalla folla fino al punto in cui può attaccarsi alla rete e partire: sembra una metafora della vita di tutto il paese.

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Si pone anche un problema etico: ha forse il regista il diritto morale di mentire al fine di mostrare la verità, di venire meno agli accordi e di mettere in pericolo i propri personaggi, pur di fare un film di successo? Verso il finale Zin Mi, rimasta nella stanza con il regista e la traduttrice, risponde ad una domanda sui suoi sogni. Qualcosa tipo “pensi a cos’altro puoi fare per il grande leader?” e all’improvviso cominciano a grondare le lacrime. “Va bene, dai, dicci una bella poesia”, dice impaurito Manskij dietro la cinepresa, cercando di tranquillizzare la bambina. Zin Mi comincia a recitare il giuramento dei bambini e le lacrime scompaiono.

Al costo delle lacrime invendicate di questa bambina, saresti disposto a raccontare tutta la verità sul paese più felice del mondo? Non c’era neanche da pensarci su. Vitalij Manskij l’ha fatto.

(il trailer è stato aggiunto da RIT, non è presente nell’articolo originale. Ndr.)

 

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana – appunti russi di un’italiana su russaliana.me
sydney.vicidomini@gmail.com

Sydney Vicidomini

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana – appunti russi di un’italiana su russaliana.me
sydney.vicidomini@gmail.com