Trexit: tutto va tenuto a mente

Fonte Vedomosti 14/11/2016 Articolo di Aleksandr Rubcov, Traduzione di Giorgia Stefani 

Il filosofo Aleksandr Rubcov individua a posteriori i problemi dell’analisi politica

L’elezione di Donald Trump ci ha già fatto dimenticare la Brexit. Per gli Stati Uniti anche le elezioni rappresentano un’ “uscita” da un modello ormai logoro di democrazia, di politica, di bilanciamento degli interessi interni ed esterni, dell’assetto “amico-nemico”. In più, si tratta di un piccolo passo verso l’uscita da un sistema ideologico consolidato: un sistema di valori, obiettivi e princìpi che negli Stati Uniti è impossibile rifiutare senza andare a intaccare il senso di identità del Paese. L’American exceptionalism è sì una dottrina elastica, ma non fino in fondo. E se anche poi la vera politica non assorbirà le spinte esterofile delle dichiarazioni pre-elettorali (va in questa direzione anche la Gran Bretagna), l’elezione di Trump eserciterà sicuramente una forte pressione verso una Trexit (infatti, si parla già di Calexit, ossia di un movimento della California per l’uscita dagli Stati Uniti).

Lo spettro delle reazioni all’evento va da un preoccupatissimo “il mondo è crollato” a un generico “non sappiamo ancora come andrà a finire”, fino a un più tranquillo “non è niente di terribile, il sistema lo metabolizzerà”. Ma sono pochi quelli che negano di essere rimasti sorpresi, e quei pochi se ne vantano quasi.

Per comprendere la natura di questa reazione è importante riflettere al condizionale: la vittoria di Clinton avrebbe potuto evitare tutto questo scalpore. Fino all’ultimo momento era tutto in bilico, ma i potenziali effetti tanto di un esito che dell’altro erano assolutamente imprevedibili. Nemmeno chi prevedeva il trionfo di Hillary avrebbe trovato occasione di bearsi della propria perspicacia. Ivan Kirill (storico americanista nota di RIT) ha scritto: “Le vittorie prevedibili non hanno bisogno di spiegazioni. E delle sconfitte imprevedibili le spiegazioni abbondano”. Compresa la nostra, in questa sede.

Per una valutazione di tutta questa analisi, ora, più che gli effettivi risultati sono pertinenti i fattori che hanno portato alla proliferazione dell’analisi stessa, una proliferazione senza precedenti. Nel caso di un esito opposto non saremmo mai venuti a conoscenza di tutta questa saggezza collettiva, che con il senno di poi spiega la logica dello scalpore. Non avremmo scoperto quanto sia legittima la protesta dei colletti blu contro l’establishment, da dove arrivi negli Stati Uniti tutto questo populismo di destra, in grado di contagiare anche gli intellettuali. Pochi si sarebbero interessati del motivo per cui i neri non hanno votato per l’isolazionismo, ma i latinoamericani sì, e soprattutto di come “la linea di demarcazione tra intelligenti e stupidi” possa oscillare così bruscamente. Leonid Smirnagin, eccezionale americanista, non avrebbe scritto niente di brillante individuando nella vittoria del segretario di stato un principio di frana (60:40 al voto) e poi prodigandosi frettolosamente per la propria riabilitazione con timide osservazioni in merito. Non si sarebbe trovata conferma del fatto che Grigorij Iudin (sebbene avesse allora sbagliato le cifre) aveva da lungo previsto una rottura del genere, e anche questa sua analisi sarebbe passata in secondo piano, senza impressionare nessuno. E poi, alla prossima tornata elettorale, sarebbero arrivati tutti con la stessa comprensione della realtà, della profondità e delle gradazioni della crisi del modello democratico in quanto tale, una comprensione che è rimasta invariata fino all’ultimo, prima dello spoglio dei risultati, e che comincia solo ora a cambiare.

Il problema non sta in una visione concreta, ma in un’ottica vecchia, logora e contorta, secondo la quale è giusto ritenere che gli eventi eccezionali trovino spiegazione in cause non meno sensazionali. Le menti sono capaci e i nostri pensieri veloci, ma i rivolgimenti storici sono stati intesi come li intendeva il generale Kutuzov in Guerra e pace, cioè con la stessa inerzia che caratterizza le piste di pattinaggio sul ghiaccio. Quando ciò che si riteneva impossibile, all’improvviso, contro ogni previsione, si è verificato, è diventato chiaro che il tutto si preparava già da molto tempo, semplicemente non siamo stati capaci di descrivere prima la frattura storica in cui ci troviamo. Come avrebbe potuto commentare Nozdrev (personaggio de Le anime morte di Gogol’, n.d.t.): del senno di poi son piene le fosse.

In questo contesto vengono cancellati “dettagli” di fondamentale rilevanza, o addirittura decisivi, della stessa campagna elettorale, sebbene nella pratica del lavoro e degli eventi ci sia stato anche molto di casuale e mutevole. Ci sono stati momenti in cui i candidati si sono fronteggiati testa a testa, e lo scatto in avanti di Trump è rimasto nei margini dell’errore. Il bivio c’è sempre stato: sarebbero bastati anche solo pochi passi vincenti in più da una parte e pochi fallimenti in meno dall’altra, e tutto questo scalpore non ci sarebbe stato. Inoltre, stando alla ripartizione degli elettori, e non dei voti (in tutto e per tutto 50 e 50) le cose sarebbero potute andare completamente in un altro modo a seconda delle “sfumature” delle elezioni: partendo dalla campagna elettorale del candidato democratico e finendo con una messa a punto dei ruoli negli ultimi due giorni. Il paradosso sta nel fatto che le spiegazioni di oggi hanno dipinto come inevitabile quel che ieri era considerato impossibile e allo stesso tempo hanno permesso di cogliere con oggettività tutte le implicazioni tecniche e contingenti. Stando ai dati di Semen Pavlyuk, in Florida, Michigan, Wisconsin e Pennysilvania i voti dati al libertariano Gary Johnson sarebbero potuti andare a Hillary, che con quelli avrebbe corso con un rapporto di 1,41:1, cosa che non è successa solo per colpa della confusione di una parte trascurabile di elettori in 4 Stati su 50.

Tutta questa osservazione al microscopio è importante non per il piacere di una giustezza storica, ma per la comprensione delle specifiche di quest’elezione. Se si può ribaltare il tavolo, allora si introduce nel gioco una mossa più forte delle altre, che ne sovverte il modello stesso: la violazione diventa la sostanza della questione. Il che ci porta a uno scatto teorico più raffinato. Se la logica del cospirazionismo trova spiegazioni per l’accaduto in una versione primitiva di determinismo laplaciano, con legami rigidi e meccanici di causa-effetto, di contro un’analisi rigorosa si avvale di una logica veritiero-statistica che cerca lo scientifico nel mare dello stocastico. In questa logica anche il futuro è prevedibile, si tratta solo di una maggiore o minore probabilità.

Quello con cui abbiamo a che fare richiede essenzialmente una logica di analisi-prognosi. Non si tratta qui di dinamiche prevedibili secondo uno standard o di rivolgimenti storici probabili, ma di processi duplici, in cui abbondano le biforcazioni e che per principio non possono essere ridotti a una lettura generica. In processi del genere pochi segnali in entrata possono dare effetti di portata incommensurabilmente maggiore e spesso del tutto imprevedibili in uscita, perciò in questi casi operano criteri di valutazione dei microeventi completamente diversi per ogni fase, su ogni punto e in ogni momento. Sono miriadi le biforcazioni contenute nella “scatola nera”, perciò non si può mai sapere quale circuito di legami causa-effetto abbia effettivamente agito. La minutaglia di casualità in questi casi può cambiare la natura stessa del sistema, perciò quando ci si appresta a considerare uno schema bipartitico, può capitare che sia già successo qualcosa di imprevisto.

È psicologicamente chiaro perché in tutto questo mondo di analisi professionali e quotidiane non sia mai arrivato prima un crollo consistente. Le “menti alte” in questo non sono migliori dei “politologi da bar”. Quando si desidera molto un esito, si fa fatica a dar credito a un altro, e per questo la logica dei rischi a scapito dell’inaccettabile non funziona. Il compito dell’analisi politica però è proprio quello di smarcarsi dalla psicologia. Dal punto di vista di una svolta cardinale con un “ripensamento del tutto” il grosso è avvenuto quando Trump aveva ormai vinto le primarie repubblicane, se non prima. Da questo punto di vista la vittoria di Hillary non avrebbe comunque revocato in alcun modo la principale novità della situazione. È evidente che non tutti avrebbero considerato sistemata la faccenda e concluso che ci si sarebbe potuti rilassare, ma di sicuro non ci sarebbe stata una mobilitazione come quella a cui assistiamo oggi, sebbene sarebbe stata comunque necessaria, e ben prima. La convinzione che un clown, un show-man non potesse diventare presidente di un Paese serio avrebbe indebolito la strategia dei democratici, che difficilmente avrebbe retto fino alla fine.

Il compito della nuova analisi politica non sta nel riconoscere post factum l’inevitabilità dell’impossibile, ma nel rintracciare in tempo l’approssimarsi delle biforcazioni, e quando non resta più altro, affidarsi a un avos’ [1] russo-americano.

 

[1] Avos’ è una parola tipicamente russa, difficilmente traducibile, che si riferisce a una tendenza appunto tipica del popolo russo di affidarsi ciecamente alla speranza in una sorta di fortuna, di fato propizio e inaspettato. Si potrebbe tradurla, con un’inevitabile perdita di significato, con soluzioni del tipo “successo inaspettato, fortuna provvidenziale” e simili.

 

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Nata a Milano nell’aprile del 1990, ho conseguito in questa città una Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere, con una tesi su Daniil Charms, e una Laurea magistrale in Traduzione presso la Civica Scuola Altiero Spinelli, con specializzazione in traduzione di narrativa russa e inglese. Sei mesi della mia carriera unversitaria hanno però come sfondo Tallinn, in Estonia, dove ho lasciato un pezzettino del mio cuore. Da sempre appassionata di letteratura e di culture straniere, sono ideatrice e traduttrice di Traducibo, un progetto di traduzioni in ambito enogastronomico (http://traducibo.altervista.org), collaboro occasionalmente con la squadra di Russia in Translation e nel tempo libero tengo un blog personale di filastrocche (https://filastorte.wordpress.com).

Giorgia Stefani

Nata a Milano nell’aprile del 1990, ho conseguito in questa città una Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere, con una tesi su Daniil Charms, e una Laurea magistrale in Traduzione presso la Civica Scuola Altiero Spinelli, con specializzazione in traduzione di narrativa russa e inglese. Sei mesi della mia carriera unversitaria hanno però come sfondo Tallinn, in Estonia, dove ho lasciato un pezzettino del mio cuore. Da sempre appassionata di letteratura e di culture straniere, sono ideatrice e traduttrice di Traducibo, un progetto di traduzioni in ambito enogastronomico (http://traducibo.altervista.org), collaboro occasionalmente con la squadra di Russia in Translation e nel tempo libero tengo un blog personale di filastrocche (https://filastorte.wordpress.com).