Gli 11 migliori libri dell’anno sulla guerra, l’invidia e l’amore

Fonte: Lenta.ru, 06/12/2016, scritto da Michail Edel’štein, tradotto da Diana Loreti

Il Bol’šaja kniga è il più importante premio letterario russo, il 6 dicembre è stato nominato il vincitore di quest’anno (Leonid Jusefovič, n.d.t.). I finalisti erano 11 autori. Il critico letterario Michail Edel’štein, membro della giuria, ha parlato a Lenta.ru delle opere dei finalisti.

Pëtr Aleškovskij, Krepost’ (La fortezza)

Alcuni anni fa un critico che rispettava l’onore della professione ma non voleva offendere un noto prosatore, coniò un celebre eufemismo: il romanzo tal dei tali, scrisse, “ha tutti i pregi tranne quello stilistico” da intendere nel senso di “letterario”. Lo stesso si può dire di Krepost’ di Pëtr Aleškovskij che qualche giorno prima del conferimento del Bol’šaja kniga ha vinto il premio Russkij Booker. Il suo libro su un archeologo onesto che difende il patrimonio architettonico russo antico da spietati burocrati corrotti è attuale, preciso nella diagnosi sociale, mette a nudo i punti cardine della contemporaneità. Un difetto: l’autore si è dimenticato di scriverlo. Dal linguaggio protocollare della tipica prosa sovietica lo scrittore, come ha giustamente notato l’esperto di letteratura Valerij Šubinskij, passa al barocco alla Prochanov solo per tornare subito al consueto mutismo. L’inclusione di questo romanzo tra i finalisti dei premi più prestigiosi, e tanto più il suo incoronamento, è una valida dimostrazione del sistematico degrado del processo letterario russo.

Estratto:
“Dieci anni fa Viktor discusse una tesi mediocre all’università di Tver’. Ivan Sergeevič partecipò alla discussione e appoggiò-compatì, ripose delle aspettative nel giovane, ma il ragazzo non fu all’altezza delle speranze. Ricevuto il diploma e qualche credito nella comunità studentesca provinciale, Kaljužnyj si mise alla ricerca di soldi per gli scavi. La sua spedizione si mise in funzione come un orologio, spalavano la terra a metri cubi, ma non si respirava la scienza, il neolaureato non si ricordava più della scienza. Viktor adesso suscitava in Mal’cov uno schifoso ribrezzo.”

Evgenij Vodolazkin, Aviator (L’aviatore)

Dopo un romanzo sulla Rus’ medioevale, Evgenij Vodolazkin ha scritto un romanzo sul XX secolo russo: il suo protagonista è nato nel 1900, è stato congelato durante un esperimento scientifico sulle Isole Solovki nel 1932 ed è “risorto” nel 1999. Del resto, sia in Lavr sia in Aviator, l’epoca in cui si svolge l’azione interessa l’autore molto meno rispetto alla persona che vive in quell’epoca. Lavr aveva il sottotitolo “romanzo non storico”. “Io penso non storicamente” – confessa anche il protagonista di Aviator, convinto che le rivoluzioni e le guerre avvengano non per qualche condizione economica o politica, ma solo perché le stronzate di una persona “entrano in contrasto con le stronzate degli altri”. Vodolazkin è uno scrittore professionista. Sembrerebbe strano dover sottolineare la professionalità di uno dei più famosi prosatori russi, ma la letteratura russa sta sperimentando un declino dell’arte così mostruoso che possedere elementari abilità tecniche (saper inventare una trama coinvolgente, organizzare la composizione, cambiare registri linguistici nel corso della narrazione), suscita già di per sé rispetto nei confronti dell’autore. In più, come spesso accade, i difetti dello scrittore risultano essere una continuazione diretta dei suoi pregi. Il romanzo di Vodolazkin non è un organismo vivente, ma un costruttore meccanico. Non c’è nessun dettaglio che non combaci perfettamente con gli altri, nessun pensiero che il protagonista concepirebbe da solo senza il suggerimento dell’autore.

Estratto:
“Cos’è stato? – grido, in lacrime, a mio sorella Valentina. – Perché la felicità della mia vita non fiorisce completamente in me?
Valentina preme le gelide labbra sulla mia fronte.
“- Forse, così smetterebbe di essere felicità.
Forse. Ma per capirlo bisogna ricordare tutto”.

Marija Galina, Avtochtony (Autoctoni)

Marija Galina viene tradizionalmente associata alla letteratura fantastica. In Avtochtony, però, upiri (creature della mitologia slava simili a vampiri), salamandre, sosia e tutto l’entourage mistico-fantastico risultano essere solo una bella decorazione all’interno di un discorso su vita e morte, storia e potere, tirannia e libertà. Un bonus per il lettore è la non nominata ma facilmente riconoscibile città di Leopoli: i comodi caffè, le strade antiche, l’atmosfera di mistero e segreto. E ognuno qui vive diverse vite, come la città stessa con la sua storia “stratificata”. La trama del romanzo presenta una svolta dietro l’altra, ognuna più inaspettata della precedente e ogni volta è impossibile indovinare cosa verrà dopo, quale altra sorpresa avrà preparato per il lettore la fantasia dell’autrice. Il difetto principale della prosa di Galina è che l’intreccio, di norma, è più interessante e sorprendente dello scioglimento. Il nuovo romanzo non fa eccezione. Del resto, ciò non impedisce ad Avtochtony di essere più chiaro, più vivo, più “variopinto” della maggior parte dei bestseller nazionali.

Estratto:
“- Il solito?
Il cameriere comparve silenziosamente, come batman, tutto in nero, molto severo e molto giovane. E non ebreo. Sembrava.
– Il luccio farcito oggi è venuto particolarmente bene – disse il cameriere confidenzialmente. – Fish. Gefilte fish.
– No, grazie. Il pesce no.
– Ah – annuì il cameriere comprensivo – beh, allora il capocollo o gli gnocchi. Pensavo fosse un turista. Arrivano e subito vogliono il fish. Ma alla mamma di Jusef il fish non viene mai bene, a dire il vero.
– E perché allora mi ha chiesto “il solito?” se pensava che fossi un turista?
– Tradizione – disse il cameriere. – Il forestiero si sente solo. Pensa che il suo viso sia stato ricordato. Riconosciuto. Gli fa piacere e comincia a venire sempre qui.” 

Vladimir Dinec , Pesni drakonov (Le canzoni del drago)

Vladimir Dinec lavora a un genere strano: non è una tesi romanzata, non è un’autobiografia resa leggermente scientifica, non è un documentario, ma non per questo il suo romanzo è meno avventuroso. Del resto, si tratta in prima istanza di un romanzo sull’amore: dei coccodrilli per le coccodrille e del loro studioso per una ragazza di nome Nast’ja che alla fine diventa sua moglie. E sull’amore per le avventure: talvolta sembra che persino i coccodrilli non stiano così a cuore all’autore come i rischi, a volte mortali, nei quali incorre mentre osserva la vita degli alligatori e dei caimani. Le notti insonni fra i boschi del Mississippi e i canneti del Nilo, la prigione cinese, l’ebbro duello in Bolivia: le giornate dello zoologo nella narrazione di Dinec ricordano più le avventure di Indiana Jones che le ricerche di un valido professore in un comodo studio. Del resto, l’autore stesso concilia felicemente la passione per le avventure con il lavoro all’università del Tennessee. Forse, l’unica cosa che manca al suo libro è un editore esperto. Trovatelo e Pesni drakonov può diventare un classico della divulgazione scientifica zoologica.

Estratto:
“Da quando mi avevano rubato lo zaino, portavo tutto il rimanente in tasca, quindi mi muovevo con più facilità. Arrivai con l’autostop al confine e mi unii al convoglio. Era composto da due APC e alcuni vecchi camion dimenticati con i beni di prima necessità per la guerra civile in Somalia: cassette col rap e casse di coca cola. I camion dovevano portare indietro qāt (un leggero narcotico famoso nei paesi del Corno d’Africa) per i prigionieri somali in Kenia.”

Aleksej Ivanov, Nenast’e (La perturbazione)

Con Nenast’e Aleksej Ivanov ha cercato di rispondere a una richiesta che da tempo è nata tra i lettori e i critici: creare un’epopea con il materiale degli anni ’90-2000 russi. Lo scrittore dipinge il ritratto collettivo del sodalizio afgano nella città degli urali Batuev (leggi: Ekaterinburg) nel panorama dei due decenni della più recente storia patria: chioschi, “coperture”, banche, servizi segreti; una struttura esterna nota a qualcuno attraverso i giornali, a qualcuno per esperienza personale. Tentativi simili erano stati fatti anche in precedenza: citiamo solo Sloj (Lo strato) di Viktor Strogal’šikov o, su del materiale un po’ più recente, Čertovo koleso (La ruota del diavolo) di Michail Gigolašvili. Il problema è che per quanto gli autori tentino di inventare una metafora di queste cose che sia universale e funzionante, e di riempire la propria tela di significati simbolici, la componente pubblicistica di volta in volta prende il sopravvento e il risultato è sempre un compendio criminale-psicologico ipertrofico. La causa, ritengo, sta nell’errata formulazione dell’obiettivo: il materiale non si è ancora raffreddato, non si è ancora creata la distanza storica necessaria per un romanzo simile. Aspettiamo 20-30 anni e vedrete che comparirà il corrispettivo russo de Il padrino. Ma fino ad allora non facciamo pressione sugli scrittori.

Estratto:
“- E comunque, Vitja, non capisco come sia successo. Come ha fatto un semplice conducente d’autobus disarmato, né militare, né prestigiatore, a trovare il modo di sottrarre da quattro guardie con le carabine cento quaranta milioni di rubli? Non mi entra in testa, Vitja. Puoi spiegarmelo?
Era una domanda retorica. Già la sera prima Basunov, svincolandosi appena dall’ispettore, aveva raccontato tutto al capo, passo passo e secondo per secondo. In quello stesso ufficio. Adesso Ščebetovskij premeva sulla paura, per forzarlo più facilmente.
– Sta insinuando, Georgij Nikolaevič, che io fossi d’accordo con Nevolin?
– Si può ipotizzare qualunque cosa, anche un accordo.
– Se avessi voluto derubarla, a che mi sarebbe servito Nevolin? E perché non lo avrei fatto prima? Sono già quattro anni che trasporto i suoi soldi.
– Ma una somma del genere, Vitja, non c’era mai stata.”

Aleksandr Iličevskij, Sprava nalevo (Da destra a sinistra)

Qualunque cosa scriva Aleksandr Iličevskij – racconti, romanzi, saggi – lo fa sempre alla sua maniera personale: appassionatamente, con parallelismi e associazioni inaspettati, con digressioni e diramazioni continue, intasando il testo di epiteti, paragoni, metafore. Il nuovo libro di appunti di viaggio – e non solo – non fa eccezione. Nei capricci dei pensieri liberi, “arbitrari” dell’autore si alternano paesi e continenti, geologia, fisica, misticismo, Lev Gumilëv, Giuda Levita, il Talmud… Un infinito poema in prosa, un flusso lirico ininterrotto dal quale volano spruzzi da ogni lato. A Iličevskij si possono sollevare molte critiche, ma ha un pregio indiscutibile: è autentico, la sua ottica è l’ottica di uno scrittore, osserva il mondo con lo sguardo di uno scrittore.

Estratto:
“Nel grande inno al pianeta Terra, il film Koyaanisqatsi, la telecamera di muove dall’alto sopra il deserto montuoso del Cile. Le esotiche rocce a strati che ricordano al tempo stesso il tetro gotico verticale e l’organico Gaudi sembrerebbero non dissimili dai canyon dello Utah. Ma nello Utah la pietra calcarea, per l’eccesso di ossido del ferro, è rossiccia, fulva, mineralizzata, persino color pesca: di simili non ce n’è da nessuna parte. E, ad esempio, solo nel basso Volga sono state scoperte delle particolari formazioni erosivo-alluvionali che ricordano dall’alto il fondo ondulato, come un tavolo da lavoro, dell’acqua.”

Anna Matveeva, Zavidnoe čuvstvo Very Steninoj (Il sentimento di invidia di Vera Stenina)

Si direbbe che proprio per romanzi simili sia stata coniata l’etichetta “prosa di qualità”. Due protagoniste, una delle quali fin dalla giovinezza invidia l’altra. Sullo sfondo: figli, mariti, amici, conoscenti. Verso la fine si scopre che non c’era granché da invidiare (il lettore lo scopre già parecchio prima). Ma ancora più verso la fine tutto va a posto. Sembra che questa si chiami “felicità difficile”. Una storia piana, si legge facilmente, si dimentica velocemente. La non necessità è il tratto principale della prosa di Anna Matveeva. La scrittrice ha parlato di Vera e Julija, ma avrebbe potuto parlare di Zina e Tanja, Olja e Anja, Zita e Gita. Perché il lettore non si confonda (ha davanti un testo serio, finalista del Bol’šaja kniga, non un romanzo femminile qualsiasi) alla protagonista, nella migliore tradizione di Dina Rubina, si attribuisce la capacità di sentire finemente le opere d’arte. È vero, qui tocca fidarsi dell’autrice, perché nel romanzo non compare nessun esempio più o meno convincente della capacità di Vera Stenina. Ma noi, naturalmente, ci fidiamo, perché mai non dovremmo fidarci?

Estratto:
“Vera non aveva mai pensato prima che le gambe delle donne dovessero essere lunghe, ma ora la spietata verità stava davanti a lei nel volto di Julija, più precisamente in realtà, stava nelle sue gambe. Il primo settembre Vitja Parfjanko inciampò con lo sguardo nelle gambe di Julija e poi, semplicemente, inciampò. *** quel giorno aveva una gonna molto bella e l’avrebbe portata fino alla primavera, finché non si fosse seduta su una gemma di pioppo. Ma vera Stenina, guardando la bella Julija, per la prima volta sentì uno strano fremito. Una piccola creatura, una virgola, se non un punto, aprì gli occhi e si guardò in giro. Per essere una creatura che aveva appena visto il mondo, aveva uno sguardo insolitamente sveglio e attento. L’invidia era un’osservatrice, come un mozzo.”

Sergej Solouch, Rasskazy o životnych (Racconti sugli animali)

Il titolo di questo libro è una fregatura completa. Non si tratta di racconti, è un romanzo, e animali non ce ne sono proprio, sono persone. E se delle bestie effettivamente compaiono nel libro, sono di gran lunga più simpatiche della maggior parte dei personaggi. Il protagonista è un ex docente del politecnico sud-siberiano (leggi: di Kemerovo), lavora in una ricevitoria e senza sosta sbriga le faccende dell’ufficio nelle infinite strade siberiane. Odia il lavoro, i colleghi, i clienti e la propria vita che da tempo ha perso significato: è rimasto solo il senso del dovere nei confronti della giovane figlia e della moglie alcolizzata. Per cosa si vive quando non c’è più niente per cui vivere: il protagonista dal buffo cognome di Valenok (tipica calzatura di feltro russa, riferito a una persona significa “mezza calzetta”, n.d.t.) si pone ogni giorno questa domanda, non trova risposta, ma continua a percorrere centinaia di chilometri nella poltiglia, nella tormenta, nel gelo. Il libro di Solouch va letto come un romanzo sociale. Rasskazy o životnych in effetti è strettamente legato a un luogo e a un’epoca: è la storia della generazione di ingegneri che hanno cominciato la professione nel momento in cui la loro conoscenza, le loro abilità e il loro sistema di valori non servivano a nessuno. Ma da questa storia scaturisce, secondo la definizione di Leonid Jusefovič, una parabola senza tempo, una variazione sul tema del Libro di Giobbe, un racconto sull’invisibile eroismo quotidiano di un uomo invisibile.

Estratto:
“Ecco che nel terzo o quarto anno di trasformazione del professore, dell’insegnante, in un manager, in un venditore, sorse quel sentimento di indefinitezza. Senza linee di stacco. Senza punto. Senza confine. Medica, uguale, in profondità e in estensione, attraverso l’ovatta imbevuta, saporita, cotta della grigia antisepsi, che non ha e non può avere larve, bozzi e crisalidi. È vivo. Tutto ciò che promette il futuro. E le ali. Leggere, instancabili, scolpite.”

 

Ljudmila Ulickaja, Lestnica Jakova (La scala di Jakov)

In Lestnica Jakova ci sono due linee: una contemporanea e una storica. Alla base di quest’utlima ci sono le vere lettere del nonno di Ulickaja e le sue pratiche personali dagli archivi dei servizi per la sicurezza dello stato. Come spesso accade, la non-fiction leggermente romanzata prende il sopravvento sull’immaginazione dell’autrice: leggere la storia di Jakov Oseckij è molto più interessante che seguire il destino di sua nipote Nora. La conclusione dell’autrice – o, se vogliamo, la sua filosofia della storia – è molto pessimistica: la vita di un uomo è tragica di per sé, a prescindere dal suo ruolo di carnefice in uno stato totalitario o di persona gentile. E qualunque sia il millennio, i destini delle persone di generazioni diverse, con tutte le differenze esteriori, sono fatti, in genere, della stessa sostanza. Un valore aggiunto: emblematica degli ultimi romanzi di Ulickaja è la scolarizzazione: molte nozioni sulla pittura, il teatro, la letteratura, ecc.

Estratto:
“Era passato un anno da quando Tengiz se n’era andato, anche di più. Nora aveva cambiato ogni cosa, fino al midollo. Voleva che non rimanessero tracce del passato, che non ci fossero mai più quegli incendi, diluvi, terremoti, perché bisogna vivere, bisogna sopravvivere e Tengiz se ne va sempre, se ne va per sempre… con le sue guance non rasate, con le mani scultoree come il David di Michelangelo, con la dentatura irregolare, l’odore di tabacco, con le cosce strette e scarne, come un cane, e non riuscirà mai più a inscenare quel grande spettacolo micidiale.”

Saša Filipenko, Travlja (Mobbing)

Come questo testo sia capitato tra i finalisti del Bol’šaja kniga è un mistero assoluto. Probabilmente i discernitori hanno interpretato la presenza nel romanzo di oligarchi, banditi, gay, giornalisti alla ricerca della verità come la testimonianza dell’attualità politica. Comunque, Travlja è un semplice pamflet e niente più. Il problema non è nemmeno la struttura giornalistica, ma lo sguardo giornalistico in quella struttura. La cosa più comica del libro è il tentativo di complicare la narrazione monocorde in una composizione sonettistica col risultato che tutta la combinazione sfocia definitivamente in una farsa.

Estratto:
“All’improvviso mi ricordo il racconto di mio fratello e do l’ipad a Fedja. Cinque finestre aperte, tante quante gli articoli avversi. Ricordo l’ultima volta che sono stato qui, a Lugano. Allora mi chiamarono la grande delusione del 2015. I critici locali ritennero che io fossi troppo sopravvalutato. Compiansero Bach. In tutte le recensioni sostennero che la sonata fosse stata eseguita troppo lentamente, in modo del tutto impacciato. Se solo i critici potessero immaginare cosa successe quel giorno.”

Leonid Jusefovič, Zimnjaja doroga (Strada invernale)

Il romanzo documentario su uno dei più recenti episodi della guerra civile, il “duello” della Jakuzja nel 1922 tra il generale dei bianchi Anatolij Pepeljaev e il comandante dei rossi Ivan Strod, dimostra ancora una volta ciò che in realtà era ben evidente anche prima: Leonid Jusefovič è un prosatore eccellente, uno storico preciso e un uomo intelligente. Il fascino di questo libro è tale che possono leggerlo anche coloro che non sono affatto interessati agli eventi di quegli anni, semplicemente come una parabola su due uomini dalla gentilezza cavalleresca che per volere della storia diventano acerrimi nemici. E dopo qualche anno, quasi contemporaneamente, periscono per mano dei vincitori, dalla parte dei quali si era battuto uno di loro.

Estratto:
“Tutte le lettere che Pepeljaev ha scritto alla moglie conservate in un fascicolo in Jakuzia. Nemmeno una le arrivò mai. Considerando che lui si giustificava sempre con lei, appellandosi ora a una volontà superiore che lo avrebbe avviato a quella impresa, ora al dovere nei confronti del popolo, Nina Ivanovna aveva accolto senza entusiasmo la prospettiva di rimanere, per un periodo indefinito, sola con due figli piccoli fra le braccia e lo aveva accettato quasi con rassegnazione. Pepeljaev le aveva assicurato che il distacco sarebbe durato non più di un anno, ma per un anno di vita avrebbe potuto lasciare alla famiglia l’appena discreta somma di un migliaio di rubli. Questo, bisogna pensarci, non suscitava ottimismo in Nina Ivanovna. Per di più, lei aveva visto alcuni di quelli che avrebbero condotto il marito in Jakuzia e non riusciva a non pensare che non sarebbe finita bene.”

 

Diana Loreti

Traduttrice dal russo e dall’inglese, della Russia amo la lingua, la cultura, la letteratura, le tradizioni, i paesaggi. Collaboro a RIT per trasmettere queste passioni al pubblico italiano. dianalor330@gmail.com