L’arte di conoscere

Fonte: Gazeta.ru. 7 dicembre 2016. Tradotto da Graziella Portia

E se gli artisti dei secoli XIX e XX fossero vissuti e avessero creato le loro opere nel nostro secolo?

Lena Fuks. Suprematismo

E se gli artisti dei secoli XIX e XX fossero vissuti e avessero creato le loro opere nel nostro secolo? Come sarebbero il Quadrato nero, Alënuška, Bogatyri o qualunque natura morta all’epoca della più avanzata tecnologia e dei bistrot alla moda? Come influisce la tecnica artistica sulla percezione dell’ambiente circostante?

Nell’ambito del grande progetto artistico “L’arte di conservare”, dedicato al 175° anniversario dalla fondazione di Sberbank, quattro talentuosi illustratori si sono messi a raffigurare il mondo contemporaneo così come sarebbe potuto sembrare agli occhi degli artisti del passato.

Guardate come cambia la realtà abituale negli ipotetici profili Instagram di Malevič, Kustodiev e Vasnecov.

Lena Fuks

Ho scelto Malevič nonostante come artista egli sia praticamente il mio opposto. Ma è così interessante il fatto che molte cose cambino, appena cambia il modo di guardarle. Per questo ho voluto provare a vedere il mondo attraverso i suoi occhi, guardare ciò che fa e capire la sua filosofia come artista. Consiste nell’uscire dai confini della propria comfort zone: sarei dovuta diventare Malevič per un certo tempo e, probabilmente, amarlo. Il progetto in un certo senso ha cambiato la mia opinione su di lui quando mi sono immersa nelle sue idee e mi sono messa nei suoi panni.

Nel momento in cui dovevo scegliere cosa mostrare, del mondo contemporaneo, “con gli occhi di Malevič”, mi sono orientata sull’essenziale: tutti rivolti alle tecnologie, tutti passano tutto il proprio tempo al telefono, sui social, nei locali alla moda con cibo alla moda, come hamburger e cupcake: tutto attorno a noi è molto euro-americanizzato. E tutti seguono tutto questo, come uno segue l’altro su Instagram, senza una scelta consapevole. Tuttavia ho deciso di porre il problema non con spirito di denuncia, ma mettendola sullo scherzo. D’altronde tutto questo rappresenta semplicemente la vita del XXI secolo: io stessa sto incollata al telefono, come un milione di altre persone sulla metro, e anch’io mangio hamburger. Soltanto che per alcuni essi diventano lo scopo e il senso della vita, mentre altri dicono: ridicolo, e va be’.

Nel complesso io mi rapporto tranquillamente con le mode contemporanee e non amo particolarmente i social, sono come una vecchietta. Amo leggere libri stampati, chiacchierare con un’amica in un bar invece che messaggiare con lei su Messenger, ma ovviamente utilizzo tutto ciò di cui sto parlando. Semplicemente mi sforzo di avere cura di me stessa e concentrarmi più spesso sul mondo reale.

Quando disegno, mi metto seduta e lavoro, senza abbozzi. Può capitare che veda qualcosa che mi ispira, ma non penso “Ecco, adesso disegno una donna con un gatto”. Capisco semplicemente di avere l’ispirazione, prendo la penna o il pennello e mi ci metto, e io stessa non so cosa ne verrà fuori alla fine.

Riguardo al fatto di copiare lo stile degli altri dico che quando sono andata a studiare a Barcellona per un anno, ci assegnavano il compito di scegliere un artista dalla lista e riprodurre circa una ventina dei suoi lavori. Io ho scelto Egon Schiele, e trassi molta ispirazione da questo compito. A quel punto capii che mi sono molto affini sia la sua filosofia, sia il suo modo di agire e di disegnare, sia il modo di intitolare i suoi lavori. Non so se vorrei vivere nella sua epoca, ma sarebbe interessante conoscerlo e capire se lui sia veramente così figo come sembra a me.

Non posso dire di essere stata influenzata da un solo artista, le fonti di ispirazione sono molte: vari artisti e quadri che vedo su internet, mostre, amici, i loro racconti, persone random per strada… tutto mi ispira.

Al momento sono immersa in tutto ciò che è collegato con l’arte: vendo i miei quadri, faccio illustrazioni per riviste, poster, branding, loghi, decorazione d’interni, istallazioni, istallazioni luminose – di queste si occupa mio marito, e ha contagiato anche me. Tutto, ma proprio tutto ciò che è collegato col design, confezioni eccetera. Ciò che è iniziato come un hobby, è diventato un lavoro, senza smettere di essere una questione di vita.

Probabilmente iniziò tutto a scuola, quando capii che c’erano materie che non sopportavo e durante le quali non riuscivo a stare ferma. Allora iniziai a disegnare e veniva fuori che durante la giornata scolastica consumavo più pagine dei quaderni da disegno che degli altri. Nel 2009 ho avuto l’impressione che ci fosse un certo riscontro rispetto a quello che facevo e che, a quanto pareva, mi appartenesse. Allora iniziai a contattare diverse gallerie, e da una ebbi risposta: “Ok, proviamo”. Era una piccola galleria sulla Soljanka, dove prima c’era una lavanderia, e proprio così si chiamava, “Lavanderia”. E fu così che la mia prima mostra fu una personale. Dopo di che le cose andarono da sé.


Lena Fuks. Quadrato nero. Quadro che, forse, non è più così enigmatico nell’epoca delle tecnologie moderne, in cui c’è una risposta a tutto. Provate a trovare la risposta con l’applicazione di lettura del QR-code.

Lena Fuks. Il quadro Gli sportivi l’ho interpretato in maniera ironica, raffigurando “gli sportivi” di molti cortili moscoviti.

Lena Fuks. Il quadro Cavalleria Rossa (lett. “Galoppa la Cavalleria Rossa”, nota di RIT) fu dipinto tra il 1928 e il 1932: allora la Cavalleria Rossa galoppava effettivamente. Ora il mondo è governato dallo sport e dalla moda, tanto che io immagino una corsa ciclistica di biciclette a scatto fisso.

 

Aleksandr Mindrič

Perché Kustodiev? Mi sono mosso al contrario. Nonostante all’istituto studiassimo storia dell’architettura, non mi sono mai messo a pensare a quale artista mi piacesse, conoscevo Serov e Ajvazovskij. Quando pensavo a questo progetto e dovevo scegliere un artista, ho capito che per me era importante la presenza, nei suoi quadri, di un soggetto minimo, non troppo ingombrante. Prendiamo Malevič: faceva quadri astratti, perché dovrei scegliere lui, cosa potrei farci? Ed invece in Kustodiev ho visto piccoli soggetti, e in testa mi sono immediatamente venute delle idee mie su come poterlo attualizzare.

Tutti gli elementi moderni che sono comparsi all’interno dei lavori, li ho individuati subito: “qui rifaccio questo, qua modifico lo sfondo”. Ed ecco che in un quadro con un mercante di tappeti, il tappeto glielo mettono addosso. L’ho guardato e ho pensato che fosse simile a uno di quei promoter che indossano quei cartelli di compensato e distribuiscono volantini, e ho deciso che sarebbe potuto essere divertente. Ho aggiunto altri dettagli che noto spesso nelle nostre città.

Un altro quadro è Una Suora. La ragazza, seduta, legge un libro. Ho voluto ridisegnarla, ma facendo in modo che leggesse qualcosa sull’iPad in metro. E una parte del quadro La moglie del mercante l’ho riambientata in un negozio, dove la donna deve tenere in mano molta roba, perché ha dimenticato di prendere il carrello.

Appena ho iniziato, ridisegnavo le fotografie, ora non mi era semplice non tanto dal punto di vista della tecnica, ma dal punto di vista della sensibilità. Solitamente cerco di evitare le opere su commissione in cui mi si chiede di disegnare qualcosa di concreto. E non si può dire che io utilizzi la tecnica esatta dell’artista a tutti gli effetti, non dipingo mica a olio, ma faccio tutto al computer con il tablet. Ma se mi si pone uno scopo, posso riprodurre qualunque tecnica e posso copiare qualunque quadro punto per punto.

Ho concluso i tre anni di architettura, in cui ho studiato disegno tecnico, ma non posso dire che mi abbiano insegnato qualcosa. Ho capito che non faceva per me, nonostante fosse figo e interessante. Difatti i miei interessi vertevano su qualcosa di simile, e qui in città i corsi di studio collegati con le arti, sostanzialmente, sono due: architettura e grafica. Non è che avessi imparato a disegnare da qualche parte in particolare: è semplicemente quello che ho sempre fatto e che mi è sempre piaciuto. Più o meno due anni e mezzo fa ho iniziato a lavorare sodo e mi è sembrato che non stesse riuscendo affatto male: ricevevo qualche ordine e le cose sono andate. Non mi occupo solo di illustrazioni, ma anche di grafica.

Ho pensato a quanto sia realmente importante usare i dispositivi di oggi o la matita e i colori, e sono arrivato alla conclusione che, in sostanza, è solo una questione di strumento. Come un programmatore prende dimestichezza con il codice, così un artista usa programmi di grafica, ma tutto ciò che fai è prodotto della tua mente. Lo strumento ovviamente ti aiuta a elaborare i pensieri, e come per me è più facile usare il tablet, conosco anche ragazze che disegnano bene a mano, e per loro, al contrario, sarebbe più difficile con il tablet.

L’ispirazione è più importante della tecnica. Vedo continuamente i lavori degli altri e penso: “Caspita, voglio farlo anch’io”. Tu disegni e inizia a venir fuori qualcosa di tuo. Ad esempio, quando dài un’occhiata su Behance o quando vedi che un tuo amico disegna, questo ti stimola e tu stesso inizi a disegnare di più.

Non direi che mi abbia influenzato qualche artista del passato, il mio stile è più contemporaneo. Dima Rebus è un artista contemporaneo, eppure come è forte con gli acquarelli! Ma ogni tanto guardi Ajvazovskij e pensi: come riusciva a dipingere così cento anni fa? Allora capisci che non sei capace a fare niente senza la tua macchina fotografica e i tuoi dispositivi. Mi piace Van Gogh, ma non tanto i suoi quadri, piuttosto la sua storia personale. Un uomo dipingeva, e lo hanno riconosciuto dopo venti anni.

Se fosse possibile, sarebbe interessante fare un viaggio nel passato, quando gli uomini non esistevano proprio: il mondo doveva essere diverso. Sarebbe bello vedere i luoghi dove adesso sorgono le città, quando l’uomo non era ancora apparso.

Aleksandr Mindrin. Fiera (1908). Il personaggio è stato dislocato in un supermercato, in fila.

Aleksandr Mindrin. Il mercante di tappeti (1920). Ho rivisto il mercante sotto forma di promoter.

Aleksandr Mindrin. Una Suora (1901). Ho trasposto l’immagine della ragazza nella metro e nelle sue mani, al posto di un libro, ho messo un tablet.

 

Katerina Lazareva

Ho scelto Vasnecov perché nei suoi lavori si è avvicinato a soggetti epici e al resto dell’immaginario russo classico e antico del XII secolo circa. In questo modo, la mia idea consisteva nel fatto di giocare sia nello stesso periodo in cui viveva e scriveva Vasnecov, sia nello stesso periodo che lui descriveva, e lui da quell’epoca era fortemente più distante rispetto a quanto lo siamo noi. Insomma sia Vasnecov, sia ciò che veniva prima di lui, l’ho trascinato fino ai giorni nostri.

Qui Alënuška è seduta vicino a uno stagno con un caffè e le cuffiette, le scarpe da tennis sono lì a terra, il player poggiato accanto. Invece i tre famosi bogatyri mi sono sembrati dei musicisti, quindi arriva questa band e si esibisce per strada. Oppure nel quadro Tre principesse del regno sotterraneo prima erano figlie dello zar, adesso sono protagoniste di un servizio fotografico.

Per essere esplicita, ho cercato il più possibile di mantenere e copiare le linee e le direzioni compositive. Io stessa vivo in campagna senza alcun dispositivo. Scherzo, ho tutto: telefono e player. Per me è molto importante il mio tablet per disegnare, sono assolutamente legata ad esso, incatenata addirittura. Per quanto riguarda la componente contemporanea nel mio lavoro, io utilizzo molto i diversi ornamenti e faccio tutto con il computer.

Sul computer ho vari programmi che utilizzo per una diversa tecnica o animazione. In questo progetto ho fatto fin da subito tutto digitalmente, ma alla fine so farlo in entrambi i modi, anzi mi piace molto disegnare a mano. Dagli artisti del passato che mi piacciono dal punto di vista della cultura visuale, individuo quelli che rientravano nel movimento della Bauhaus. Ma in generale mi piace vivere e lavorare ora che ci sono tutte le possibilità emerse nell’era del digitale, non ritornerei indietro. Ora ad esempio, sto realizzando un gioco al computer e mi piace da morire, sta venendo fuori un bel risultato, simile alla creazione di un cartone animato.

Non so quando presi la decisione di darmi al disegno. Probabilmente quando mia mamma capì che io sono negata come ballerina, e mi iscrisse alla scuola artistica. Nella danza ero mediocre, lì invece mi riusciva. Da quel momento non presi nessuna decisione particolare: facevo quello che dovevo fare e tutto qui, nessuno mi metteva il bastone tra le ruote. Ho iniziato a guadagnarci qualcosa intorno ai 18 anni forse, quando illustravo dei libri.

A 18 anni adoravo Dalì, e ora lo percepisco come un fenomeno di marketing, una pubblicità, come un’azione promozionale di alto livello, e non come qualcosa di introspettivo e profondo. Tutto il surrealismo non suscita alcun sentimento profondo ora, sembra molto superficiale, nonostante prima suscitasse completamente altri sentimenti.

Per me il XX secolo è un qualcosa di estremamente interessante e enigmatico. Adoro l’arte contemporanea, perdonatemi per questo. Dicono tutti che essa inizi con la Fontana di Duchamp, ma da dove inizi per me, non lo so. Amo Yves Klein, le istallazioni, l’astrazione, Anselm Kiefer, Egon Schiele, Rodin, Zorikto Doržiev, e anche Botticelli.

Non so cosa sia l’ispirazione, semplicemente lavoro tanto.

Katerina Lazareva. Sneguročka (ossia “La fanciulla delle nevi”, nota di RIT) (1899) l’ho vista come una ragazza che si affretta verso casa sullo sfondo infuocato di una città notturna.

Katerina Lazareva. Alënuška (1881) si è tolta le scarpe e si è seduta su una roccia, triste. La musica nelle cuffiette la aiuta a immergersi in se stessa.

 

Katerina Kol’čenko

Per scegliere i quadri per questo esperimento, ho immaginato di andare nel Museo Russo davanti all’amato Demone di Vrubel’, poi mi sono ricordata del fatto che c’è un altro che preferisco tra i classici, e ho cominciato a pensare ai libri di scuola e al corso di storia dell’arte. Volevo trovare qualcosa che susciti un’eco, di quelle cose che piacciono a tutti. Per l’appunto il Demone. Tutti coloro con cui ne parlo dicono “Oh, il mio quadro preferito”. E tra questi mia figlia. L’arte astratta fa nascere discussioni, ma i corvi di Savrasov fanno parte della vita di tutti. Per me sono di sicuro un pezzo della mia infanzia. E vorrei che accanto alle nuove tecnologie ci fossero quelle cose dell’infanzia, dei tempi della scuola, a commuovere le persone. Cose che obbligano a sorridere. Le tecnologie per mezzo delle tecnologie, ma c’è qualcosa che tutti conosciamo e ricordiamo, e ho cercato di guardarle di nuovo.

Un aspetto molto positivo di questo incarico è che è stato un motivo per riavvicinarsi alla vecchia tecnica, perdere un po’ di tempo nell’analizzare, osservare e quasi copiare: per me era un momento di svago. Ho concluso l’accademia artistico-industriale di San Pietroburgo, e sono quindi stata sempre legata all’attività artistica. Sono entrata all’accademia subito dopo la scuola, e ovviamente avevo anche studiato nella scuola artistica. In più i miei genitori mi portavano sempre per musei: non posso dire che mi piacesse, iniziò a piacermi più tardi, dopo la fine dell’istituto. Sono semplicemente finita nella scuola giusta, e avevo davvero voglia di stare lì: a quanto pareva, era l’ambiente adatto.

Le tecnologie e le cose di oggi occupano un posto importante nella nostra vita, è così. Non c’è addirittura possibilità di scelta, sono praticamente parte della nostra vita. A tutto ciò ci si può rapportare in diversi modi: positivamente o negativamente, e quanto siano utili o nocivi, quanto l’odierna “bufera” di informazioni cambi la nostra memoria e le nostre facoltà intellettive, e come essa influisca, ce lo dirà il futuro.

Molti artisti, se avessero visto questo, non avrebbero approvato una tale reinterpretazione ironica dei classici, ma è una scusa per guardare ancora una volta le immagini famose e sorridere. Tutti gli elementi moderni che ho aggiunto sono venuti da sé immediatamente. La cosa più semplice è stata aggiungere uno smartphone qualunque, è un segno del nostro tempo. Mi ricordo che disegnavo schizzi di persone vere, moltissimi schizzi, e ognuna aveva il telefono in mano. Guardatevi intorno per strada, e inevitabilmente vedrete una persona incollata al telefono. E infatti gli anni 2010 sono l’era dell’uomo con lo smartphone. Inventarsi qualcosa oltre allo smartphone sarebbe già più interessante. Così ho stilato una lista di idee, senza usarne nemmeno una. Evidentemente la decisione è imposta dall’originale, sia per quanto riguarda la composizione, sia lo scopo. Guardi un quadro concreto e pensi: che cosa sarebbe potuto esserci qui ai giorni nostri?

Katerina Kol’čenko. Nel quadro I corvi sono tornati di Savrasov ho inserito due innamorati ad ammirare uno dei tipici luoghi sperduti della Russia: sempre più persone viaggiano per la Russia, anche in macchina.

Katerina Kol’čenko. La sconosciuta di Kranskij ora non ci guarda semplicemente da una vettura aperta, ma è al volante di una cabriolet.

Katerina Kol’čenko. Che cosa ci fanno a primavera delle persone sulla collina del quadro di Petrov-Vodkin? Ma certo, si fanno un selfie.

 

(Sotto a ogni immagine è disponibile il link al quadro originale)

 

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.

Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.