Un barile pieno di euforia

Quanto a lungo l’accordo sul taglio della produzione di petrolio influenzerà il prezzo

Fonte Vedomosti 16/12/2016 Articolo di Michail Overčenko Traduzione di Alessandro Lazzari

Nel weekend (del 10 e 11 dicembre 2016, NDT) 11 paesi non membri dell’OPEC si sono uniti al cartello del petrolio per togliere dal mercato circa 1,8 milioni di barili al giorno. E non permettere che il 2017 diventi il quarto anno di fila a registrare un eccesso di petrolio, il che significherebbe mantenere il suo prezzo inferiore di 2-3, se non 4 volte, quello dell’estate del 2014 e dell’inizio del crollo.

Dal 29 novembre (la vigilia dell’accordo tra i paesi OPEC sulla riduzione della produzione) fino al massimo raggiunto durante le contrattazioni del 12 dicembre (dopo il quale Russia, Messico, Oman e altri stati hanno fatto la promessa senza precedenti di agire allo stesso modo) il prezzo del Brent al barile è salito bruscamente quasi del 25%. I mercati, com’è noto, sono stati travolti da una psicosi maniaco-depressiva. Se un anno fa dopo il summit OPEC il mercato petrolifero era caduto in una profonda depressione terminata con un prezzo al barile a quota 27,1 dollari, quest’anno ha resistito al raptus di eccitazione euforica.

E qui inizia la parte più interessante. Perché una persona in fase maniacale, come racconta la letteratura specialistica, sopravvaluta spesso le proprie possibilità. E anche se l’accordo tra i paesi produttori è veramente unico, se questi hanno zittito critici e scettici, se l’intesa è stata raggiunta con la partecipazione diretta del Vice Principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud, del presidente russo Vladimir Putin e di quello iraniano Hassan Rouhani, l’accordo non rimuove i punti interrogativi sul destino del mercato petrolifero.

E non si tratta soltanto degli estrattori di scisto negli Stati Uniti che, attraverso una politica di copertura del rischio (hedging) per il 2017 e 2018 al prezzo di circa 55 dollari al barile WTI, potranno ora aumentare il volume di estrazione. Si tratta anche del fatto che un anno fa gli Stati Uniti hanno abrogato il divieto di esportare petrolio durato quarant’anni. Negli ultimi tempi ci si è dimenticati di questo aspetto perché, inizialmente, le forniture di WTI erano irrilevanti poiché il trasporto in Asia (la principale regione del mondo dove non è sufficiente il petrolio) era costoso. Ma la situazione è cambiata: secondo Reuters, da settembre la BP ha realizzato un’operazione su vasta scala per trasportare dagli Stati Uniti in Asia tre milioni di barili. E a dicembre la cinese Unipec e il trader Trafigura trasporteranno in Asia fino a due milioni di barili. Ciò significa che la quota sempre minore di petrolio dei paesi OPEC e della Russia potrà essere sostituita da quella americana.

Inoltre, secondo la stima dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda di petrolio nel mondo crescerà nel 2017 soltanto di 1,3 milioni di barili al giorno contro l’1,4 del 2016 e l’1,9 del 2015. (L’OPEC si aspetta ancora meno – 1,15 milioni, e Citigroup, per esempio, 1,1 milioni.) E non bisogna dimenticare la Libia e la Nigeria che non sono inclusi nell’accordo e che aumenteranno la loro produzione.

Quindi vedremo come procederà questo gap.

Alessandro Lazzari

Originario della provincia di Treviso, nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

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