«Evitare lo snobismo è tremendamente difficile»

Fonte: Lenta.ru. 15 dicembre 2016. Intervista di Natal’ja Kočetkova, tradotto da Graziella Portia

Boris Kuprijanov in un’intervista a proposito di scrittori, lettori e editori monopolisti

 

Foto di Ruslan Šamukov / TASS

La fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno sono l’alta stagione nel mondo dei libri. In questo periodo vengono annunciati i vincitori dei principali premi letterari. In questo periodo a Mosca si tiene Non/fiction, la fiera della letteratura intellettuale, per l’inizio della quale le case editrici cercano di pubblicare le più brillanti novità dell’anno. A proposito del perché la globalizzazione nuoccia al mercato dei libri e di come parlare al lettore di letteratura, affinché ne sia interessato, la commentatrice di Lenta.ru Natal’ja Kočetkova ha intervistato uno dei membri del consiglio degli esperti di Non/fiction e fondatore del sito sulla lettura Gor’kij Boris Kuprijanov.

Lenta.ru: Si ha l’impressione che ora nel settore dei libri stia avvenendo una fioritura. Se guardi il programma della fiera Non/fiction, i libri che sono stati pubblicati in occasione della stessa e le discussioni a riguardo, sembra che improvvisamente nella cultura dei libri da noi ci sia stata una svolta niente male.

Boris Kuprijanov: Per la prima volta negli ultimi cinque anni a Non/fiction sono stati acquistati tutti gli stand già da settembre. Il Regno Unito, l’ospite d’onore di quest’anno, ha organizzato non solo un programma vincente, ma ha anche portato le sue case editrici. Ciò è legato, tra le altre cose, anche alla crisi, ma non solo. In Russia stanno accadendo cose interessanti nel mondo dei libri. Molto bella quest’anno è stata KRJaKK (Krasnojarskaja Jarmarka knižnoj kul’tury, “Fiera della cultura del libro di Krasnojarsk”, N.d.RIT), che è uscita dalla crisi. Tutto molto positivo, ma questi momenti felici accadono solo in ambiti piuttosto ristretti.

In che senso?

Beh, non c’è più la fiera primaverile del libro Knigi Rossii (“Libri della Russia”, N.d.RIT) a Mosca. E il fatto che non ci sia non se lo ricorda nessuno e non se ne preoccupa nessuno.

La fiera primaverile ha sofferto così a lungo che sembra che tutti se ne siano stancati. Ora il festival del libro in Piazza Rossa si chiama Knigi Rossii.

La fiera, ovviamente, stava morendo. E ormai non è importante di chi fosse la colpa, se il direttore non fosse capace o se i lettori fossero diversi. In ogni caso essa manca sul calendario.

Se prendiamo la fiera autunnale MMKVJa (Moskovskaja meždunarodnaja knižnaja vystavka-jarmarka, “Mostra-fiera internazionale del libro di Mosca”, N.d.RIT), vediamo che nonostante il cambio di direzione, essa era in decadenza nella stessa misura in cui lo è ora. Il secondo anno andò peggio del primo, e il primo peggio dell’ultimo con la direzione precedente.

Inoltre, tutti questi processi non dipendono dal lavoro di Rospečat’ (Agenzia Federale per la Stampa e le Comunicazioni di Massa della Federazione Russa, N.d.RIT), o dal fatto che l’editore sia stanco, o che la gente da noi non sia brava. La gente da noi è brava. E questo si vede sia da KRJaKK, sia da Non/fiction, sia dalle piccole mostre del libro che hanno luogo nelle regioni. Il problema è più globale e non è sparito.

Cosa intendi per problema globale?

Globalizzazione del mercato. Ne parlavamo due anni fa. Non/fiction è una cartina al tornasole proprio perché è una fiera più indipendente. I manager del monopolio mondiale non possono creare un mondo dei libri così come piacerebbe a noi. Possono portare l’ennesima quantità di autori, ma non lo fanno. Possono fare un programma interessante, ma non lo fanno. Ma la cosa principale è che quando l’autore ha un affare con un editore monopolista, il lettore resta ai margini. I suoi interessi non vengono considerati.

Il redattore, in una casa editrice, è vincolato dal numero di titoli pubblicati, non dalle vendite. È tenuto a pubblicare il massimo numero di libri. Ecco perché allo scrittore emergente i diritti d’autore vengono pagati una miseria. L’autore diventa un brand. Gli chiedono di scrivere subito un altro libro. E lui lo scrive. Non è detto che il prossimo libro, scritto di fretta, sia di qualità. Ma al redattore non interessa. Lui pubblica un libro “nominato al premio tal dei tali”. All’autore dev’essere corrisposta una grande somma di denaro per questo libro, e lo stampano a forte tiratura. Che sia un bene o un male, comunque lo vendono. Così l’autore già non pensa più al lettore, ma al suo profitto, e il lettore è escluso da questo circuito.

È un’altra storia quando invece un brutto libro viene pubblicato da una piccola casa editrice. In questo caso loro subiscono danni consistenti. Hanno tutto il loro sincero interesse affinché il libro sia buono. Non metteranno fretta all’autore, lavoreranno con l’autore e condivideranno la propria esperienza con lui. Il mercato è escluso da questa situazione.

Anche io vorrei che ci fosse un legame tra un testo di qualità e la sua pubblicazione. Adesso questo legame in Russia è spezzato. Il monopolista può organizzare un evento librario, ma il suo compito è vendere quanti più libri possibile. Non ha il compito di fare un evento per far sviluppare la cultura del libro nel complesso.

So che il Consiglio degli esperti di Non/fiction a volte chiede alle case editrici di includere nel programma una qualche manifestazione che al consiglio sembra importante. Cioè appunto, avere cura del lettore.

Sì, ma accade più spesso il contrario: mette il veto su quella manifestazione.

Foto di Kirill Kallinikov / RIA Novosti

E perché quest’anno a Non/fiction non c’è stata proprio nessuna conferenza? Una volta erano piuttosto popolari.

Adesso a Mosca organizzano così tante conferenze, che non mi sembrerebbe molto corretto fare un’area conferenze a Non/fiction. Tuttavia può darsi che valga la pena organizzare conferenze con alcuni personaggi che a Mosca vengono estremamente di rado.

A me, personalmente, quest’anno è mancata un po’ proprio una discussione sulla lettura come pratica. Sulla sociologia e sulla cultura della lettura. Non/fiction è proprio il posto dove bisogna parlare di come si leggono i libri e in quale direzione si muove la letteratura. Di questo non c’è abbastanza quanto vorrei. Perché in Russia non si legge come a Mosca. E perfino a San Pietroburgo non si legge come a Mosca. Cioè, mi piacerebbe rendere Non/fiction, magari, un po’ più professionale. Non c’è un altro posto in Russia dove si potrebbe parlare di questo, secondo me. E parlarne serve. In compenso l’edizione di quest’anno è riuscita dal punto di vista degli ospiti. Nella situazione odierna un evento del genere con un programma tale è praticamente impossibile.

E poi sappiamo che Non/fiction è come un Capodanno del libro. Quest’anno la quantità di nuovi libri che sono usciti per Non/fiction si differenzia radicalmente rispetto agli altri anni. Moltissime quest’anno erano le case editrici regionali di piccole dimensioni che non è possibile trovare altrove. Izdatel’stvo Mardžani ha presentato una nuova traduzione di Ibn Fadlan con dei commenti stupefacenti. Orenburgskoe knižnoe izdatel’stvo ha portato a Non/fiction una “Raccolta di opere” di Pëtr Lucyk e Aleksej Samorjadov. È stata presentata una biografia della moglie di El’ Lisickij, un libro assolutamente eccezionale, edito a Novosibirsk.

La casa editrice Galeev-Galereja, che ha sempre curato album, ha pubblicato i primi due volumi della raccolta in dieci tomi dei diari di Ivan Pavlovič Juvarev, che rappresenta un grandioso evento nel mondo editoriale. Forse non è così degno di nota come l’uscita del nuovo libro della Doncovaja, ma questo evento può cambiare la stessa concezione della cultura dei secoli XIX e XX e delle fonti dei membri dell’OBERIU (in cirillico ОБЭРИУ, acronimo di Ob”edinenie Real’nogo Iskusstva, Associazione dell’arte reale, movimento d’avanguardia letteraria a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, N.d.RIT). È analogo ai diari di Prišvin, che continuano a uscire e anch’essi furono presentati alla fiera Non/fiction.

Quest’anno alcuni eventi della fiera Non/fiction sono avvenuti anche oltre i confini della CDCh (Central’nyj Dom Chudožnika, “Casa centrale dell’artista” N.d.RIT).

Alla CDCh c’è un limite di visitatori. In 5 giorni di fiera si calcolano 35-36 mila presenze. Si potrebbe arrivare, eventualmente, anche a 40, ma sarebbe già del tutto difficile. E quando qualcuno mi racconta che a qualche festival ci sono state 80 mila persone, sono sempre un po’ scettico. Non/fiction supera inevitabilmente i limiti della propria capienza e inizia a espandersi in altri spazi. È molto positivo e molto importante.

Ora abbiamo parlato di ciò che nel mondo dei libri è avvenuto nelle città. Invece questo autunno è successa un’altra cosa, sempre legata al libro, ma nel settore mediatico: è comparso un sito sulla lettura, Gor’kij. E per esso fanno il tifo, stanno in ansia e ne sono contenti addirittura coloro che in teoria potrebbero esserne considerati i rivali.

Le persone che pensano ai libri sono così poche, che qui non potrebbe esserci concorrenza. È come con le librerie. Ci sono alcune librerie a Mosca che vedono nel negozio Falanster un rivale con cui battersi. Ma non bisogna vederla in questi termini, perché in città vivono 20 milioni di persone e le librerie sono in tutto 190. È una quantità irrisoria. Nella città di Khartoum la quantità pro capite è la stessa. Siamo all’ultimo posto in Europa tra tutte le capitali europee. A San Pietroburgo le librerie sono 10 volte meno che a Mosca, e la popolazione è 4 volte meno. Viviamo in un ambiente particolarmente lontano dai libri, non umanistico. Chi è al potere non capisce veramente perché bisogna leggere e a cosa serve la lettura. A che servono alla gente le riviste letterarie? A che serve una campagna di promozione della lettura? A che serve un programma per incentivare la lettura?

Il risultato è che lo Stato protegge la lettura allo stesso modo di come fa con la tigre siberiana. Da noi non capiscono che non si deve proteggere la lettura come se fosse una specie a rischio presa dalla Lista Rossa. Non capiscono che non bisogna proteggere, ma incentivare. Se i membri della Duma di Stato, tornando a casa, leggessero un’ora al giorno davanti alla webcam, sarebbe più utile. Tutto lo spettro del sapere umanistico si è notevolmente ridotto. E Gor’kij si è ingegnato per riportare all’ordine del giorno il tema della letteratura e dei libri, riportare la stessa lettura. Gor’kij in misura maggiore tratta della lettura come processo, e dei libri come elementi della stessa.

Foto di Evgenija Novoženina / RIA Novosti

È per questo che pubblicate, ad esempio, passi dal Cholstomér di Tolstoj. È chiaro che non avete l’obiettivo di vendere i libri di Tolstoj…

L’obiettivo è che le persone pensino a questo. Di recente abbiamo ricevuto del materiale, molto discutibile, ma mi è piaciuto: la descrizione di come venne pubblicato il romanzo “Guerra e pace”, ossia a episodi sulle riviste. Credo che lo sapessimo, ma ce ne siamo dimenticati. Guardiamo a queste opere del XIX secolo come a un’opera unica, scesa dal cielo come il Corano. E invece sono usciti come le serie. “Guerra e pace” era una serie, con un altro nome, un’altra titolazione. E tener presente queste cose è importante per comprendere l’ambiente letterario.

Poi vorremmo che Gor’kij non fosse ripugnante da leggere per chi da molto tempo non legge affatto, per chi ha perso l’abitudine. Vorremmo parlare con loro di ciò che leggevano prima e, se non riportarli alla lettura, per lo meno ricordare loro che essa esiste. Vogliamo parlare dei classici e dei metodi di lettura del testo. Siamo a metà tra una critica da rivista letteraria e un media, dove c’è una rubrica sui libri. Proviamo a parlare della lettura con un linguaggio attuale. E inoltre non contiamo sulla redditività.

Perché?

Ma no, anche noi ovviamente guadagniamo. E addirittura ci riusciamo. Ma semplicemente non crediamo di poter fare di Gor’kij una macchina per fare soldi. Non è fatto per arricchirsi. Per principio non vogliamo nessun crowdfunding. Perché pagare per acculturarsi non si può. Nel XXI secolo è ridicolo.

Non è solo una questione di soldi. Ma, ad esempio, anche di popolarità della risorsa, di numero di visualizzatori. Solitamente tutti gli intellettuali sono costretti a mantenere l’equilibrio tra materiali popolari e testi per un pubblico più ristretto. Gor’kij può permettersi di non scendere a compromessi con il lettore?

Ho il sospetto, ma per ora non posso dimostrarlo, che non sia tutto così semplice. Sono profondamente convinto che oltre a dover tener conto dei gusti dei lettori, noi dobbiamo anche formarli. Onestamente, mi sembra che qualsiasi istituzione acquisisca un determinato rispetto, popolarità, autorità, status, nel caso in cui fa ciò che considera necessario. E non segue la scia del lettore. Non tutte le leggi mediatiche ed economiche si inseriscono tranquillamente nella cultura.

Sergej Kapkov, durante il suo mandato di Ministro per la Cultura a Mosca, quando io ho iniziato a lavorare presso di lui, disse: «Sa, Boris, io già da molto non dico la parola “efficacia” in relazione alla cultura», perché non la si può valutare con gli stessi criteri con cui si valutano i processi economici. La cultura ha una missione diversa. Qual è l’efficacia della medicina? Non è mica il numero di pazienti che vanno da un medico. E neanche la quantità di sussidi per il sociale. L’efficacia della medicina è la salute e la longevità del paziente. Lo stesso vale per la cultura. Ci siamo preposti un’asticella che vogliamo raggiungere.

Cioè?

Che Gor’kij venga letto da un numero maggiore di persone. Che a maggio il sito abbia 500 mila visitatori al mese.

E come si fa?

Non cerchiamo di parlare di cose difficili in modo semplice. Cerchiamo di evitare troppi tecnicismi e lo snobismo. A proposito, evitare lo snobismo è tremendamente difficile. Abbiamo ancora delle possibilità che Gor’kij, senza diventare solo uno svago, diventi interessante per il lettore. Mi sembra che sia giunto il tempo per questo tipo di testi. Lo vedo da altri esempi di risorse. Il nostro compito è spiegare. Vogliamo rendere il lettore un alleato.

Per questo spesso i testi che pubblicate non sono di giornalisti, ma di traduttori?

Mi hai scoperto, non lo nascondo. Il nostro scopo è insegnare a parlare di libri in un modo diverso. Non della serie “leggere va di moda”, e se non leggi questo vai all’Inferno, ma spiegare invece al lettore a cosa servono questi libri. Che senso ha la lettura adesso. Questo si è rivelato difficile. E noi ricerchiamo questo tono. Per questo ci interessa cercare nuove persone. Ad esempio Miša Mal’cev del negozio Piotrovskij ci ha scritto un meraviglioso pezzo sui libri nei videogiochi. Lui ha azzeccato proprio il tono che volevamo. Non è un discorso sui libri dal punto di vista dell’esperto o dal punto di vista di chi vende. Vogliamo essere interlocutori.

Foto di Sergej Ermochin / RIA Novosti

Negli anni ’90 un’enorme numero di persone ha perso l’abitudine di leggere. La gente lottava per il pane quotidiano. Oppure cercavano altri divertimenti, talvolta discutibili. Ora la società è arrivata al punto di capire che la lettura le è necessaria. Le persone, può darsi, non sempre sanno spiegarsi perché lo sia, ma vediamo che i giovani leggono. Probabilmente il merito è delle case editrici per l’infanzia. Ora a tutti noi sembra che l’abitudine di leggere stia tornando nella quotidianità di gran parte delle persone. Tuttavia, questo processo è lungo.

 

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Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.