L’eredità di Obama e le possibilità mancate per la Russia

Fonte: Vedomosti 19/01/2017

L’analista politico Aleksandr Gabuev spiega se Barack Obama è stato un presidente conveniente per Mosca.
Il presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama non lascia dietro di se bei ricordi in Russia. Cominciando con un reset, se ne va lasciando le relazioni russo-americane nella forma peggiore dai tempi della guerra fredda. Molti nella leadership russa spiegano questo fallimento con la personalità di Obama. Dopo il rovesciamento di Gheddafi ed il meeting di Mosca, il presidente degli Stati Uniti è stato visto come un ipocrita, un debole, un sostenitore dogmatico dell’egemonia americana coperta dalla bella retorica. Non c’è da stupirsi, dicono, se il Cremlino non è riuscito a trattare con lui. Tuttavia, questa immagine caricaturale non riflette lo stile della politica estera di Obama che, con i suoi punti di forza e di debolezza, la Russia avrebbe potuto gestire meglio se si fosse sforzata di imparare e capirlo meglio.

Nella sua filosofia di politica estera Obama lega per gli Stati Uniti pragmatismo e idealismo. Per la prima volta dopo la fine della guerra fredda, la Casa Bianca è stata guidata da un uomo che ha capito chiaramente che gli Stati Uniti non possono cambiare il mondo a propria immagine e somiglianza con la forza di armi e denaro. Molti dei conflitti di oggi non hanno una soluzione semplice e veloce, per questo l’America ha bisogno di ridurre la propria partecipazione al minimo. La maggior parte dei regimi autoritari non possono essere trasformati dal di fuori, quindi si deve cercare di lavorare con essi se sono disposti ad accordi e non hanno come obiettivo il danneggiare ad ogni costo gli Stati Uniti ed i suoi alleati.

Il potere americano crescerà in termini assoluti, ma l’irreversibile ascesa di altre potenze, in particolare della Cina, sarà veloce e questo significa che in futuro qualche paese diventerà più ricco degli Stati Uniti e forse, avrà un esercito altrettanto potente. L’unico modo per rafforzare la leadership americana e rendere il mondo migliore è guidare il processo di scrittura di regole globali in tutti i settori: dal commercio al clima. Queste regole dovranno garantire le condizioni per una concorrenza leale, in cui l’America è sempre stata tra i vincitori, l’apertura della società e della cultura di impresa.

La politica verso la Russia all’inizio si adattava a questa filosofia. Obama non vedeva motivi per cui gli Stati Uniti devessero percepire Mosca come un rivale. Il presidente ed i suoi consiglieri erano convinti che la Russia fosse in declino e che si sarebbe spenta ulteriormente se non avesse fatto le dovute riforme. Ma questa era una questione degli stessi russi, e col Cremlino si poteva pragmaticamente lavorare su singoli argomenti. Proprio in questo consisteva il riavvio: l’America e la Russia avrebbero eliminato la retorica ostile, che impediva di affrontare le questioni, collaborando in caso di interessi condivisi e divergendo in caso di interessi diversi.

Obama non era pronto ad andare incontro ad un accordo completo di interessi condivisi. Tuttavia dal crollo dell’URSS, la casa Bianca era guidata dal presidente più conveniente per la Russia: non cercava di consolidare il ruolo di gendarme del mondo degli USA, non nutriva illusioni sulla democratizzazione della Federazione russa, non era angosciato dalla “minaccia russa”, ed era disposto a risolvere i problemi con il Cremlino. Perché allora alla fine dell’epoca Obama i rapporti si sono trovati nel punto più basso? La colpa, insieme all’eredità di George Bush, è stata degli errori di gestione di Obama e dell’incapacità di Mosca di trarre le giuste conclusioni in merito.

Da pensatore visionario Obama si è rivelato un amministratore detestato. Il suo punto più debole è stata l’ossessione per risultati a breve termine all’interno di un ciclo elettorale, a conseguenza della propria esperienza legislativa (un biennio e due quadrienni al senato dello stato dell’Illinois, poi un’esperienza parziale presso il senato degli Stati Uniti). Obama ha applicato questo approccio nella politica estera. Se in qualche direzione c’è stato un rendimento è perché il presidente ci si è dedicato personalmente, ci ha messo i migliori membri del prorio team ed ha cercato risultati: l’accordo con l’Iran, l’accordo sul clima di Parigi, il riavvicinamento a Cuba sono degli esempi. Quando il tema non ha dato risultati veloci, Obama ha perso interesse. Alla fine su obiettivi non prioritari sono stati appuntati funzionari di terza categoria. In otto anni Obama non ha imparato che nel mondo ci sono una serie di cose di cui il presidente degli Stati Uniti deve impegnarsi personalmente, non per sperare in innovazioni, ma per evitare disastri.

Lasciando qualche tema a interpreti comuni Obama non ha dato input strategici, e quindi non ha controllato lo stato di avanzamento dei lavori: è dovuto tornare sui problemi quando la situazione era ormai fuori controllo. In momenti di crisi ha spesso subito la pressione dei consiglieri più vicini. Solo dopo la crisi libica, il principale fiasco in politica estera per sua stessa ammissione, è diventato più attento, ma non è riuscito a costringere la macchina della politica estera USA a svolgere la propria visione. Obama ha prestato grande attenzione alla percezione delle proprie azioni da parte dei media e dell’espertocrazia, da qui deriva l’influenza che ha avuto il vice capo del Consiglio di sicurezza per le comunicazioni Ben Rhodes, e le timide soluzioni progettate per rispondere alla crisi in Siria. Infine il chiuso e arrogante Obama ha costruito male le proprie relazioni personali, verso gli avversari, all’interno degli Stati Uniti, e con i leader stranieri.

Questo stile di gestione è diventato uno dei più importanti motivi di rottura con la Russia. Esaurito il reset nel 2011, dopo essere entrato in collisione con Vladimir Putin, Obama ha capito che non avrebbe ricevuto niente di buono da Mosca ed ha quasi smesso di dedicarsi alla Russia. Non si è interessato di come veniva percepito dal Cremlino il nuovo ambasciatore Michael Mcfaul e che effetto avrebbe prodotto il suo arrivo alla vigilia delle elezioni. Gli scandali intorno Magnitskij e Snowden hanno distrutto l’interesse restante ad impegnarsi in modo costruttivo con la Russia. Anche se Mosca ha avvertito molte volte l’Occidente sulle sue «linee rosse» in Ucraina, nell’autunno del 2013 la casa bianca è entrata nella crisi ucraina, quasi perdendo la Russia dal radar, considerando gli eventi a Kiev affari dell’UE, una volta che Bruxelles con la proposta di associazione aveva fatto un pasticcio. Victoria Nuland è diventata improvvisamente un demiurgo della politica degli USA, vice di Dick Cheney durante la «rivoluzione arancione», alla quale Majdan ha dato la possibilità di completare il transito dell’Ucraina verso l’Occidente. Ma la casa bianca si mossa troppo tardi: era già iniziata una escalation. Negli ultimi tre anni Obama ha mantenuto il sangue freddo, bloccando le forniture di armi in Ucraina e introducendo di una no-fly zone sulla Siria, ma non ha salvato i rapporti con Mosca.

Le relazioni dal 2011 sono diventate così tossiche, che è improbabile che Mosca e Washington vogliono lavorare sui propri errori. Tuttavia questo esercizio intellettuale sarebbe utile. Se i servizi segreti della Federazione russa fossero stati così onnipotenti, come scrivono negli Stati Uniti parlando dell’apertura del sistema americano, avrebbero potuto scovare i difetti nella gestione di Obama e capire chi prendeva le decisioni e in che modo. Forse, allora, il Cremlino non avrebbe confuso il colpo di stato oligarchico a Kiev, sostenuto da funzionari di terzo rango degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, con una rivoluzione, organizzata dalla CIA per ordine della casa bianca, e non avrebbe preso misure estreme in una situazione in cui il tempo lavorara a favore di Mosca. Evitando il confronto con l’Occidente, la Russia potrebbe sfruttare la mancanza di attenzione degli Stati Uniti e utilizzare questa pausa per risolvere i problemi interni. Cercando di iniziare una relazione da zero, è utile ricordare e le occasioni mancate offerte alla Russia dalla presidenza Obama.

L’autore, Aleksandr Gabuev, è il direttore del programma «Russia nella regione Asia-Pacifico » del Carnegie Center di Mosca

 

Marcello De Giorgi

Nel giugno 2015 ho creato Russia in Translation con lo scopo di fornire traduzioni in lingua italiana di articoli dalla stampa russa.