Parolacce e onestà nella cultura russa

22/01/2017, RIA Novosti, Articolo di Pavel Gajkov, Agenzia di informazione internazionale Rossija Segodnja (Russia oggi). Traduzione di Carlotta Monge.

È più probabile che le persone sincere usino un linguaggio scurrile, sostiene un gruppo di ricerca internazionale nello studio pubblicato sulla rivista americana Social Psychological and Personality Science. Ciononostante, è improbabile che diventiate più sinceri non appena iniziate a esprimervi in modo volgare. I ricercatori non hanno indagato sul rapporto di causa-effetto tra questi fenomeni.

In Russia, tuttavia, si sospettava della loro connessione già in passato. «È meglio essere una brava persona, dire parolacce, che essere una bestia silenziosa e cortese» sosteneva Faina Ranevskaja e con questo suo aforisma concordavano molti celebri intellettuali e personalità del panorama culturale russo già prima che lei pronunciasse tali parole.

I classici

I primi esempi dell’uso di parolacce risalgono agli scritti sulla corteccia di betulla di Novgorod in periodo pre-mongolo. Non si può ignorare la ricchezza “clandestina” della lingua usata da Aleksandr Puškin, il fondatore della moderna lingua letteraria russa.

Come confermano i ricercatori, un lessico scurrile era presente nelle note a margine dell’Evgenij Onegin e nel manoscritto del Boris Godunov. Versi da teppista ed epigrammi si possono trovare nella intera opera di Puškin e, prima dell’avvento di internet, gli studenti se li scambiavano con particolare divertimento. Tra questi si può trovare, ad esempio, l’opera seguente, attribuita al poeta ancora diciottenne:

«Accanto a Istomina, la ballerina,

Giaceva nudo il generale Orlov.

Quando le cose si fanno bollenti, quest’uomo d’azione

Non si distingue particolarmente.

Senza voler offendere il suo amato, quest’etèra

Estraeva la sua lente d’ingrandimento

Dicendo: «Vorrei vedere, mio caro,

con cosa mi sc***rai».

La più famosa parola oscena russa di tre lettere si può trovare nel poema di Lermontov Ulanša. Secondo le memorie dei contemporanei, fecero ricorso alle parolacce i più colti, e rispettabili, classici della letteratura russa, personalità come Nikolaj Nekrasov, Lev Tolstoj, Ivan Bunin e Aleksandr Kuprin.

 I ribelli

All’inizio del secolo con i suoi cambiamenti rivoluzionari in tutti gli ambiti della vita si arrivò a un atteggiamento onesto, su di un nuovo livello, nei confronti della libertà della lingua. Nel 1912 i futuristi nel loro manifesto, lo “Schiaffo al gusto corrente”, proclamarono il diritto del poeta di “ampliare il vocabolario con parole spontanee e derivate” e a “odiare insormontabilmente la lingua esistente fino ad allora”.

Eppure le parolacce nelle loro opere non sono molte. Di Majakovskij si può ricordare, ad esempio, il famoso «Io preferirei offrire alle put***e  succo d’ananas in un bar!».

Su internet sono famose opere come “A Parigi vivo come un dandy…”, “Vi piacciono le rose?”, “L’inno degli onanisti”, “Chi sono le tr**e”, ma cose simili Majakovskij non le scrisse. Quella di Esenin è una storia analoga, sono attribuite a lui “Il vento soffia dal sud…” e “Mio caro, non ti affliggere e non ansimare…”. Questa è tutta arte popolare.

Tuttavia in Esenin c’è la seguente quartina nel poema Pugačev:

«Si può forse perdonare

Che dal trono una p…

Tenda come dita i soldati

Per dar morte al popolo che si ribella?[1]»

Ai nostri giorni la ricchezza volgare della lingua russa è impiegata attivamente da scrittori famosi con un velo di scandalo, come Vladimir Sorokin e Viktor Pelevin.

Le parolacce sul grande schermo

Come pubblicato su Social Psychological and Personality Science, nella ricerca sul collegamento tra il turpiloquio e l’onestà viene ricordato un precedente interessante: i creatori del leggendario film “Via col vento” all’epoca presero una multa di cinquemila dollari per la frase pronunciata da Rhett Butler: «Frankly, my dear, I don’t give a damn», citazione esatta del romanzo di Margaret Mitchell.

In russo la frase è tradotta in modo piuttosto neutrale: «Francamente, mia cara, non mi interessa». Tuttavia nella versione originale le risposta dell’eroe fu una sfida lanciata all’etichetta allora in vigore ad Hollywood, il Codice Hays. Il risultato fu che il codice subì delle variazioni e alcune espressioni offensive divennero legali.

Di fatto questo caso fece breccia nell’atteggiamento del pubblico verso il crudo realismo del cinema in Occidente.

Tuttavia nell’arte sovietica ufficiale non erano presenti parolacce, così come era assente il sesso. Dietro le quinte le dicevano in molti: tra gli aforismi attribuiti a Faina Ranevskaja, molti contengono un linguaggio scurrile.

Entrambi i tabù sono crollati praticamente in contemporanea solo alla fine della Perestrojka sotto l’influenza della glasnost’, quando gli artisti cominciarono a parlare in un linguaggio indirizzato direttamente verso il pubblico. Nel film Nebesa Obetovannye (I cieli promessi) di El’dar Rjazanov la protagonista Fima interpretata da Lija Achedžakova usa forti espressioni popolari e, ad esempio, dice all’altra protagonista Ol’ga Volkova: «Non guardare più quell’uomo con i tuoi occhi da put***a».

Il tabù era crollato e da quel momento gli attori cominciarono a usare parolacce in qualsiasi contesto, incluso nei classici del nuovo cinema russo, da Michalkov a Zvjagincev. Tra gli esempi più originali e brillanti è possibile ricordare il monologo di Inna Čurikova nel film di Vasilij Sigarev “Il mago di Oz” in cui cita una poesia composta probabilmente da Majakovskij: «Non sono proprio tr**e quelle che ci stanno per il pane».

Nel 2014 in Russia è entrata in vigore una legge per proibire l’uso di parolacce nel cinema, nella letteratura e sul palco ma una parte del pubblico l’ha accolta negativamente. Il dibattito sul rapporto tra l’autore e un lessico volgare è tornato attuale. L’artista ha il diritto di rispecchiare in modo diretto e veritiero le caratteristiche del mondo in cui vive, ma fino a dove può spingersi in questa onestà? E dove inizia la censura? Sembra che al giorno d’oggi la società russa non sia d’accordo sulla risposta da dare a queste domande.

 

[1] S. Esenin, Pugacëv, trad. it. Iginio De Luca, Einaudi, Torino 1968, p. 41.

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Carlotta, 23 anni, iscritta al corso di traduzione presso l’UNINT

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