Ritorno al futuro

Cosa ci si aspetta negli ex paesi dell’URSS nel 2017

Fonte: Lenta.ru, 07/01/2017 Articolo di Igor Karmazin, Traduzione di Antonino Santoro

Vanga e Nostradamus facevano previsioni a cento anni. “Lenta.ru” ha dato agli esperti un incarico un po’ più facile: prevedere solamente quello che potrebbe succedere nelle repubbliche dell’ex URSS nel 2017. Ed ecco cosa ne è venuto fuori:

 Il fronte caucasico

Il politologo Andrej Epifancev teme un inasprimento nella zona del conflitto del Nagorno Karabakh. “Penso che sia praticamente inevitabile. Le trattative non stanno portando a niente, non si riesce ad appianare l’opposizione, il gruppo di Minsk è inefficace, l’Armenia non si apre ai compromessi. L’Azerbaijan si ritrova in una via senza uscita:  a Baku non restano altre strade oltre a quella militare. Per evitare tutto questo, verso la zona del conflitto deve essere aumentata l’attenzione più o meno al livello del conflitto in Siria o di quello in Ucraina. In Georgia si rinforza l’euroscetticismo. Stiamo già vedendo come la lealtà dei georgiani verso l’Occidente stia cadendo mentre aumenta il numero di coloro che vogliono un miglioramento dei rapporti con la Russia. I progetti per una integrazione europea si stanno in pratica affossando del tutto. All’inizio si riteneva che con l’aiuto dell’Occidente Tbilisi riportasse sotto il proprio controllo l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Ma questo non è avvenuto e in pratica non vi è alcuna prospettiva. Ci si aspettava che la firma degli accordi sull’associazione con l’UE avrebbe portato determinati vantaggi economici, tuttavia questo non sta avvenendo. Al contrario, il Lari (Valuta della Georgia – nota di RIT) ha perso il 20% del valore. Su questo sfondo diventa sempre più popolare uno sviluppo che conduce verso la Russia. Credo che Mosca in alcune questioni andrà incontro a Tbilisi ad esempio facilitando il regime dei visti con la Georgia” – ritiene l’esperto.

Artur Ataev, responsabile del settore delle ricerche caucasiche per l’Istituto per le ricerche strategiche (RISI), ritiene che la principale minaccia per la destabilizzazione della regione siano le elezioni nel parlamento dell’Abcasia che avverranno nel Marzo del 2017. “A fine novembre l’opposizione ha mosso un ultimatum al presidente Raul Chadžimb. A dicembre si è riusciti a spegnare l’infiammata opposizione tramite l’inserimento di una serie di oppositori nelle strutture di governo ma per la primavera si prevede un inasprimento dell’opposizione. Una destabilizzazione del sistema politico interno è molto pericolosa per la Russia: Mosca in tal caso non potrà starsene in disparte dato che tra i paesi sono stati conclusi più di 90 accordi intergovernativi. Un secondo punto di destabilizzazione credo potrebbe essere l’Ossezia del Sud. Nel 2011 vi è già stato qui un tentativo di majdanizzazione (dal nome della piazza Majdan a Kiev – nota di RIT), vi sono state delle azioni di protesta, la situazione era sull’orlo di una crisi. Nel 2017 nella repubblica dovranno avvenire le elezioni presidenziali; alla ribalta politica sta cercando di andare l’ex presidente Eduard Kokojty anche se il suo allontanamento dalla vita politica era avvenuto con uno scandalo. Nel 2017 nell’Ossezia del Sud è inoltre previsto un referendum per entrare a far parte della Russia. Il risultato è prevedibile ma una reazione positiva della Russia potrebbe provocare delle nuove sanzioni da parte dell’Occidente mentre una reazione negativa potrebbe provocare l’indignazione dei cittadini della repubblica. La situazione nel Nagorno Karabakh la metterei solo al terzo posto”.

A fine novembre 2016 l’opposizione in Abcasia ha dato un ultimatum al presidente Raul Chadžimb. Nel 2017 si prevede un rinforzamento della contrapposizione nella repubblica

 “Ritorneranno dalla Siria”

L’analista politico kirghiso Marat Kazakbaev sottolinea che nel 2017 Biškek dovrà cercare un equilibrio tra i rami del governo: la repubblica è formalmente parlamentare ma di fatto è presidenziale. Secondo l’analista, il capo dello stato adesso è pronto a concedere una parte delle funzioni al parlamento e al governo. “In Kazakistan metterei in evidenza le manifestazioni avvenute quest’anno e le azioni di protesta che non sono affatto caratteristiche nella repubblica. Tutto questo dimostra la stanchezza di una parte della popolazione verso l’inamovibilità del potere. Penso che anche Nursultan Nazarbaev lo capisca. Per tutto l’anno prossimo dovrà cercare attivamente un successore. Più a lungo si temporeggerà sulla soluzione di questa questione, più tesa sarà la situazione nel paese soprattutto sullo sfondo della pressione della crisi nell’economia e del deprezzamento del Tenge (Valuta del Kazakistan – nota di RIT). Ritengo che nel paese siano possibili anche delle azioni di protesta più grandi. In occasioni concrete, ma globalmente essi verranno tutti generati dall’ossificato sistema politico” – spiega l’esperto.

L’analista sottolinea che il problema comune a tutti i paesi della regione rimane il rafforzamento del sentimento islamista, il ritorno dalla Siria di coloro che hanno là partecipato alle azioni militari dei guerriglieri. “Nella sola Kirghisia vi sono diverse decine di persone in prigione per estremismo, tutte tornate dal Vicino Oriente. È noto come i guerriglieri conducano attivamente un arruolamento tra i giovani e tra i carcerati” – spiega Kazabkaev.

 Sul gancio di Trump

Abik Elkin, osservatore politico del giornale “Vesti Segodnja” (Riga) sottolinea che nelle repubbliche baltiche non si deve parlare di una propria politica estera. “Si può dire che le relazioni tra le repubbliche baltiche e la Russia dipendano in primo luogo dal rapporto di Mosca con gli USA e con l’Unione Europea. La Lettonia, la Lituania e l’Estonia ora seguono con attenzione ciò che farà Donald Trump in qualità di presidente. È evidente che in caso di un addolcimento tra Mosca e Washington anche i paesi del Baltico correggeranno le proprie posizioni. Questo è quanto sperano tutte le persone di buon senso. Se tra Russia e USA tutto resterà come prima, allora anche nella nostra regione si manterrà un sentimento di ostilità. In verità possiamo distinguere la situazione dell’Estonia. Qui la carica di premier è stata ottenuta dal partito centrista per il quale hanno votato anche i cittadini russofoni del paese. Ci si aspetta uno smorzamento della retorica. Finora io non ho notato questo e non escludo che, al contrario, i centristi si sforzeranno di mostrare come le accuse di vicinanza al Cremlino siano infondate e che quindi saranno ancora più rigidi dei loro predecessori. Io non mi farei illusioni al riguardo.

La situazione economica non cambierà. Continuerà il flusso in massa di cittadini verso l’Europa Occidentale per lavoro. Nelle repubbliche baltiche sperano in una efficace assimilazione delle risorse stanziate dall’Unione Europea. In primo luogo viene dichiarata l’intenzione di sostenere il business. L’attuale crescita economica oscilla all’incirca tra l’uno e il due per cento. Ovviamente, con condizioni del genere non vale la pena mettersi a parlare di un qualsivoglia radicale miglioramento della situazione. In Lettonia adesso ad esempio lo stipendio medio è di 780 euro. Pur nella quasi, a causa delle difficoltà economiche, morente Grecia tale cifra raggiunge i mille euro”.

Igor Dondon sarà obbligato a concentrarsi sulla lotta politica interna in Moldavia

 Majdan e Dodon

Sergej Lavrenov, responsabile del dipartimento per la Transnistria e la Moldavia dell’Istituto dei paesi CSI, mette in guardia dalle eccessive speranze verso il nuovo presidente moldavo Igor Dodon. “Lui proverà a risolvere il conflitto nella Transnistria e ad allacciare relazioni con Mosca. Ad inizio dicembre è stato eletto un nuovo presidente anche in Transnistria: si tratta dell’ex portavoce della Camera Alta della repubblica Vadim Krasnosel’ski. Io però non mi aspetto alcuna rottura. Nel processo di negoziazione partecipano non solo Tiraspol e Chișinău ma anche altri cinque giocatori internazionali aventi tra loro delle difficili relazioni. D’altra parte le questioni economiche quotidiane e locali, che sono così importanti per la gente, possono essere risolte. Ad esempio i negoziatori possono discutere del riconoscimento da parte di Chișinău delle targhe automobilistiche della Transinistria e dei suoi diplomi delle scuole superiori. Dodon ha persino dichiarato di essere intenzionato a migliorare i rapporti con Mosca. Anche qui, penso, non ci saranno colossali rotture, ma sono possibili dei sostanziali miglioramenti. In alternativa, per la realizzazione della propria produzione verranno certificate delle ulteriori aziende moldave, e realizzate alcune facilitazioni per i lavoratori migranti moldavi in Russia.

Mi sembra che Dodon si concentrerà molto più sulle questioni di politica interna. Sappiamo come nel parlamento abbia una seria opposizione. I poteri del presidente, già di per sé modesti, sono stati ultimamente ridotti ancor di più. In particolare il capo di governo non ha il potere di confermare i componenti del Consiglio superiore di sicurezza e il procuratore generale del paese è stato nominato contro la volontà del presidente. È evidente come egli abbia un raggio di possibilità abbastanza ristretto.

Non penso che tra Dodon e i politici euro simpatizzanti si verrà a creare un conflitto aperto al livello di azioni di protesta di massa in strada. Il capo del governo è comunque un politico intelligente, un esperto dei processi di negoziazione. Con molta probabilità le questioni verranno risolte dietro le quinte. Qui porgerei attenzione al fatto che i rappresentanti delle tre principali forze politiche abbiano ignorato l’insediamento del nuovo leader moldavo: i liberali, i liberali democratici e persino i comunisti. Si tratta si un segnale molto allarmante”.

Le relazioni tra i paesi baltici e la Russia dipenderanno dal addolcimento o meno tra Mosca e Washington

 La crisi dell’opposizione

Kirill Kortyš, docente della cattedra di storia politica all’MGIMO, ritiene che Minsk nel 2017 indirizzerà le proprie forze affinchè venga inclusa nei programmi russi una sostituzione dei beni di consumo importati. “Se ne discute da tempo, su questa questione ci sono delle pressioni. Se avverrà, allora vinceranno, verosimilmente, tutti. Non si prevedono dei sostanziali avvenimenti di politica interna. I risultati delle elezioni presidenziali del paese hanno mostrato come qui non sia possibile alcuno scenario majdaniano. Io farei notare come a causa della situazione in Ucraina l’euroscetticismo sia molto aumentato tra i bielorussi.  Secondo i sondaggi sociologici ad appoggiare una via di sviluppo pro europea è solo il cinque-sei per cento della popolazione. Prima della crisi ucraina tale opinione era condivisa dal 18-20 per cento dei bielorussi. Il punto qui è l’integrazione politica. Nessuno mette in dubbio i vantaggi economici di una cooperazione. Legato a questo fatto è poi il ripido crollo nella società della rilevanza dell’opposizione bielorussa la quale non è capace di offrire nulla oltre ad una via di sviluppo pro occidente. In passato gli era sufficiente copiare le esperienze altrui. Fino al 2014 vi era ancora una qualche risonanza nelle persone ma adesso tale slogan provoca un forte scetticismo” si dice convinto Kortyš.

 

Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa. antosha87sr@gmail.com

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