Le ragioni di un nemico pubblico

Il nazionalista russo Jan Petrovskij, accusato di crimini di guerra in Ucraina, è stato espulso dalla Norvegia.

Un reportage di Medusa.io
Nell’ottobre 2016 il governo norvegese ha deciso di privare del permesso di soggiorno e di trasferire in Russia Jan
Petrovskij, nativo di Irkutsk, residente in Norvegia dal 2004. Petrovskij è un nazionalista radicale, sospettato di avere legami con il neonazista Vjačeslav Dacik, e di essere stato uno dei comandanti del gruppo “Rusič“, che ha combattuto le truppe ucraine nel territorio separatista delle regioni di Lugansk e Donetsk nel 2014-2015 (attualmente la procuratura ucraina e la Corte penale internazionale stanno indagando il gruppo Rusič per crimini di guerra). Il giornalista italiano Giovanni Pini, che vive a San Pietroburgo, racconta in esclusiva per “Medusa” la storia di che vive a San Pietroburgo.

La polizia è arrivata per lui 18 Ottobre 2016.

In quel giorno, l’attivista norvegese Ronnie Bordsen che viveva nella patria dello scacchista Magnus Carlsen e del gruppo Aqua, la piccola cittadina norvegese di Tonsberg, ha trovato la sua abitazione circondata da uomini armati in uniforme e giubbotti antiproiettile. Quando Bordsen ha aperto la porta la polizia gli ha comunicato di essere lì per il suo amico e vicino di casa: il cittadino russo Jan Petrovskij. Si trattava di una questione di sicurezza nazionale. Nonostante Bordsen cercasse di discutere, la polizia entrò in casa. Presto hanno trovato Petrovskij:un ventinovenne tatuato, alto con i capelli lunghi intrecciati in una coda di cavallo, che tentava senza successo di chiamare il suo avvocato.

Come ricorda lo stesso Petrovskij, hanno cercato di arrestarlo. Egli ha resistito, ma i poliziotti erano di più, e hanno portato in commissariato il russo, residente in Norvegia da 12 anni. Una volta arrivati è stato comunicato a Petrovskij che aveva cinque giorni di tempo per fare le valigie e lasciare il paese: il governo aveva deciso di espellerlo.

La stampa norvegese definisce Jan Petrovskij un estremista di destra. Per i media ed i funzionari ucraini si tratta di un terrorista e un criminale di guerra. Il New York Times lo ricorda come partecipante ad un”turbolento movimento nazionalista” che, sotto la tutela delle autorità russe, sta cercando di “spostare verso destra” la politica europea. Lo stesso Petrovskij si considera un patriota russo, che è stato illegalmente espulso dal paese, dove ha trascorso tutta la sua vita adulta.

Da Irkutsk alla Norvegia

Jan Petrovskij è nato a Irkutsk, non lontano dal lago Bajkal. Quando i suoi genitori hanno divorziato, da bambino si è trasferito a San Pietroburgo con la madre che si occupava di commercio. Già allora Petrovskij era interessato alla storia: nel suo tempo libero partecipava a ricostruzioni di battaglie medievali (è interessante notare come alla ricostruzione storico-militare si sia accostato un altro futuro partecipante attivo al conflitto nel sud-est dell’Ucraina: Igor Strelkov). Nel 2004, quando aveva 16 anni e stava per andare all’università a studiare per diventare architetto o designer grafico, sua madre ha sposato un norvegese ed ha lasciato la Russia con lei.

Come ora ricorda Petrovskij, anche se non fu facile lasciare gli amici e la città in cui è cresciuto, l’integrazione nella società scandinava non fu un problema per lui. In parte a causa della lingua. “Avevo una buona padronanza dell’inglese, e questo mi ha aiutato a imparare il norvegese molto rapidamente” – racconta Petrovskij. Dopo aver concluso la scuola a Tonsberg, si è iscritto alla facoltà di design grafico in una delle università di Oslo. Oltre allo studio Petrovskij praticava sport: un giro in bicicletta in estate, in inverno lo snowboard, conduceva una vita sana.

Petrovskij nel suo studio di design in Norvegia

Il giovane non cessò di interessarsi alla storia. Tonsberg è considerata la più antica città della Norvegia. Il suo simbolo è del XIV secolo. Petrovskij ha visitato attivamente i musei e i siti archeologici legati all’epoca vichinga.
Alla domanda sul perché si sia è interessato al nazionalismo
Petrovskij risponde che “è sempre stato un patriota”. È convinto che in lui, come in tutto il popolo russo, il patriottismo sia “nei geni”, “solo non tutti possono rivelare e comprendere questi geni”. Tuttavia egli ritiene che la Norvegia sia la sua seconda patria: sulle mani Petrovskij ha tatuato il dio della guerra slavo Perun accanto a delle rune scandinave. Spiegando come si può essere un patriota di due paesi, Petrovskij si riferisce alla storia comune dei popoli slavi e scandinavi: “I norvegesi erano sul territorio dell’antica Rus’, i russi hanno abitato il nord della Norvegia. Abbiamo avuto un linguaggio comune con le tribù norvegesi, chiamato “Lingua russonorsk“. 

Nella moderna società norvegese Petrovskij, tuttavia, è diventato rapidamente disilluso. “Non volevo trasformarmi in un uomo comune che va a lavorare lì, va lavorare là, – spiega. – Ho sempre aspirato a qualcosa di più grande. Che le persone venissero ad ascoltarmi parlare. Che le persone tendessero come me all’ideale russo. E l’ideale russo è molto semplice: per portare la luce e la pace nel mondo “.

Il ragazzo pensava che i norvegesi avessero dimenticato le loro radici nazionali, e condannato i suoi coetanei che, persa la propria identità nazionale, stavano diventando a suo parere una “massa grigia”. Secondo Petrovskij l’inclusione e la società liberale educa le persone a considerarsi come europee, piuttosto che norvegesi. “In Russia è assolutamente normale definirsi come un nazionalista. In Norvegia non è così accettato. Hanno anche paura a chiamarsi patrioti – si scandalizza Petrovskij – Questa ultra-tolleranza ha gravemente ostacolato un’identità del popolo “.

Ben presto Petrovskij ha trovato patrioti locali che la pensavano come lui. Lo stesso russo li descrive come “uomini d’affari in attesa di una buona educazione.” Il giornalista spostatosi in Norvegia dall’Uzbekistan Evgenij D’jakonov, che conosceva Petrovskij e i suoi amici di Oslo, dice che in un primo momento la loro compagnia ebbe un buon influsso su di lui: non bevevano, non fumavano, non erano interessati alle droghe, leggevano libri – ma questo influsso si è rapidamente dissipato, quando gli amici hanno cominciato ad esprimere le loro opinioni nazionalistiche e radicali.

Dal negozio di tatuaggi a Donetsk

Dopo la laurea Petrovskij ha iniziato a lavorare nello studio di tatuaggi True Metal Tatoo a Oslo. Come ha detto di a Medusa il giornalista norvegese John Ferset, impegnato nei movimenti radicali, questo posto era un punto d’incontro per un “gruppo di neo-nazisti dell’Europa orientale, appassionato di armi”.
Nel settembre 2010, la polizia ha fatto irruzione al True Metal Tattoo. Nel corso della perquisizione sono stati trovati armi, documenti falsi ed equipaggiamenti militari.
Petrovskij ei suoi colleghi sono stati arrestati. L’inchiesta ha rivelato che le armi appartenevano a un amico del proprietario del salone, il neonazista russo Vjačeslav Dacik, recentemente fuggito da un ospedale psichiatrico nei pressi di San Pietroburgo, dove era stato recluso tramite una sentenza del tribunale, e ricomparso in Norvegia richiedendo asilo politico ( Dacik è stato infine estradato in Russia, è stato rilasciato nel marzo 2016, e ora è si trova di nuovo sotto custiodia). Petrovskij, che ha trascorso un mese in esame, alla fine è stato trovato non colpevole e rilasciato.

Petrovskij nello studio di tatuaggi dove ha lavorato neglia anni 2000


Tuttavia da allora per
Petrovskij la vita in Norvegia è diventata più difficile. Secondo lui, lo studio di tatuaggi ha avuto problemi, dal momento che molti clienti erano spaventati dal modo in cui il True Metal Tattoo veniva descritto dai media. “I giornalisti hanno detto che ero un nazista, razzista, terrorista e così via – si lamenta Petrovskij – ai radicali di sinistra di Oslo piaceva venire da noi e distruggere le finestre, dipingere la porta di vernice e farci di questi scherzetti”.
A quel tempo,
Petrovskij ha cominciato a viaggiare frequentemente in Russia lavorando come designer. Nel 2011 ha conosciuto Aleksej Mil’čakovyj, un giovane nazionalista di San Pietroburgo dedito alle armi. Essi trovarono un “linguaggio comune”, andavano insieme a caccia e si allenavano, secondo le parole di Petrovskij in quelle che erano solamente attività sportive.

Queste attività sportive tornarono utili pochi anni dopo, quando nella primavera del 2014 è scoppiato il conflitto armato nel sud-est dell’Ucraina. Petrovskij decise di unirsi ai separatisti filo-russi nel Donbass: “Sono andato a difendere il popolo russo, e questo è motivo di grande onore e dignità per ogni soldato russo” – spiega.

Insieme Mil’čakovyj e ad altri che la pensavano come lui hanno acquistato attrezzature militari e, come dice Petrovskij, hanno viaggiato in un convoglio umanitario da San Pietroburgo all’Ucraina, dove hanno fondato il gruppo sovversivo di assalto “Rusič“.

Rusič, parte nel battaglione di Aleksandr Bednov “Batman”, era composto da nazionalisti di San Pietroburgo, Mosca e, secondo l’espressione di Petrovskij, “di altre città della Rus'”. Il russo-norvegese è diventato vice-comandante del gruppo. Insieme ai suoi combattenti ha partecipato ai combattimenti negli aeroporti di Donetsk e Luhans’k, ripulito insediamenti nei pressi di Luhans’k, condotto battaglie di posizione nei villaggi di Belokamenka Novolaspa nella regione di Donetsk. Una delle azioni più significative del gruppo Rusič è stata la distruzione di una colonna del battaglione ucraino “Ajdar” vicino al villaggio di Metalist nella regione di Luhans’k il 5 settembre del 2014. Le foto con Petrovskij, in posa su uno sfondo di soldati ucraini uccisi, si sono diffuse rapidamente su Internet.

Mentre Petrovskij stava combattendo nel Donbass le autorità norvegesi, avendo scoperto la cosa, inviarono all’indirizzo postale di Tønsberg una comunicazione che lo privava della licenza per il fucile da caccia. Petrovskij crede ancora che quella decisione fu illegale. “Mi hanno preso le armi perché sono andato a combattere dal lato filo-russo. Ho presentato subito ricorso. Su cosa si basa questa decisione? – dice indignato – Dove sta scritto che non posso partecipare a una qualsiasi azione militare?”.
I combattenti di Rusič hanno lasciato il territorio dell’Ucraina alla fine di giugno del 2015. In quel momento il battaglione di “Batman” aveva combattuto per alcuni mesi con il capo dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Luhans’k, Igor Plotnitskij. Il capo del battaglione Aleksandr Bednov è stato ucciso nel gennaio 2015 a seguito di uno scontro armato con i rappresentanti del Ministero degli Interni dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Luhans’k . Aleksej Mil’čakovyj ha comunicato sulla sua pagina di VKontakte che “[il gruppo Rusič] aveva compiuto il suo dovere” e che “non combatteremo oltre in queste condizioni senza interessi chiari”.

Manifestazione di ricordo ai caduti, nel museo Novorossija di San Pietroburgo il 19 ottobre 2016

Petrovskij ed i suoi compagni non hanno intenzione di tornare nel Donbass a causa dell’attule situazione politica nelle repubbliche separatiste;. Il russo-norvegese condanna i giochi politici che, a suo avviso, hanno portato all’uccisione del comandante di campo di Donetsk Motorola nell’ottobre 2016. 

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Dalla Norvegia alla patria

Torna in Norvegia Petrovskij ha continuato ad esprimere attivamente i propri punti di vista. Ad esempio, nel febbraio 2016 ha partecipato alle cosiddette marcie: delle pattuglie, organizzate dal movimento locale “Il soldato di Odino” che monitorano il rispetto della legge nelle strade norvegesi. (Vi ha partecipato anche il vicino di Petrovskij, Ronnie Bordsen. Secondo il giornalista Ferset si è anche schierato per il giornale online della destra radicale “Firet“).

Il compito ufficiale delle pattuglie è proteggere tutti i cittadini, indipendentemente dalla etnia, ma secondo i media, molti dei partecipanti sono nazionalisti radicali, alcuni anche condannati per reati. Il fondatore di “Il soldato di Odino”, il finlandese Mika Ranta, fu processato nel 2005 per il pestaggio di un migrante. Anche il direttore della comunicazione dei servizi di sicurezza ha espresso preoccupazione per le attività de “Il soldato di Odino”, spiegando che all’interno di tali organizzazioni spesso si trovano “persone crudeli”.
Petrovskij nega tali accuse. Secondo lui, “I soldati di Odino” “studiano le statistiche per stupro e rapina, e vedere chi c’è dietro di esse” (Petrovskij ritiene quindi che le statistiche mostrino che molti crimini sono commessi da “bande etniche”). Il nazionalista ha delle rivendicazioni nei confronti delle autorità norvegesi: ritiene che dopo il suo ritorno dall’Ucraina abbiano iniziato a perseguirlo illegalmente. Si lamenta dato che nello studio di design dove lavorava è stato scoperto un dispositivo di registrazione e che al suo telefono sono arrivate chiamate da numeri anonimi. “Ho sempre detto loro che se vogliono parlare con me, secondo la legge, devono chiamare il mio avvocato e prendere un appuntamento” – dice Petrovskij.

L’avvocato di Petrovskij si chiama Nils Christian Nurdhyus, e fu lui a ricevere il 5 ottobre del 2016 la comunicazione ufficiale da parte del servizio di migrazione norvegese. Secondo il documento, le autorità consideravano il collegamento di Petrovskij con estremisti di destra e le sue capacità militari “una minaccia significativa per l’interesse nazionale” e pertanto consideravano la possibilità della sua espulsione dalla Norvegia, con la privazione del permesso di soggiorno che Petrovskij possedeva dal 2004. Due settimane più tardi la polizia è andata a casa di Petrovskij, è stato arrestato ed espulso.

Il servizio di migrazione norvegese sostiene che parte delle informazioni su Petrovskij siano classificate. Il servizio di sicurezza norvegese ha rifiutato di fornire informazioni a “Medusa” sul caso Petrovskij, citando leggi in materia di dati personali. Come racconta un giornalista, che era presente all’udienza sulla espulsione del russo, in tribunale le autorità non hanno divulgato in che modo Petrovskij minacci la sicurezza nazionale.

Una pattuglia dei “soldati di Odino” per le strade della città norvegese di Drammen. 21 febbraio 2016.

Ora Petrovskij si trova a San Pietroburgo dove ha un appartamento di famiglia. Si guadagna da vivere gestendo insieme al suo ex comandante Mil’čakovyj il club militare-patriottico Rusič. Il club organizza addestramenti militari patriottici per adulti e bambini, le lezioni comprendono tiro, insegnamento di tattiche militari e la sopravvivenza in condizioni estreme.

Petrovskij è in attesa del processo circa la privazione di permesso di soggiorno norvegese, che si terrà presto in Norvegia. Egli intende dimostrare che la sua espulsione è il risultato di una “persecuzione politica”. “Sono stato un cittadino rispettoso della legge in Norvegia e in Russia” – sostiene e minaccia di citare in giudizio il governo della Norvegia per questa espulsione illegale.
Nel frattempo, in un prossimo futuro
Petrovskij potrebbe essere coinvolto in altri casi. Nel novembre 2016 la Corte penale internazionale ha completato l’istruttoria degli eventi che hanno avuto luogo in Crimea e in Ucraina nel mese di novembre 2013. Tra le prove c’è un rapporto che accusa i membri del gruppo Rusič di crimini di guerra. Il 21 novembre contro Mil’čakovyj e Petrovskij sono state avviate indagini preliminari dalla procuratura militare ucraina, sono accusati di partecipazione a un’organizzazione terroristica.
Petrovskij stesso respinge categoricamente queste accuse: “Non ho commesso alcun crimine di guerra. Abbiamo difeso il popolo russo coinvolto nelle ostilità. ” In ogni caso Petrovskij si trova sul territorio della Russia ed è improbabile che la giustizia ucraina lo possa minacciare. Nell’ottobre 2016 la Federazione russa ha rifiutato di ratificare lo Statuto di Roma, avendo previsto che i suoi cittadini sarebbero potuti essere perseguiti dalla Corte penale internazionale dell’Aia. 

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Petrovskij guarda al proprio futuro con calma e ottimismo. Se il tribunale norvegese confermerà la legalità della sua espulsione, egli sarà privato di un permesso di soggiorno in Norvegia, e gli verrà vietato l’ingresso nei paesi dell’area Schengen, ma questa prospettiva, a quanto pare, non lo ha troppo sconvolto. “La Russia è un grande paese” – ha detto, aggiungendo che avrebbe viaggiato in patria. Nonostante il fatto che in Russia i nazionalisti radicali vengano spesso arrestati, Petrovskij non ha paura di vessazioni da parte delle autorità locali. “Qui io non sono un elemento politicamente indesiderabile – ha detto – Per dirla senza mezzi termini in Norvegia ero un nemico dello stato, e qui sono le sue fondamenta”.

 

Nel giugno 2015 ho creato Russia in Translation con lo scopo di fornire traduzioni in lingua italiana di articoli dalla stampa russa.

Marcello De Giorgi

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