“Il patriottismo non è solo orgoglio per il proprio paese ma anche vergogna”

Fonte: Lenta.ru, 07/02/2017, scritto da Natal’ja Kočetkova, tradotto da Diana Loreti

Natalija Solženicyna sulla famiglia, i doveri e la rivoluzione

Per la prima volta sono stati pubblicati in un libro due articoli di Aleksandr Solženicyn: “Razmyšlenija nad Fevral’skoj revoljuciej” (Riflessioni sulla rivoluzione di febbraio, 1980-1983) e “Čerty dvuch revoljucij” (Connotati di due rivoluzioni, 1984), per la casa editrice “Azbuka-Attikus”. La vedova dello scrittore, presidentessa del Fondo Solženicyn, Natalija Solženicyna ha raccontato a Lenta.ru come sono stati scritti questi testi, cos’è la rivoluzione per Aleksandr Solženicyn e in cosa lo stato d’animo generale del XXI secolo si differenzia da quello del XX.

Natalija Solženicyna: “Marzo 1917” (il quarto volume della tetralogia “La ruota rossa”, n.d.t.) è una narrazione corposa, in quattro volumi. Solženicyn si era posto l’obiettivo di descrivere scrupolosamente quegli eventi rivoluzionari per la Russia, giorno per giorno e ora per ora, dal 23 febbraio al 18 marzo. Mostra scene accadute per le vie di Pietrogrado, i fervori al Palazzo di Tauride, e Carskoe Selo, poi anche Mosca e l’esplosione per le province. La rivoluzione è una lava che scorre in diverse direzioni secondo le proprie leggi. La rivoluzione non ha un comandante generale. Le rivolte e le altre insurrezioni ce l’hanno. La rivoluzione, no. È facile descrivere la guerra, ma non la rivoluzione. Ciononostante, ne risultò un affresco grandioso, onnicomprensivo. Inoltre Solženicyn seguì tassativamente la sua regola personale: far prevalere, in ogni capitolo, la voce del protagonista di quel capitolo, che fosse Rodzjanko, Gučkov, Miljukov, Kerenskij, Nicola II o l’imperatrice. Permette ad ognuno di difendersi, anche a chi non gli è simpatico. Ne scaturisce un testo dal suono polifonico, organico.

Ma dopo aver compiuto questa enorme fatica, Aleksandr Isaevič sentì che alla fine di ogni capitolo del volume sarebbe stato necessario un capitolo riassuntivo. Avvertiva il bisogno di ricondurre i propri ragionamenti a formulazioni precise. E scrisse quei capitoli. Questi, naturalmente, risultarono completamente diversi: era cambiato il suono, il registro. È comprensibile: tutto il romanzo era stato scritto da un autore che osservava gli eventi dall’interno, che viveva all’inizio del XX secolo quasi insieme ai suoi eroi. Mentre questi altri capitoli erano stati scritti da una persona diversa: un nostro contemporaneo, quello stesso Solženicyn che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, il GULAG, l’esilio e scriveva già con il senno del poi. Aleksandr Isaevič voleva a tal punto condividere con i lettori le conclusioni di quel lavoro decennale, che si abbandonò al piacere di rivelare tutto ciò che pensava. Ma da quel cambiamento di suono, dal cambiamento del punto di vista dell’osservatore, derivò una contraddizione del suo stesso pensiero. Perché nel suo pensiero occorreva ricostruire precisamente gli eventi, ma le conclusioni le avrebbe tratte il lettore dopo aver letto. Non spettava a lui giudicare.

Comunque riuscii a convincerlo che quei quattro capitoli finali non dovevano essere compresi in “La ruota rossa”, dovevano avere vita propria. Dopo qualche esitazione fu d’accordo e non se ne pentì mai. Furono pubblicati dopo “La ruota rossa” e uscirono per la prima volta sulla rivista “Moskva” nel 1995. Poi di nuovo nel 2007, nel novantesimo anniversario della rivoluzione, il giornale “Rossijskaja gazeta” pubblicò le “Riflessioni” come inserto. Allora la pubblicazione ebbe una grande risonanza e suscitò vari dibattiti. E adesso esce per la prima volta un libro che collega due lavori dello scrittore: le riflessioni sulla nostra rivoluzione di febbraio e il suo confronto con quella francese.

Lenta.ru: Parlando di “rivoluzione”, Aleksandr Solženicyn intendeva non tanto l’avvenimento, quanto il processo esteso nel tempo. Da dove viene questa concezione?

In realtà, secondo Aleksandr Isaevič la rivoluzione si verifica non nel momento in cui si decide di attuarla, ma nelle sue conseguenze. Nell’irreversibilità e radicalità del cambiamento che apporta. Se non c’è questo cambiamento, allora non c’è la rivoluzione.

Da noi in genere si parla di tre rivoluzioni: il 1905, febbraio 1917 e ottobre 1917. Tutte insieme si possono definire come la Rivoluzione russa del XX secolo. Ma non si può assolutamente mettere un punto nel 2017. Perché il cambiamento completo, non solo dell’ordinamento politico del paese, ma anche del modo di vivere, si è compiuto solo verso gli anni Trenta, insieme alla Grande svolta, quando fu attuata la collettivizzazione e gli strati rurali più forti e intraprendenti furono mandati in rovina, deportati, distrutti.

L’odierna uscita del libro di Aleksandr Solženicyn si colloca in una precisa tendenza: l’anno scorso molti scrittori e pubblicisti hanno rivolto la propria attenzione alla storia dell’inizio del XX secolo. Una ragione è formale: quest’anno è il centesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre. Ma non è solo per questo. Quali pensa che siano gli altri motivi?

Il motivo per cui questo accade adesso è che la nostra storia ci ha mostrato che o giriamo a vuoto o restiamo fermi, in una parola: ci siamo persi. Non riusciamo a figurarci chiaramente una strada in avanti. E non ci si può far strada se non si comprendono i percorsi precedenti. E questi non sono ancora stati compresi. In parte perché la storia russa del XX secolo è troppo piena di eventi colossali.

Benché anche l’Europa, e, in parte, l’America abbiano partecipato alla prima e alla seconda guerra mondiale, alla Russia è toccato molto di più. Sul territorio russo, fra queste due terribili guerre, si sono scatenate la rivoluzione, la guerra civile, la completa trasformazione della vita, i Gulag. I massi, come diceva Aleksandr Isaevič, si accatastano l’uno sull’altro e nascondono ciò che è accaduto più di recente. Non perché gli ultimi avvenimenti siano meno importanti. Ma perché per le persone schiacciate dall’ennesimo masso è difficile meditare sul precedente. E, ovviamente, i bolscevichi stabilivano tutto ciò che si poteva e non si poteva studiare, dire e mostrare in pubblico riguardo gli avvenimenti dell’inizio del XX secolo. Quindi l’immagine è stata consapevolmente distorta per alcuni decenni. Adesso sono stati aperti molti archivi, nessuno interferisce con l’idea artistica dello scrittore e si comprende la necessità delle persone pensanti di capire cosa successe quando in Russia si verificò una catastrofe nazionale.

Ссыльный Александр Солженицын в лагерной телогрейке
Aleksandr Solženicyn deportato, durante la perquisizione.

Solženicyn diceva che indagando sull’origine delle tre rivoluzioni era dovuto tornare indietro al XIX secolo. E poi alla fine del XX secolo vide più o meno le stesse avvisaglie che aveva scorto nel XIX secolo. Cosa le sembra adesso di queste premesse?

Questa somiglianza col Febbraio fu più forte a cavallo degli anni Novanta. Aleksandr Isaevič riteneva che, se fra le nostre tre rivoluzioni ce n’era una principale, era quella di febbraio: non solo cambiò radicalmente l’apparato statale del paese, ma avviò la Russia verso una specie di smarrimento nazionale. Lo stesso avvenne nei nostri anni Novanta: se si parla non di intenzioni, ma di risultati, molte cose furono distrutte non nell’interesse del paese, e in cambio molto fu preso in modo precipitoso e non ragionato, senza pensare se giovasse o no alle “nostre latitudini”.

Anche in Occidente c’è stato un processo di offuscamento della coscienza nazionale davanti al volto del progresso generale, ma è stato un percorso fluido, durato secoli. Solženicyn scrive: il nodo deve ancora sciogliersi. Da spettatori abbiamo l’impressione che sia in Europa che in America sia in atto la reazione a quell’offuscamento, una specie di “insurrezione delle masse”. La nostra rivoluzione di febbraio può essere considerata come un modello di processo mondiale che adesso osserviamo, in formato ridotto, negli altri paesi.

C’è un’ulteriore osservazione di Solženicyn. Paragonando la rivoluzione russa con quella francese, nota che entrambe sono nate sullo sfondo di un relativo benessere sociale. Perché lagiatezza non salva dalle agitazioni sociali?

Non bisogna pensare che l’uomo sia insoddisfatto solo se ha la pancia vuota. Il benessere materiale non salva il paese dalle turbolenze interne. Non è mai stato così, non solo in Russia e in Francia. Naturalmente occorre analizzare ogni caso a sé, come e da cosa si forma e si sviluppa l’embrione rivoluzionario. C’è sempre un insieme di cause che portano all’insoddisfazione dell’élite, o del popolo o di entrambi. Gli storici attenti individuano le più sostanziose. In particolare, grandi insoddisfazioni possono essere causate dall’assenza di una scalata sociale, l’impossibilità di uscire dai confini di un certo ambiente sociale o in generale l’assenza di prospettive di questa o quell’attività, in altre parole un senso di soffocamento.

Solženicyn presta molta attenzione alla figura del capo di stato. Naturalmente, nel libro si parla di Ludovico XVI e Nicola II. Ma ciò che dice di loro si può proiettare su qualsiasi capo di stato di qualsiasi paese. Li rimprovera di aver anteposto gli interessi della famiglia a quelli dello stato.

In effetti, in “Connotati di due rivoluzioni”, Aleksandr Isaevič, parlando delle somiglianze e divergenze fra le due rivoluzioni, paragona i regnanti di Francia e Russia, Ludovico XVI e Nicola II, e trova in loro molti tratti simili, fra cui questo attaccamento alla famiglia che influenza le loro decisioni politiche.

Da quando esiste la società umana, questo è un dilemma eterno per chi detiene il potere, perché l’amore e il dovere spesso si trovano in un equilibrio instabile. Questo conflitto può sorgere anche in un semplice cittadino, ma è ancora più reale per chi ha prestato un giuramento. Dedicare tutte le proprie forze al benessere del paese è una promessa molto difficile da mantenere, soprattutto quando si presentano delle crisi. Durante un pericolo nazionale devi onorare un giuramento che hai fatto a tutto il paese. Ciò può richiedere un grande sacrificio personale. E se la famiglia del leader si trova in un pericolo simile agli altri cittadini, il leader non ha il diritto morale di darle la precedenza. È importante che la famiglia capisca di quale fardello si sia fatto carico e lo sostenga nei momenti difficili e non pretenda trattamenti preferenziali.

Александр Солженицын в Хабаровске, 1994 год
Aleksandr Solženicyn a Chabarovsk, 1994

La sua vita con Aleksandr Solženicyn era costruita sulle stesse basi?

Lui non era responsabile delle sorti politiche del paese, ma per alcuni anni fu il leader morale della Russia che leggeva e poiché questo non andava affatto a genio al potere, non poteva finire bene. Io ero pronta ad accogliere qualsiasi stravolgimento degli eventi e condividere con lui qualsiasi esito. Ma nel nostro caso fu un esito felice.

La nostra fortuna era che avevamo davvero una vita in comune e un lavoro in comune. Ci univa l’ardente interesse per le sue ricerche. Aiutarlo non mi costava alcun sacrificio. Benché io sia una persona socievole e prima del nostro confino avessi centinaia di amici, quando fummo esiliati e vivemmo per molti anni letteralmente in mezzo a un bosco, non fu per me un sacrificio.

All’inizio vivevamo in Svizzera, a Zurigo, veniva da noi un sacco di gente. Visto che non riuscivamo a lavorare, ci trasferimmo nel Vermont. Era difficile incontrare altre persone, ma intrattenevamo molte corrispondenze. Non andavamo quasi da nessuna parte, eravamo pieni di lavoro, sempre in fermento, come nella redazione di un giornale. Il materiale era come lava fusa. Discutevamo molto. Io sorprendentemente mi ricordavo di rado quanto fosse bello chiacchierare davvero con gli amici, non solo per iscritto.

L’incontro del presidente V. Putin e dello scrittore A. Solženicyn

C’è una registrazione in cui Aleksandr Isaevič dice: è morto quel paese in cui la parola “patriota” è diventata una bestemmia. Cosa pensa del patriottismo nella Russia contemporanea?

Disse un’altra frase prima di quella: nella prima intervista televisiva dopo l’esilio disse: “Sciagurato è quel paese in cui la parola “democratico” è diventata una bestemmia. Ma è addirittura morto quel paese in cui la parola “patriota” è diventata una bestemmia. Nessuna di queste parole deve essere considerata una bestemmia”. Sono passati 25 anni e potrebbe essere stato detto oggi.

Aleksandr Isaevič diceva sempre che il patriottismo è un sentimento del tutto naturale, innato, per l’uomo. Purtroppo, come ogni sentimento, a volte si presenta in una forma distorta. È il sentimento naturale di amore per la propria Patria. Un sentimento limpido. Essere pronti a condividerne le avversità, a sacrificarsi per lei nei momenti di pericolo. Ma deve essere un sentimento saggio. Il patriottismo autentico è non solo amore e orgoglio per il proprio paese, ma anche vergogna nei casi in cui il paese faccia qualcosa che non va. Essere pronti a pentirsi degli errori, delle ingiustizie che il paese compie verso gli altri o verso il proprio popolo. Il patriottismo deve andare a braccetto con la coscienza.

Diana Loreti

Traduttrice dal russo e dall’inglese, della Russia amo la lingua, la cultura, la letteratura, le tradizioni, i paesaggi. Collaboro a RIT per trasmettere queste passioni al pubblico italiano. dianalor330@gmail.com