È finita la pazienza

Dmitry Petrov sul perché oggi in Russia persino gli scrittori stanno perdendo la loro lingua comune

Era da molto tempo che l’ambiente letterario non viveva simili travagli. In pochi giorni dal club PEN russo (associazione non governativa di scrittori, ndt) se n’è andata una schiera di personalità note a livello nazionale ed internazionale. Probabilmente gli storici futuri studieranno questo episodio come esempio di un’azione civica in un clima di omologazione, di totale cementificazione. Tra le altre cose vediamo, da una parte, un chiaro esempio di solidarietà, dall’altra, una situazione dove amici e colleghi diventano acerbi nemici. E questo la dice lunga sullo stato della società.

Fino a ieri si poteva definire il club PEN russo un equipaggio affidabile di una grande nave. C’erano, e ci sono, brillanti poeti e narratori: Bella Achmadulina, Vasilij Aksёnov, Andrei Bitov, Andrej Voznesenskij, Vladimir Voinovich, Daniil Granin, Evgenij Evtušenko, Timur Kibirov, Bulat Okudžava, Evgenij Popov, Lev Rubinstein, Ljudmila Ulickaja, Eduard Uspenskij. Scusate se non ho nominato tutti coloro che sono degni di essere inseriti in questa lista.

Il centro russo PEN fa parte del club PEN mondiale. L’organizzazione fu fondata negli anni Venti del XX secolo dai prosatori Catherine Amy Dawson Scott e John Galsworthy che, tra l’altro, la diressero. Tra i direttori e i membri Heinrich Böll, Václav Havel, Salman Rushdie, Herbert Wells, Bernard Shaw e centinaia di altri autori.

Il club fu creato come unione non politica per promuovere i principi di solidarietà tra scrittori e umanismo. Già al suo congresso, nel 1923, furono create 11 organizzazioni.

Ma ad ostacolare la divisione tra umanismo e politica ci pensò la realtà totalitaria. Quella nella quale le leggi reprimono la libertà e la giustizia la calpesta. E allora l’autore-umanista si alza, solo, contro l’implacabilità del potere. Come un uomo nudo tra i lupi. E agli scrittori in disaccordo con il regime tocca scappare dalla rossa Russia e dalla nera Italia. E ben presto anche dalla bruna Germania.

Ma dopo la Seconda guerra mondiale il movimento PEN si è risollevato e sviluppato. Tra i temi principali del club c’è la difesa degli artisti perseguitati e la lotta per la democrazia e la pace. Ora, guardando la cartina sul sito del club, vediamo che le sue organizzazioni sono presenti in tutti i continenti. In Africa 25. In Messico 3. Negli Stati Uniti 4. In Europa i circoli segnati sono fitti sulla cartina. Del resto il nostro continente non era abbastanza vasto già dagli anni Venti…

L’Unione Sovietica ha vissuto a lungo senza il club PEN. Anche se, nel 1975, Vladimir Voinovich, espulso dall’Unione degli scrittori sovietici ed ammesso nel club PEN internazionale, aveva deciso di fondarlo. Per questo motivo era stato convocato al KGB per un “colloquio a carattere preventivo”, dopo il quale lo scrittore soffrì a lungo di problemi di salute e continuò a comporre le proprie opere senza la speranza di pubblicarle. Nel 1980 fu espulso dall’Unione Sovietica, mentre nel 1981 gli fu tolta la cittadinanza.

Nel 1987 il critico Igor Vinogradov propose di istituire il club PEN russo che, infatti, venne creato nel 1989. A proposito, Voinovich entrò nel club non senza difficoltà. E a dicembre 2016 l’ha lasciato. Nel club, ha dichiarato ai mass media, non fanno altro che “imitare la lotta per la libertà di parola”. E agli autori che professano le sue stesse idee ha espresso l’augurio di creare un nuovo club PEN composto da persone con la coscienza a posto, pronte a difendere, senza compromessi e senza interessi personali, l’uomo e il suo diritto alla libertà di pensiero e di parola.

Altri scrittori avevano lasciato il club in precedenza: Igor Irtenyev, Viktor Shenderovich, Ljudmila Ulickaja… E in ogni caso facendo maggiore o minore scalpore.

In questo chiasso, comunque, non c’è stato nulla di esplosivo. Indimenticabile il grande fragore quando nel 2000, al 67° Congresso mondiale del club PEN internazionale a Mosca, Vasilij Aksёnov intervenne pubblicamente contro la condanna delle operazioni militari russe in Cecenia. Allora era stato l’illustre Günter Grass a prendere posizione, insistendo sul fatto che l’esercito si scontrava con i fautori della libertà. Aksёnov, invece, li considerava terroristi e insistette affermando che la Russia, come ogni altro paese, aveva il diritto di difendersi da separatisti armati. Tra l’altro, il presidente del club PEN russo Andrej Bitov si attenne ad un altro punto di vista.

La presa di posizione di Aksёnov ebbe grande risonanza. Fu discussa dai media mondiali. La BBC mise in scena una grande trasmissione. Una serie di mass media lo allontanò dalle prime pagine e dagli schermi. Ma lui rimase sempre fermamente sulle sue posizioni. Il che è naturale per un membro di un’organizzazione come il club PEN.

“Russia: il dolore del secolo”, così suonava una delle possibili versioni del tema del forum. Ma ne fu scelta un’altra: “Libertà di critica e critica alla libertà”. E oggi questa critica della libertà risuona forte. Ed è una cosa dolorosa per tutti coloro a cui è cara. Per questo serve una critica più libera possibile.

La critica, come anche l’appello alla giustizia e alla misericordia, rappresenta uno dei principali metodi di difesa dei diritti. Anche da parte del club PEN internazionale.

“Il trend principale al giorno d’oggi… – commenta questo approccio Andrey Novikov-Lanskoy sul sito del club PEN russo – …è… avvicinarlo al formato di Human Rights Watch e Amnesty International. Ma molti centri si vedono più nel ruolo di sindacati degli scrittori. A Londra vengono chiamati non ufficialmente old tradition”. A loro fa capo anche il club PEN russo.

Nel frattempo il club ha allargato il diritto ad entrarvi a tutti i generi di lavoro con la parola scritta. Inizialmente l’abbreviazione PEN significava “Poets, Essayists, Novelists”, ovvero poeti, saggisti, romanzieri. In seguito sono stati inclusi anche drammaturghi (Playwrights) e redattori (Editors). E ora sono pronti anche i blogger. 

In questo il club riflette parzialmente anche la situazione in Russia. Dove le persone più attive si dividono tra coloro che sono incatenati “ai tempi che furono” e i sostenitori dello sviluppo.

La faccenda è chiara. Dopotutto i paesi dei libri stanno diventando, ad occhio, paesi dei mass media. Passano dal mondo della parola scritta a quello del testo elettronico, dove le combinazioni stereoscopiche di lettere e immagini funzionano, tra le altre, anche per difendere gli scrittori. E sebbene più di 60 membri del club PEN, che a dicembre 2016 hanno chiesto al presidente russo di concedere la grazia a Oleg Senzov, hanno redatto una lettera senza tutte queste difficoltà, una parte di loro ha molto più successo nel mondo di internet.

Un esempio è Sergey Parkhomenko. Su Facebook ha quasi 150mila seguaci. Il suo testo del 10 gennaio nel blog del sito di “Eco di Mosca” è stato letto da 184.103 persone (il dato è aggiornato al minuto quando ci sono “entrato”). Tutti i mass media hanno così tanti lettori? Per non parlare poi della tiratura dei libri.

Penso che le “persone legate alla tradizione” non siano contro queste cifre. A loro sono estranei i temi. Prendiamo le lettere dei membri del club a proposito di Senzov. Ed ecco, infatti, sono stati presi dei provvedimenti. Parkhomenko è stato escluso.

È iniziata una rivolta. Il direttore dell’Unione degli scrittori di Mosca Evgenij Sidorov se n’è andato dal comitato esecutivo del club PEN, spiegando la sua scelta così: “per via di decisioni che violano lo statuto… sono stato costretto a lasciare quest’organo direttivo”.

“Inizia la fine, – dice Tatyana Scherbina, colei che mi raccomandò quando entrai nel club PEN. – La frattura, così come quella nel paese, è iniziata nel 2014. Le elezioni a presidente si sono svolte senza alternative. La vicepresidente Ulickaja è stata rimossa e oltraggiata. Il comitato esecutivo PEN si è sentito la “verticale di potere” e ha iniziato a difendere il paese dalle “forze distruttive”, prendendo una posizione contraria a quella prefissata dal club PEN internazionale, di cui rappresenta una sezione. È stato cambiato lo statuto ed ora nella nuova versione tutte le decisioni vengono prese dal comitato esecutivo. Lo stile dei comunicati del direttivo del PEN si avvicina a quello degli editoriali sovietici. Rimane da attendere la conclusione della vicenda, ovvero la reazione del club PEN internazionale.”

Nel frattempo dal club se ne vanno Svjatlana Alekscievič, Lev Rubinstein, Eduard Uspenskij e altri ancora. Aleksander Archangielsky, Aleksander Gelman, Vladimir Sorokin – in tutto più di 50 persone – dichiarano: “Parkhomenko e i suoi colleghi… hanno seguito onestamente le norme e gli ideali fissati nello Statuto. Chiediamo… di organizzare a Mosca una riunione straordinaria del club PEN russo… Prima di quel momento… interrompiamo ogni tipo di relazione con l’attuale Comitato esecutivo …”.

Questo è un chiaro atto di solidarietà.

Persone che lavorano con la parola si sono rivelate persone di parola

Può essere che a qualcuno verrà attribuita ingenuità. Qualcuno si metterà a ridere… Ma se fossi al posto degli storici sarei contento. D’altronde ciò che gli aspetta è studiare il primo quarto del XXI secolo. Ed ecco un nuovo importante episodio. Un esempio di azione civica in un clima di omologazione, di cementificazione totale… Per la nuova generazione libera sarà utile conoscere questo fatto. Ma ora questa azione cambia il quadro di vita nel paese. Per la prima volta in questa autorevole organizzazione è avvenuta una frattura sul fronte etico.

D’altro canto il presidente del club PEN Evgenij Popov ritiene che “non c’è nessuna frattura. Sono soltanto battibecchi letterari. Questo ambiente è così. Dato che il club PEN russo non è soltanto un’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo ma anche un club artistico di scrittori. E in questo gruppo entrano persone creative con diverse opinioni in fatto di arte, con diverse convinzioni politiche e diverse idee su come realizzarle.

Alcuni a favore di un’immediata rivoluzione, altri ad un’evoluzione. Di rivoluzioni ce ne sono state già molte nel nostro paese, troppe.

Il club PEN, per propria formazione, è obbligato a conservare uno status non politico. È obbligato a lavorare al di sopra delle barriere, lottando per la libertà di parola, contro l’umiliazione dell’artista. Difendere tutti, non gli eletti. Così si è augurato il fondatore del club PEN internazionale John Galsworthy ed io, in qualità di presidente appena eletto del club PEN russo, nella misura delle mie forze, difenderò questo suo status. Lo scandalo prima o poi si placherà. La vita è breve, l’arte, invece, è eterna.”

Per Denis Dragunskij che ha lasciato il club, non si tratta di battibecchi, ma di un conflitto serio: “Nel 2014, quando Ljudmila Ulickaja ha introdotto nel club PEN russo persone nuove – c’ero anche io tra loro – è scoppiato uno scandalo. Sono arrivate persone pronte a firmare petizioni in difesa dei diritti dell’uomo. E quelli che hanno visto una garanzia per la propria tranquillità nell’assoluta fedeltà si sono preoccupati.

Oggi hanno deciso che il “nemico interno” principale è Sergey Parkhomenko. Apparentemente, a causa della sua fama e del suo attivismo (“Dissernet” e “Poslednij Adres” sono progetti enormi). E ingenuamente hanno pensato che conveniva escluderlo, prendendosi il trono in assoluta tranquillità. Il comitato esecutivo avrebbe raccomandato il proprio eletto per il posto di presidente, il presidente avrebbe formato il comitato esecutivo, mentre la gente in sala avrebbe votato e sarebbe andata al buffet a bere vodka e a criticare gli editori. Ma non è stato così. In molti hanno lasciato il club PEN. Suppongo possano fondare in Russia un’organizzazione con appartenenza al club PEN internazionale, se il suo statuto lo permetterà. In fin dei conti non è né un partito, né un sindacato, né l’Unione degli scrittori sovietici. È un club. Se lo faranno? Vedremo.”

In realtà è presto per valutare come sarà l’uscita dalla crisi. È possibile che si riuscirà a risolverla, se le parti instaureranno un dialogo positivo. Solamente se i membri del club maggiormente predisposti all’azione energica a favore della difesa dei diritti dell’uomo avranno la possibilità di dialogare. E se la old tradition si approccerà alla nuova con pazienza (e la storia insegna che è difficile ma inevitabile).

Allora questa situazione diventerà un esempio di superamento del processo, in atto nel paese, di dissociazione

È possibile anche un altro esito della vicenda. La creazione di una nuova organizzazione facente parte del club PEN internazionale. La nostra letteratura ha una tradizione di partecipazione nella vita sociale. Maksim Gor’kij raccoglieva soldi per i democratici russi. Leonid Andreev li proteggeva in casa propria. Korolenko difese lo sfortunato Menahem Beilis. Per Sinjavskij e Daniėl’ intercedettero decine di colleghi. Di esempi ce ne sono tanti. Tra i quali coloro che soffrono per i fatti di oggi.

Sì, parallelismi esatti con le vicende di oggi non ce ne sono. Ma in comune c’è la disponibilità ad agire in solidarietà con la propria cerchia e a sostenere i cambiamenti all’esterno di essa. E sembra proprio che siamo davanti ad un caso simile a quelli di cui si parla: crisi significa nuove possibilità.

Fonte Gazeta.ru, 14/01/2017. Articolo di Dmitrij Petrov. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Alessandro Lazzari

Originario della provincia di Treviso, nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.