Puškin figlio dell’armonia

Il filologo e romanziere Evgenij Vodolazkin racconta a Maria Bašmakovaja cosa personalmente significhi per lui “il nostro tutto” (così i russi chiamano Puškin).

In occasione dell’anniversario della morte di Aleksandr Puškin, Evgenij Volodazkin, noto scrittore e collaboratore della Casa di Puškin (Casa del poeta russo dove lavora Vodolazkin, San Pietroburgo, n.d.r.) racconta a Ogonëk cosa personalmente significhi per lui il poeta, per quale motivo non è possibile non amare Puškin e se sia stato pericoloso o meno scolpire il poeta nel bronzo.

Marina Cvetaeva ha raccontato come sia comparso Puškin nella sua vita. Come è comparso nella sua?

Come per tutti, la prima cosa sono le parole e gli oggetti. Puškin fu tra i primi eventi. Ad esempio, quando penso all’autunno (osen’ in russo, n.d.r.), riporto alla memoria: “Ormai d’autunno il cielo respirava…”. E pronuncio solo la variante lunga di osen’ (osen’ju – declinazione al caso strumentale della parola osen’, “autunno”, n.d.r.). Vede, Puškin appartiene a quel novero di eventi che sembrano eterni, come la vita, gli eventi fondamentali. Tale dono ci è stato dato per un periodo molto breve. Ricordo che la mia bisnonna mi leggeva: “Il ditino ha ormai gelato il monello”, minacciandomi con un dito al momento opportuno. Quello di cui ho coscienza fino a circa cinque anni, ha l’immunità dell’assioma. Dirò le due cose di Puškin che preferisco: “Da Pindemonte” (ogni parola mi è cara, la mia vita si costruisce su questa poesia) e “Se la vita t’ingannerà…”. Mi rincuorano sempre questi versi. Proprio adesso c’è stato un incendio nella mia casa in campagna, ma ho rievocato questa poesia e mi sono calmato.

ritratto del poeta russo aleksandr puskin

Perché proprio Puškin ha la caratteristica di “essere fondamentale” nella coscienza collettiva?

Al tempo due linee si legarono, come si legano solitamente in un classico. Cos’è un’opera classica? Da una parte è un testo di qualità molto alta, dall’altra è un testo che ha un riconoscimento generale. Quando questi due fenomeni si intrecciano, possiamo parlare di un’opera classica. Ma Puškin non è semplicemente un classico, ma un classico al quadrato. L’unione di un bellissimo testo e di quella percezione straordinariamente premurosa, e se vogliamo, amorevole, che utilizzava in Russia, gli assegna un posto nella nostra vita. Infatti, cosa si legge ai bambini? Puškin.

Puškin è così amato anche all’estero o per un lettore straniero è un’altra cosa?

Per loro è del tutto un’altra cosa. In Germania, ad esempio, attualmente non conoscono tanto i testi di Puškin, quanto invece l’omonima vodka. Se chiedessimo a un qualsiasi europeo cos’ha scritto Puškin, difficilmente sarebbe in grado di rispondere con precisione. Ho tentato di ragionare sul perché né Puškin, né Gogol’, che a mio giudizio non è meno importante di Dostoevskij o Tolstoj, siano ampiamente sconosciuti in occidente. Certo, non si può dire che non siano stati tradotti. Ma non possono essere, in senso letterale, tra-dotti, intendo “presi per mano”, da una cultura a un’altra. Perché le loro qualità sono chiare solo per le persone di cultura russa. Per quanto riguarda Puškin, ci sono molte sfumature. Ad esempio, il tipico inglese, dopo la lettura di Puškin, pensa: “Perché Puškin, se abbiamo Byron?”. Solo per noi è evidente quanto siano unici Puškin e Lermontov. Perché alcune cose si sono interamente declinate nella forma della poesia romantica proveniente dal mondo occidentale, altri problemi sono stai risolti. In questo senso, sia Puškin sia Lermontov sono proprio un’altra cosa. E questa loro differenza non è totalmente chiara in occidente. Ora come ora credono che la nostra letteratura non sia troppo originale. Ma noi abbiamo saturato i generi occidentali con le nostre problematiche. E alla fine è arrivato quel momento in cui la letteratura europea occidentale non solo ci ha compreso, ma anche ammirato. La nostra letteratura classica è all’avanguardia nel mondo. Semplicemente la fase Puškin ancora non se la sono goduta.

foto dello scrittore russo Lev Tolstojritratto dello scrittore russo fedor dostoevskij

Due pilastri come Tolstoj e Dostoevskij sono concepiti in modo controverso, vengono spesso criticati per diverse ragioni. Invece è difficile contestare Puškin. Sebbene qualcuno lo consideri secondario, “troppo europeo”.

Puškin scriveva tenendo bene in mente il Medioevo russo, che possiede una straordinaria carica etica. Non che lo considerasse speciale, semplicemente il Medioevo si manifestava a Puškin prima di tutto come un’attitudine etica verso il prossimo. Se ricorda “La figlia del capitano”, c’è una frase che piace a Lichačëv, tanto quanto piace a me. La moglie del capitano Mironov si rivolge al marito, dopo aver saputo di un litigio: “Comprendi chi ha ragione e chi torto tra Prochorov e Ustinyja. Ma puniscili entrambi”. Questa è una frase molto medievale, perché nel Medioevo si credeva che anche chi era dalla parte della ragione non fosse del tutto senza peccato. Oppure la straordinaria espressione di Puškin sul “Canto della schiera di Igor’”, che per me da esperto potrebbe anche essere l’argomentazione principale a favore della tesi che il “Canto della schiera di Igor’” sia autentico e non un falso. Puškin afferma: “E chi avrebbe potuto contraffare il ‘Canto della schiera di Igor’’? Considerando il talento solo in due: Deržavin e Karamzin. Ma Karamzin è uno storico e Deržavin non conosce neanche la lingua russa, figurarsi lo slavo ecclesiastico”.

Come veniva concepito Puškin dai suoi contemporanei?

Per i suoi contemporanei era diverso. Per i contemporanei un collega scrittore è una sfida, un motivo di invidia. Generalmente un poeta vivente di rado va d’accordo con i suoi contemporanei. Da morto è un po’ più semplice. Ma quando è in vita regna il caos. Nel periodo di Puškin scriveva anche Nestor Kukol’nik ed era piuttosto popolare. All’epoca alcuni consideravano Kukol’nik alla stregua di Puškin. Ma oggi di Kukol’nik rimane solo la romanza di Glinka. Il tempo mette ogni cosa al suo posto.

Oggi l’etichetta di Puškin aderisce così tanto alla nostra coscienza che fa male staccarla. In quale momento la coscienza collettiva lo ha scolpito nel bronzo?

È accaduto gradualmente. Durante la vita di Aleksandr Puškin le menti più brillanti comprendevano appieno tutta la sua grandezza. Un esempio significativo da “L’ispettore generale” (opera teatrale di Gogol’, 1836, n.d.r.), quando Chlestakov afferma che “Puškin è suo amico”. E avrebbe domandato al poeta: “Allora, come va, fratello Puškin?” Da notare che per Chlestakov è arduo immaginare che Puškin possa rispondergli così: “Beh, come sempre, fratello”. Gogol’ sottolinea bene tutto ciò, mostrando la differenza abissale tra Puškin e un piccolo borghese. Ma, dall’altro lato, per il piccolo borghese Puškin è un grande nome già a quei tempi. Quindi la stella di Puškin brillava già all’epoca. E questo lui, in fondo, lo capiva. Ma conduceva comunque una vita rurale: “Il mio idolo pativa la fame!” o qualcosa del genere. Credo che lui affrontasse nel modo giusto le diverse fasi della sua vita.

ritratto del poeta russo aleksandr puskin

A volte sembra che l’amore per Puškin non sia un sentimento personale del lettore, ma uno stereotipo percettivo imposto. Come talvolta con la religione: mi è stata data, l’ho accolta, ma non la posso comprendere.

Sì! Questo parallelo volevo farlo io stesso. Puškin fa parte del nostro codice culturale, percepito come un codice genetico e viene tramandato per tradizione. I bambini vengono battezzati durante l’infanzia e quando sono ancora molto piccoli iniziano a leggere Puškin. E tale lettura non richiede delle basi razionali. Ovviamente, crescendo una persona può dire: “Puškin non mi piace!”

Lei ne ha incontrate?

No. Puškin non disturba nessuno.

Ma oggi sin da piccoli lo percepiamo per inerzia come un modello. È dannosa o no questa percezione?

Credo che il suo “essere un modello” non ne impedisca la percezione. Ci sono cose che nascono per un rapporto di rispetto. Dopotutto neanche questo rapporto ci impedisce di penetrare questo fenomeno nei dettagli. Prendiamo il testo intorno al quale c’è la più alta considerazione nella storia dell’umanità, la Bibbia. A parte il fatto che sia un testo sacro, è anche un testo storico e d’amore, veda il “Cantico dei Cantici”. Il rapporto di rispetto per l’argomento non ne ostacola un’analisi attenta delle sue caratteristiche letterarie e storiche. E se già nella Bibbia si mescolano questi strati, allora anche in Puškin, che non è proprio la Bibbia, risulta di fatto possibile. Puškin è il “nostro tutto”, il nostro vessillo. Ma è un vessillo dallo stemma spettacolare, che si può ammirare sapendo che non è possibile parlarne male. Non è possibile non solo perché lo vieta l’opinione pubblica, ma perché è bellissimo. Puškin è un poeta straordinario attorniato di leggende. Il mito non si crea intorno a un uomo qualunque. Il mito è la nostra relazione attiva con un oggetto. Mi ricordo quando Dmitrij Sergeevič Lichačëv mi invitò a pranzo e per questo motivo feci ritardo nella redazione di una rivista. Quando arrivai, spiegai il motivo del ritardo. “Quindi, lui mangia?”, mi domandarono in riferimento all’uomo-leggenda. La mitologia è necessaria e accompagna tutti i grandi fenomeni.

Dostoevskij e Tolstoj sono anch’essi mitizzati, allo stesso tempo il rapporto con loro è chiaramente più marcato, dall’adorazione all’estrema avversione. Con Puškin accade il contrario: lui suscita amore e venerazione.

Sì, è sempre così. Puškin venne ucciso, fu un martire. Nella Rus’ i martiri sono stati sempre esaltati. Inoltre lui è radioso. La sua luce non è un’intensa devozione che opprime. Puškin è uno di quelli che non vorrai mai abbandonare. In lui si riscontrano alcune qualità che di rado si incontrano in un uomo. Egli fu un poeta e prosatore geniale, e allo stesso tempo una persona irresistibile. Scrittore e poeta brillante, è sempre l’eccezione alla regola. Puškin è spesso intrigante, sarcastico e incredibilmente affascinante.

La mentalità russa tende alla moralizzazione, Tolstoj e Dostoevskij vanno diretti alla mente. In Puškin questo non c’è.

Esattamente. I nostri più grandi sono moralisti, che alla fine della loro esistenza passano al genere della predica, abbandonando i confini della letteratura. Puškin non abbandonò mai tali confini. A differenza di molti classici, non passò dall’estetica all’etica. Puškin è figlio dell’armonia. Il suo amore per la gente si sente in ogni strofa. È proprio come l’amore per Dio, solo che si rivolge alle persone.

Possiamo dire che Puškin è associabile ad ogni periodo della vita? Se possibile, fino a quali opere bisogna crescere?

Domanda difficile. Io ho letto gran parte di Puškin da giovane, e poi l’ho riletto. Ma nessuna cosa mi pareva incomprensibile. Altra cosa: Puškin presenta molti strati e ad ogni età noti qualcos’altro. Se una persona lo legge troppo presto, non è un dramma. Quando avrà acquisito la propria esperienza, estrapolerà dalla memoria ciò che ha letto e lo collegherà alla nuova esperienza. Prenda “Evgenij Onegin”, testo universale per tutte le età. Il fatto è che non è solo “l’enciclopedia della vita russa”, ma l’enciclopedia di tutto. Lessi per la prima volta questo romanzo a circa dodici anni. E il libro ha funzionato in prospettiva: mi ha preparato al primo amore. L’influenza di Puškin sul mio sentimento di allora fu molto forte.

Evgenij Vodolazkin

Lei ha una famiglia molto puškiniana. A giudicare dai nomi: lei Evgenij, sua moglie Tat’jana, sua figlia Natal’ja.

Altrimenti non mi avrebbero preso alla Casa di Puškin! Non scherzo del tutto.

Lei ha lavorato una vita intera alla Casa di Puškin. I puškinisti sono una particolare casta di filologi?

Certo, essi occupano un posto particolare, e a ragione. La Casa di Puškin nasce come centro di ricerca per i testi di Puškin. È in seguito che si è ampliata con altri reparti. Anche nel reparto dell’Antica Rus’, dove lavoro io, possiamo scoprire qualcosa. E anche negli altri reparti.

La Casa di Puškin è una struttura chiusa, ma grazie alla sua opera e a quella di Bitov, il lettore ha potuto entrarvi. Come hanno reagito i collegi, venendone a conoscenza nei vostri testi?

I rapporti non si sono deteriorati. Il mio amico Leonid Juzefovič mi disse una volta: “Tu ridi senza offendere”. Io credo a tutto ciò che dice Juzefovič. Si può ridere solo amando.

 

Fonte: Kommersant, 06/02/2017; tradotto da Francesco Iovenitti

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione

Francesco Iovenitti

Traduttore, studioso e appassionato del mondo russo. Nel 2013 ho insegnato italiano agli studenti russi a San Pietroburgo e nel 2015 ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione