Le chruščëvki sono un incubo terribile. Vanno demolite. Oppure no?

Fonte: Meduza, 23/02/2017, scritto da Jurij Bolotov, tradotto da Diana Loreti

Il 21 febbraio è stato reso noto che il comune di Mosca ha intenzione di demolire tutti i prefabbricati a quattro piani della capitale e costruire al loro posto nuove abitazioni. Molti di questi prefabbricati (ma non tutti), sono le cosiddette chruščëvki (dal nome del presidente Chruščëv, che ne ordinò la costruzione, n.d.t.), case costruite negli anni ’60, grazie alle quali milioni di persone in epoca sovietica ricevettero per la prima volta uno spazio privato. Il giornalista Jurij Bolotov, che tiene un canale telegram sull’architettura, racconta a Meduza qual era il significato iniziale delle chruščëvki, come venivano costruite, e chiarisce se esistono degli analoghi all’estero e se è vero che sono loro la causa di tutte le sciagure urbanistiche di Mosca.

Da dove sono spuntate le chruščëvki?

Il principale paradosso delle prime serie di prefabbricati a pannelli sovietici, sta nel fatto che in realtà non erano chruščëvki, bensì stalinki (edifici a più appartamenti voluti da Stalin a partire dalla fine degli anni ’30, n.d.t.).

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Unione sovietica si imbatté in una mostruosa crisi edilizia. Il settore delle costruzioni era rimasto indietro rispetto allo sviluppo dell’industria già negli anni ’30 e dopo la guerra, durante la quale era stato distrutto un terzo delle abitazioni del paese, la situazione giunse a un punto morto. Le lussuose “case di Stalin” erano abitazioni fortemente elitarie e all’inizio degli anni ’50, metà dei cinque milioni di abitanti di Mosca viveva nelle kommunalki (appartamenti in coabitazione forzata, n.d.t.) o nelle baraccopoli. In queste condizioni, le speranze furono riposte nei prefabbricati, molto più economici e veloci da costruire.

Già nel 1940, in corso Leningradskij, comparve la “Ažurnyj dom” (letteralmente, “casa a giorno”, n.d.t.) dell’architetto Andrej Burov, formata, nonostante il suo aspetto effettivo, da elementi standard prefabbricati. Dopo la guerra gli esperimenti continuarono: alla fine degli anni ’40 nel quartiere Sokol furono costruite case con la struttura metallica, esteriormente simili alle altre stalinki. Al progetto lavorò l’ingegnere Vitalij Lagutenko (nonno del solista del gruppo “Mumij troll’” Il’ja Lagutenko).

L’adozione di massa del prefabbricato cominciò con l’avvento al potere di Nikita Chruščëv che nel 1954 chiese agli architetti di forzare la risoluzione della crisi edilizia grazie a prefabbricati semplici ed economici aggregati in micro quartieri (l’idea di costruire abitazioni singole alla maniera occidentale fu rifiutata per questioni ideologiche).

Il nuovo tipo di edificio doveva diventare non un’opera architettonica, bensì un prodotto industriale.

Il primo e più famoso progetto nell’ambito di questo programma fu il nono quartiere sperimentale di Novye Čerëmuški, dove un gruppo di giovani architetti, sotto la guida di Natan Osterman, provò a cogliere le soluzioni migliori dai progetti esteri degli alloggi sociali. Nel mini-quartiere con case a tre piani comparvero grandi cortili silenziosi con fontane e giardini, una scuola, un asilo e un nido, negozi e un cinema; gli appartamenti venivano consegnati agli abitanti già ammobiliati.

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Il nono quartiere ebbe un grande effetto propagandistico e riscosse successo alle mostre internazionali, ma presto risultò che un alloggio simile non era poi così economico. Per l’edilizia era molto più semplice la serie “K-7” elaborata da Vitalij Lagutenko.

Nuovo mini-quartiere a Mosca, 1 febbraio 1964

Quali erano gli aspetti positivi delle chruščëvki? E quelli negativi?

I problemi principali delle prime chruščëvki sorgono dalla necessità di costruire un alloggio nel minor tempo e al minor costo possibile. Balconi e cantine sono spese superflue, quindi nella serie “K-7” furono eliminati. Rinunciare agli ascensori permise di risparmiare l’8% del budget, per questo l’altezza degli edifici si fermò al quarto piano. I soffitti furono abbassati da 270 a 250 centimetri (comunque più dei 226 cm dell’“unità di abitazione” di Le Corbusier). L’estrema semplificazione della costruzione permetteva di montare un prefabbricato di pannelli in appena 15 giorni (alcune squadre ci riuscivano in una settimana), un altro mese serviva per le rifiniture interne. Le chruščëvki divennero inevitabilmente vittime della qualità tradizionalmente pessima dei materiali e delle costruzioni sovietici: gli inquilini risentivano del debole isolamento termico e acustico e questi problemi furono parzialmente risolti solo alla fine del decennale ciclo produttivo della serie.

Le dimensioni e la planimetria degli appartamenti sovietici venivano progettate dagli architetti considerando che in ognuno avrebbe abitato una famiglia. Ad ogni inquilino erano destinati 8 metri quadrati; il limite era stabilito dall’assenza del superfluo: gli architetti presupponevano che la stessa stanza potesse essere usata di giorno per mangiare e lavorare, di notte per dormire.

Tuttavia, proprio grazie a queste limitazioni, nella vita del cittadino comparve il concetto stesso di spazio personale. Trasferendosi in un nuovo appartamento dalla campagna, dalla baraccopoli o dalla stessa kommunalka, finalmente si poteva vivere come si voleva, senza la costante attenzione del vicino. Ad esempio era possibile ospitare gli amici e parlare con loro di ciò che si voleva: da questa possibilità nacque la sfera pubblica non ufficiale della vita dell’uomo sovietico.

Nonostante tutti i difetti, la chruščëvka, costruita in modo semplice e sciatto, debellò la crisi edilizia dell’URSS. Alla fine del governo di Chruščëv, 54 milioni di persone si erano trasferite nei nuovi appartamenti e dopo altri 5 anni questo numero salì a 127 milioni. L’Unione sperimentò un’urbanizzazione macroscopica, e nel 1961 la popolazione cittadina superò finalmente quella rurale.

La creazione di abitazioni di massa produsse una impercettibile rivoluzione sociale, che divenne una delle conseguenza del disgelo di Chruščëv, e portò all’umanizzazione del rapporto fra stato e cittadino, che funzionava non più col terrore della repressione, ma col desiderio di ricevere un appartamento. Ciò determinò un crescente divario tra l’ufficialità e la quotidianità: vivendo in un mini-quartiere privo di rigide gerarchie, l’uomo si formava un ambiente proprio, poco accessibile alla severa ideologia del controllo.

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Tutti i prefabbricati a pannelli sono uguali?

Benché i “quartieri-dormitorio” familiari per qualsiasi russo siano spesso formati da edifici a pannelli a più piani, l’era delle chruščëvki durò poco: Mosca rifiutò le case a quattro piani già alla fine degli anni ’60, cominciando a sperimentare edifici di 11, 16 e 24 piani. La più famosa serie di alloggi moscovita è la tardo-sovietica “P-44” a 16 piani, costruita a partire dal 1978.

In URSS furono progettate decine di diverse serie di prefabbricati: gradualmente comparvero collettori di rifiuti e ascensori, aumentarono l’altezza dei soffitti e le dimensioni degli appartamenti, migliorarono le planimetrie, e alla fine degli anni ’70 ci fu anche una diversificazione visuale, ad esempio, della serie moscovita “KMS-101” non c’era un edificio che fosse uguale a un altro. Intanto, però, la qualità delle costruzioni rimaneva bassa e se ci aggiungiamo la quasi nulla manutenzione nel corso di un decennio, otterremo l’abituale aspetto orribile dell’ambiente urbano russo.

L’impersonale edilizia di massa fu una conseguenza della debolezza e della burocratizzazione dell’economia pianificata sovietica, ma anche in queste condizioni di rigide limitazioni gli architetti crearono belle case moderne ed è vero che spesso questi esperimenti finirono con una sconfitta dei complessi edilizi sovietici. Ad esempio, non furono mai terminati il quartiere “Lebed’” (cigno, n.d.t.) dell’architetto Andrej Meerson, o il mini-quartiere “Severnoe Čertanovo” di Michail Posochin, ripreso da Fëdor Bondarčuk nel film “Attraction” e dal rapper Chaski nel suo ultimo video.

L’architetto polacco Kuba Snopek nel suo libro “Beljaevo navsegda” (Beljaevo per sempre) ha raccontato un fatto divertente: nel 2008 gli storici moscoviti proposero l’iniziativa di far rientrare il 9° quartiere di Novye Čerëmuški tra gli oggetti del patrimonio culturale di Mosca. Come motivo della sua conversazione fu indicata l’unicità: il quartiere era servito da modello per tutti i successivi micro-quartieri del paese. Per ironia della sorte, la richiesta degli studiosi fu rifiutata perché tutte le strutture del quartiere sono prodotte in serie e non hanno niente di unico.

Abitazioni in via Chersonskaja, 20 novembre 2016.

I “quartieri-dormitorio” sono un fenomeno tipicamente russo?

Gli edifici a più piani a pannelli sono il biglietto da visita degli ex paesi socialisti, ma la costruzione di massa di mini-quartieri in generale è caratteristica dell’Europa degli anni ’60-’70: tutto il continente subì la crisi edilizia post-bellica. Ad esempio, mentre a Berlino est veniva costruito il quartiere Marzahn con edifici a pannelli, dall’altra parte del muro sorgevano allo stesso modo i quartieri Märkisches Viertel e Gropiusstadt. E senza il “Programma Milione” svedese per la costruzione di alloggi sociali non ci sarebbe stato il boom dell’IKEA, che vendeva mobili compatti per piccoli appartamenti di nuova costruzione.

Tuttavia, l’esempio più famoso e negativo di mini-quartieri all’estero è rappresentato dai “Grand ensemble” a Parigi, Marsiglia e altre grandi città francesi. Ai primi “quartieri-dormitorio” francesi mancavano le infrastrutture sociali, tanto più che si trovavano troppo distanti dal centro. Questo, in concomitanza con la deindustrializzazione dei sobborghi di Parigi e l’ondata di migranti portò alla crisi sociale degli anni ’80: molti “Grand ensemble” si trasformarono in ghetti etnici poveri.

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Se negli anni ’60 Jean-Luc Godard filmò questi edifici a La Courneuve nella sua pellicola “Due o tre cose che so di lei” come simbolo della Parigi contemporanea, 20 anni dopo cominciò la loro demolizione, come ammissione di un errore urbanistico. Dopo i disordini generali nei sobborghi di Parigi nel 2005, le autorità locali si occupano dello sviluppo dei trasporti in periferia e della ricostruzione dei “Grand ensemble” ma a causa dell’alto tasso di disoccupazione, il problema dei mini-quartieri rimane irrisolto. Ciononostante, questi quartieri risultano comunque molto più fortunati rispetto a quelli sovietici e persino il film d’azione ad essi dedicato “Banlieue 13” è stato girato non a Parigi, dove si svolge l’azione, ma a Bucarest.

È vero che le chruščëvki furono costruite per durare 25 anni e finito questo periodo non ci si può più vivere?

A metà degli anni ’50 le chruščëvki erano considerate un alloggio temporaneo che avrebbe permesso all’uomo sovietico di costruire il comunismo entro il 1980: si presupponeva che sotto il comunismo, il cittadino sovietico avrebbe potuto permettersi appartamenti di qualità migliore. Per questo si diffuse la convinzione errata che le chruščëvki sarebbero state demolite dopo 25 anni, ma in realtà, in condizione di normale manutenzione e opportune riparazioni generali, queste case possono durare anche più di un secolo.

Il programma di rinnovamento dei prefabbricati moscoviti a quattro piani cominciò già nel 1999. Benché negli ex paesi del blocco orientale gli edifici a pannelli vengano spesso sopraedificati e modernizzati, le autorità moscovite ritengono che questo approccio sia poco redditizio e hanno preso una decisione radicale: secondo i loro piani, nella capitale verranno demolite 1722 chruščëvki della prima serie e al loro posto saranno costruite abitazioni moderne (mentre non è stata presa in considerazione l’usura degli edifici singoli).

Dopo 17 anni nel gesto radicale del sindaco di Mosca Jurij Lužkov si legge non tanto un’attenzione rivolta ai problemi dei cittadini, quanto ambizione politica e riguardo per il settore edilizio moscovita. Come risultato di questo programma di rinnovamento, al posto dei vecchi mini-quartieri verdi, non è comparso un ambiente cittadino moderno, ma solo grattacieli con parcheggi.

Il problema principale dell’ambiente urbano moscovita non sono i vecchi edifici a quattro piani, ma in nuovi a 24 piani: anche se l’URSS è caduta, il suo settore edilizio è “più vivo di tutti i vivi” e continua a riprodurre soluzioni obsolete allo scopo di trarne profitto. Nonostante i difetti, i mini-quartieri sovietici furono creati in primo luogo come ambiente umano; i “quartieri-dormitorio” attuali, alti, spessi, con i loro appartamenti compatti sono un disastro annunciato.

Traduttrice dal russo e dall’inglese, della Russia amo la lingua, la cultura, la letteratura, le tradizioni, i paesaggi. Collaboro a RIT per trasmettere queste passioni al pubblico italiano.

dianalor330@gmail.com

Diana Loreti

Traduttrice dal russo e dall’inglese, della Russia amo la lingua, la cultura, la letteratura, le tradizioni, i paesaggi. Collaboro a RIT per trasmettere queste passioni al pubblico italiano.

dianalor330@gmail.com

  • Marcello Preite

    Nella mia “giovane” vita ho vissuto a Roma negli anni ’60 a Londra negli anni ’70 a Manchester negli anni ’80 e ’90 e dei periodi diversi a Milano e nella Federazione Russa e Ucraina. A dispetto delle presunte unicità ci sono dei paralleli che accomunano tutti questi paesi. Alla fine della seconda Guerra mondiale ci fù un fenomeno di urbanizzazione terribile. Sovraffollamento si ebbe in GB, in Italia e anche in Russia. Roma aveva un anello di bidonville che la circondava con persone che venivano dalle province per lavoro ma senza la possibilità economica di trovare un alloggio perché non c’erano e quello che erano disponibili erano fuori dalla portata di quasi tutti. Londra era, e ancora spesso è, una serie di case in cui diverse stanze da letto date in affitto una per una, a volte con uso di servizi ma non sempre (vedi la komunalka russa). La Gran Bretagna ebbe una spaventosa crisi di alloggi tanto da dovere “importare” dall’Italia, “passato nemico” migliaia di operai che lavorassero nelle fabbriche dei laterizi e poi anche delle miniere. Milano, che sfoggia splendide facciate di palazzi imponenti, nascondono in realtà appartamenti con camminamenti e alloggi tetri, oggi diventate un “mezzo mondo” fra il centro storico e le nuove periferie. In Russia le Krushiovka dell’articolo furono create per le stesse identiche ragioni. Solo che la propaganda e ipocrisia nostrane ne hanno spesso travisato la descrizione che ne ha impedito la comprensione. Mentre ci presentavano la situazione di due famiglie ammassate in un appartamento, trascuravano di aggiungere che una era li illegalmente e dimenticavano l’anello di “cassette” summenzionato intorno a Roma. Le krusciovke non sono un posto idilliaco ma sfido chiunque a trovare alloggi per 57 milioni di persone in pochi anni. Ora che gli appartamenti sono diventati “proprietà privata” si sono abbelliti internamente (per chi se lo può permettere) mentre gli spazi comuni, le scale in particolare e I loro servizi, lasciano molto a desiderare. Devo pensare che non esistauna legislazione che ne regoli la gestione (la parte condominiale) e si vedono soluzioni improvvisate che cambiano da scala a scala. Devo aggiungere che ogni gruppo di kumunalke gode e godeva di scuole al suo interno, materne e primarie per cui I bambini non dovevano rallontanarsi per andare a scuola. Chi volesse controllare, osservi le disposizioni degli stabili con Google Earth. A Roma negli anni ’60 molte scuole conducevano doppi turni. perché non riuscivano a tenere il passo con la popolazione che cresceva. Il problemi delle grandi città sono gli stessi per tutti. Chi pianifica meglio e chi pianifica come può. Chi ha I mezzi per poterlo fare e chi ne ha di meno ma non è mai questione di sistema è sempre e solo questione di uomini.

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