L’inverno russo con gli occhi degli artisti russi

Nonostante tutti i tentativi della globalizzazione e dell’integrazione, da noi ancora oggi si dice: «Ciò che per un russo va bene, per un tedesco è la morte». È un detto chiaro ed esatto.

Difficilmente nella poesia straniera (e «tedesco» in Russia per molto tempo ha avuto il significato di «straniero») troviamo una tale quantità di bellissimi versi che celebrano il gelido inverno nevoso, con i quali la letteratura russa allieta i suoi lettori. Da noi «il contadino, esultando, sulla slitta rinnova la via», Tat’jana, bellezza di provincia, avvicinandosi alla finestra una mattina di gennaio, ammira i ricami sul vetro, «gli alberi nell’argento invernale», e non soffre il freddo. E in generale: «Gelo e sole; giornata meravigliosa!»

Gli artisti russi seguono la scia dell’entusiasmo poetico di Puškin e degli altri maestri della letteratura: l’inverno sulle loro tele appare quasi sempre gioioso, soleggiato e variopinto.

Archip Kuindži (1841 — 1910)
Macchie di sole sulla brina, 1876—1890
Museo di Stato russo

Forse sono state le origini greche o l’infanzia e la giovinezza trascorse in Ucraina ad aver suscitato nell’artista Archip Ivanovič Kuindži l’incredibile amore per la luce, per la viva lucentezza del sole, per l’ammaliante bagliore della luna. Si concentrò prevalentemente sul genere paesaggistico. Eppure gli specialisti dicono che i suoi quadri sono simili alle lussuose decorazioni dei teatri.

Lo stile di Kuindži è chiamato decorativo, a significare la potenziale teatralità e spettacolarità. L’artista stesso prendeva queste caratteristiche come complimenti. Allestendo l’esposizione di uno dei suoi lavori, Kuindži coprì le finestre della sala di drappi e installò magistralmente un impianto di illuminazione artificiale. Adoperandosi con la tavolozza dei colori, lavorava con tinte bituminose: aiutavano a dare la resa del colore dorato (nonostante, ahimè, si scurivano in fretta).

Nel 1913 Il’ja Repin disse su Archip Kuindži:

«L’illusione della luce era il suo dio, e non c’era artista capace di raggiungere questa meraviglia della pittura in egual misura».

I paesaggi invernali di Kuindži sono di una bellezza fuori dal comune, e non solo grazie all’«alchimia» di colori. Un ruolo in questo lo ha il sangue greco dell’artista, che lo obbliga perfino in un quadro invernale a dare quel tocco di esotico e ad essere generoso nel colore e nella luce alla maniera di un artista del Sud. E possiede inoltre, certamente, il talento nascosto di un artista dell’illuminazione teatrale. Guardate il quadro Macchie di sole sulla brina. Sembra che proprio ora da qualche angolo della profondità della scena appaia la Fanciulla delle nevi e inizi una fiaba.

Igor’ Grabar’ (1871-1960)
Azzurro (letteralmente Blu di Prussia, N.d.RIT) di febbraio, 1904
Galleria Tret’jakov

Per la natura della sua attività Igor Grabar’ dovette mescolare l’approccio esatto e scientifico alla realtà e la spontanea emotività della percezione. Non fu solo un artista, un creatore libero. Nel corso di molti anni Igor’ Emmanuilovič lavorò nella Galleria Tret’jakov, dove elaborò nuovi principi di allestimento. Grabar’ fu fondatore e direttore dei Laboratori nazionali di restauro a Mosca. Questo lavoro gli richiedeva le qualità del pedante accademico e dell’artista allo stesso tempo. Nell’adempimento dei doveri più complessi e diversificati di grande aiuto fu la sua formazione: futuro maestro di pittura ad alti livelli, studiò nelle facoltà di Giurisprudenza e di Storia e Filologia dell’università di San Pietroburgo. Ciò che è interessante è che durante la creazione dei quadri – così vividi ed evocativi – fu sia “lirico” sia “fisico”(due correnti opposte ma comunicanti dell’intelligencija russa degli anni ’60: i lirici prediligevano la poesia e le scienze umanistiche, mentre i fisici propendevano per le scienze tecnico-scientifici, N.d.RIT).  La realizzazione di uno dei suoi quadri invernali più intensi, Azzurro di febbraio, cominciò dall’autentica lirica, quasi musica. Grabar’ ricorda:

«Stavo vicino ad uno splendido esemplare di betulla, la cui ramificazione aveva una rara ritmicità. Rimasto assorto a guardarla, mi cadde il bastone e mi inchinai a raccoglierlo. Quando guardai la cima della betulla dal basso, mi si aprì una vista di una bellezza fantastica, e ne restai attonito: quel tintinnio e l’echeggiare di tutti i colori dell’arcobaleno, uniti dall’azzurro smalto del cielo».

Ma nel suo approccio al lavoro l’artista completava la componente “lirica” con una buona dose di quella “fisica”. E come chiamare altrimenti l’uso del metodo del divisionismo e del puntinismo? Sottili tratti separati, piccole pennellate, da cui si plasma, si crea l’opera, rendono il quadro simile ad un mosaico.

Da questi “pixel” di pittura nasce inaspettatamente, nella complessità del suo ritmo, l’azzurra bellezza di febbraio.

Boris Kustodiev (1878—1927)
Maslenica, 1916
Galleria Tret’jakov

Fin dal 1916 Boris Kustodiev era incatenato ad una poltrona. Più delle opinioni dei suoi cari o delle sue confidenze personali, sul forte carattere di Kustodiev ci raccontano i suoi quadri.

1910-1920: periodo di massimo splendore del talento di Kustodiev. I quadri sono uno più vivo dell’altro, le illustrazioni per i libri sono magnifiche, i lavori teatrali vengono accolti con entusiasmo. Lavora in un piccolo laboratorio particolarmente attrezzato, regola la posizione della tela con l’aiuto di un semplice meccanismo. Dipinge la natura, le grandi feste popolari e i lavori agricoli basandosi sostanzialmente sulla memoria. E la memoria di Kustodiev era intrisa del sole natio di Astrachan e ispirata dall’amore per la vita e per la festa.

Maslenica è una delle maggiori opere dell’artista, come direbbero i musici. Il quadro schiamazza, se ne ode il vocio, il tintinnio. Pur esseno di dimensioni relativamente modeste, si può osservare a lungo, soffermandosi sui personaggi, fermandosi ad ascoltare le loro conversazioni allegre, le canzoni.

Aleksandr Benois, lodando il talento di Boris Kustodiev, parla della barbara «lotta di colori» sulle sue tele. Si tratta della stessa «barbarie» che attira ai baracconi degli spettacoli di marionette di Petruška, classico burattino di un intrattenimento senza pretese tipico delle feste di strada. Interessante notare che una simile festa di Maslenica fa da sfondo al famoso ritratto di Fedor Ivanovič Šaljapin con la pelliccia, che Kustodiev dipinge nel 1921 (riprodotto, in dimensioni minori, nel 1922). Ovunque si percepisce il brio della vita, l’ebbrezza dell’aria gelida e frizzante e le canzoni, canzoni, canzoni…

 

Fonte: moiarussia.ru. 28 dicembre 2016. Articolo di Alevtina Bojarinceva. Tradotto da Graziella Portia

Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.