Cosa c’è di sbagliato negli articoli americani sulla nuova guerra fredda con la Russia

Fonte: Meduza.io 02/03/2017

Negli ultimi mesi, la Russia e Vladimir Putin sono uno dei temi principali della media americani. Il presidente russo appare regolarmente sulle copertine delle riviste. Articoli sulle autorità russe e la loro possibile associazione con Donald Trump vengono rilasciati più volte alla settimana. Spesso il livello di panico sul possibile ruolo della Russia negli politica degli Stati Uniti (e in generale dell’Occidente) è così alta che i giornalisti non seguono più i propri standard professionali. Medusa spiega quali sono i problemi più comuni degli attuali testi in inglese sulla Russia.

Fonti sconosciute in Russia

Come ha ammesso in un’intervista a Medusa l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Russia Michael McFaul, in America ci sono grossi problemi con gli esperti di Russia: le istituzioni hanno cessato di formare specialisti sui singoli paesi e in qualità di esperti vengono spesso prese persone la cui competenza non è mai stata controllata. Una storia simile per quanto riguarda l’expertise in relazione alla politica russa è presente nella stampa americana.
La situazione è complicata dal fatto che per i giornalisti stranieri è estremamente difficile ottenere accesso alle fonti nel governo russo: anche con le maggiori testate locali i funzionari e le persone vicine a loro parlano spesso solo a condizione dell’anonimato. Comunicare con gli stranieri è un rischio evidente che da benefici incerti. Come risultato molte pubblicazioni di risonanza sulla politica russa si basano sulle parole di persone che da tempo non vivono più in Russia.

Per esempio nell’articolo pubblicato il 24 febbraio da The New Yorker “Trump, Putin e la nuova guerra fredda” a parlare della moderna politica russa e delle attività dei servizi di sicurezza è l’ex ministro degli Esteri russo Andrej Kozyrev che dalla fine degli anni ’90 non ha nulla a che fare con la politica e vive negli Stati Uniti dal 2012. Interviene anche un ex agente del KGB, Oleg Kalugin, che ha vissuto negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni ’90. Nello stesso articolo il redattore del giornale russo The New Times Evgenija Al’bats afferma che Vladimir Putin non ha intenzione di nascondere gli attacchi degli hacker ai politici americani. Come Evgenija Al’bats possa essere a conoscenza di ciò che pensa il presidente russo non è svelato dall’articolo (lo stesso Putin ed il suo addetto stampa, Dmitrij Peskov, hanno più volte affermato che le autorità statunitensi non hanno fornito alcuna prova che le irruzioni siano state commesse dai russi, e che l’identità degli hacker non è importante quanto le informazioni che sono state rese pubbliche grazie a loro).
Il risultato è che spesso nei sulla Russia non c’è mai un commento da parte russa. Il 14 Febbraio il New York Times ha pubblicato un articolo su un test di un nuovo missile fatto dalla Russia, che si basava esclusivamente su informazioni fornite da fonti anonime dei servizi segreti statunitensi. Il testo non comunica in che modo il giornale abbia cercato di ottenere un commento da parte dei rappresentanti della Russia (una procedura giornalistica standard in questi casi).

Strane fonti in America

Ai giornalisti americani tradizionalmente non piace fidarsi dei propri servizi segreti e del proprio stato: tutti ben ricordano come gli hanno raccontato delle armi di distruzione di massa in Iraq, come hanno creduto al capo della National Security Agency quando ha affermato che l’agenzia non stava spiando milioni di connazionali. Tuttavia, per quanto riguarda le informazioni sulla Russia, viene fatta un’eccezione. Le principali testate scrivono con convinzione che ci sono proprio le autorità russe dietro l’hacking dei rappresentanti del partito democratico poco prima delle elezioni presidenziali, come se fosse un fatto provato. Anche se nessuna prova, se non indiretta, è stata data dai servizi di sicurezza, li hanno presi in parola.

I principali media statunitensi hanno reagito in maniera non molto critica e hanno pubblicato parte di una relazione speciale dei servizi segreti sui tentativi della Russia di influenzare le elezioni americane, nonostante il fatto che non vi sia quasi alcuna nuova informazione o prova specifica (una grande parte del testo è dedicata alla attività del canale televisivo RT). L’affermazione “Vladimir Putin ha voluto minare la democrazia americana” sostenuta da questo rapporto è diventata un luogo comune nei testi giornalistici.

Un altro esempio clamoroso è la storia pubblicata da The Washington Post che vede le autorità russe dietro la diffusione di fake news che, a loro volta, hanno influenzato i risultati delle elezioni presidenziali. Questo materiale è stato basato sull’analisi dei risultati di un gruppo di ricercatori che si definisce PropOrNot. La metodologia dell’analisi è stata duramente criticata da altri media americani. Ad esempio gli esperti di PropOrNot hanno ritenuto uno dei criteri di influenza della propaganda russa sulla stampa le critiche verso Barack Obama, la NATO e l’Unione Europea.

Di conseguenza nella loro lista è finito anche uno dei più antichi giornali on-line di destra americani: il Drudge Report. Sebbene il Washington Post abbia aggiunto dell’altro al preambolo, non ha rinunciato al titolo “Degli esperti dicono che la propaganda russa ha aiutato a distribuire fake news”.

(I media americani hanno un importante plus: sono così tanti e così diversi che, come si trova chi fa delle affermazioni dubbie, così si trova anche chi testimonia in favore. Alla demonizzazione della Russia nella stampa americana, fa molta attenzione il The Intercept ed il suo redattore capo Glenn Greenwald, la persona da cui a suo tempo si presentò Edward Snowden con i documenti sulla NSA).

Una relazione libera nei confronti dei fatti

Il 22 febbraio la versione americana della edizione britannica The Guardian ha pubblicato del materiale di Keith Gessen su di una moda occidentale: la “Putinologia” ovvero quali teorie sono utilizzate dai media occidentali per “capire Putin”. L’autore scrive ironicamente dei colleghi che sono improvvisamente diventati esperti di Russia. All’inizio del testo offre la seguente sentenza: “Molti russi hanno visto per la prima volta Vladimir Putin la notte di Capodanno del 1999, quando un Boris Eltsin indebolito annunciò improvvisamente che sarebbe andato in pensione, e che avrebbe trasmesso l’autoritò al giovane primo ministro, nominato di recente”.
Questa affermazione difficilmente avrebbe superato una procedura di fact-checking. Dato che Putin era primo ministro e successore ufficiale di Boris Eltsin dall’agosto del 1999 e la campagna elettorale era ormai praticamente finita, l’idea che molti russi abbiano visto la notte di Capodanno il loro futuro presidente per la prima volta è estremamente controversa.

Ci sono errori di base simili per esempio anche nel dossier pubblicato da Buzzfeed sui legami di Donald Trump con la Russia, compilato da una fonte anonima e (nella maggior parte dei casi) non confermati. Prima della pubblicazione da parte di Buzzfeed il dossier era già stato messo a disposizione di numerose testate americane (ad esempio, Mother Jones e il New York Times), ma nessuno di loro lo aveva pubblicato dato che era impossibile verificare le informazioni contenute al suo interno. Per esempio il comportamento di Donald Trump durante la sua visita a Mosca nel 2013. La redazione di Buzzfeed ha spiegato la sua decisione dicendo che i lettori americani hanno il diritto di sapere il contenuto del dossier perché esso era circolato in primo luogo tra gli agenti dei servizi sicurezza e, in secondo luogo, segnalava la possibilità di un’ingerenza russa nella politica degli Stati Uniti.

La pubblicazione del dossier ha causato molte di discussioni nella comunità giornalistica americana e la maggior parte dei colleghi non è stata d’accordo con la decisione di Buzzfeed. Tuttavia piccoli giochetti e allusioni verso la Russia, senza giustificazione, possono ora essere trovati ovunque sulla stampa americana. Ad esempio il presentatore del più grande canale via cavo, Fox News, durante un colloquio con Donald Trump definisce direttamente Putin un assassino, senza curarsi del fatto che non sia stata presentata nessuna prova del coinvolgimento del Presidente della Federazione Russa nella eliminazione degli oppositori politici. Il giornale Newsweek deduce che l’ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn sia collegato alla Russia dal fatto che ha frequentato il canale televisivo RT. Il già citato Washington Post ha sostenuto che gli hacker russi siano entrati in una centrale elettrica in Vermont, per poi negare la notizia. Il Politico ha pubblicato un’intervista ad un ex agente della CIA che sostiene che quando Putin lavorava al KGB, avrebbe potuto facilmente reclutare Donald Trump. Il sito Vox ha definito assurda questa affermazione, eppure ha pubblicato un manifesto di come Vladimir Putin abbia abilmente utilizzato la stampa americana per “promuovere il proprio piano”: la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali.

Tutte queste piccole cose alla fine portano alla crescita dei miti sul possibile coinvolgimento della Russia in un modo o nell’altro negli eventi politici americani. Alla fine del dicembre 2016 un sondaggio YouGov ha scoperto che la metà delle persone che hanno votato per Hillary Clinton, crede che la Russia abbia in qualche modo violato macchine per il voto per far vincere le elezioni a Trump, anche se lo stesso Barack Obama e lo staff della Clinton hanno detto chiaramente che tale informazione non è confermata.

Marcello De Giorgi

Nel giugno 2015 ho creato Russia in Translation con lo scopo di fornire traduzioni in lingua italiana di articoli dalla stampa russa.

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