I battellieri di Repin al microscopio

Fonte: moiarussia.ru. 13 agosto 2015. Articolo di Andrej Russkij. Tradotto da Graziella Portia

Tutti ricordano questo quadro dai tempi della scuola, ma quanti segreti restano ancora celati alle nostre menti di oggi? Cosa poteva vedere in questo quadro un uomo che conosceva la fatica dei battellieri, e non solo per sentito dire?

N°1 La fascia costiera sulla quale camminavano i battellieri si chiamava bečevnik (striscia di terra asciutta lungo un corso d’acqua o lungo il litorale, destinata al traino delle imbarcazioni, N.d.RIT). Qui vediamo un tratto di costa ideale, ma potevano esserci rami, tronchi o pietre.

M°2. Il capo dei battellieri (il “pezzo grosso”) era colui che aveva più esperienza, autorità e spirito di iniziativa, e che prendeva su di sé più carico. Il capo si stringeva la cinghia, era davanti a tutti e decideva il ritmo dell’andatura. I battellieri facevano ogni singolo passo in maniera sincronizzata prima con la gamba destra, poi trascinando la sinistra. Per questo tutta la squadra sembrava avere un andamento oscillante. Se qualcuno mancava un passo, sbattevano tutti spalla contro spalla, e il capo dava alla squadra l’”un, due” (letteralmente “fieno – paglia” N.d.RIT) riprendendo il movimento dalle gambe.

N°3. I sottocapi, i compagni più vicini al capo, rinforzavano le cinghie alla sua destra e alla sua sinistra. Potevano dare la paga ai restanti battellieri e aiutare il caporale a vigilare sui più pigri (solitamente quelli che era necessario controllare erano collocati subito dopo i sottocapi).

N°4. Gli “schiavi”, come l’uomo con la pipa, erano coloro che già all’inizio del viaggio avevano sperperato tutta la loro paga. Essendo in debito con la squadra, lavoravano a malapena per il cibo e non faticavano particolarmente.

N°5. Il battelliere più giovane veniva nominato cuoco (per esattezza kaševar, ossia «colui che prepara la kaša», pappa di avena o di altri cereali, simile al porridge inglese, N.d.RIT) e si occupava anche di altri lavori domestici.

N°6. In ogni squadra capitavano degli scanzafatiche, come quest’uomo con il portatabacco. All’occorrenza non si facevano scrupoli a cedere parte del carico sulle spalle degli altri.

N°7. Dietro ai battellieri più pigri solitamente vi erano i più responsabili, i quali si assicuravano che nessuno battesse la fiacca.

N°8. La squadra di battellieri prendeva su di sé il carico di un vascello del peso di circa 250 pud (circa 4 tonnellate) a persona. Il carico che 11 battellieri erano in grado di trascinare risalendo il fiume ammonta minimo a 40 tonnellate.

N°9. La bandiera è issata verso l’alto, come accadeva spesso.

N°10. Il timoniere è il capitano effettivo della nave. Tiene lui stesso il timone, i blocchi delle cinghie dei battellieri, e comanda sulla nave.

N°11. La fune a cui sono legate le cinghie dei battellieri è un po’ rilassata. Evidentemente il timoniere l’ha lasciata un po’ per allontanarsi dalla costa. Solo un secondo e la tenderà di nuovo.

№12. Il secchiaio (trad.d.RIT, colui che rimuove l’acqua dalla chiatta) è il carpentiere che calafata (rende impermeabili le giunture, N.d.RIT) e ripara il vascello, si occupa di conservare la merce integra, assumendosene la responsabilità materiale durante il carico e lo scarico.

N°13. La vela è abbassata, il vento non è favorevole.

N°14. Sulle chiatte di legno si soleva incidere “al lungo lavoro e al vento in poppa”.

Il’ja Efimovič Repin, I battellieri del Volga, 1870-1873, olio su tela, 131,5×281 cm, San Pietroburgo, Museo di Stato Russo. 

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.

Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.