«A volte i morti possono spiegare a noi, vivi, quello che non siamo in grado di formulare»

 Intervista a Leonid Juzefovič, autore del Total’nyj Diktant 2017

Fonte: Meduza.io; 08/04/2017; articolo di Anton Dolin; tradotto da Daria Mangione

L’8 aprile in tutta la Russia si terrà l’annuale manifestazione Total’nyj Diktant (Dettato totale), il cui autore nel 2017 è Leonid Juzefovič. Lo scrittore e storico, autore di alcuni libri sul barone von Ungern e di gialli di ambientazione storica sull’ispettore Putilin, è stato forse la figura più importante della letteratura russa nel 2016, quando il suo romanzo documentario Zimnjaja Doroga (La strada d’inverno) è stato insignito di due dei tre premi più autorevoli: Nacional’nyj bestseller (Bestseller Nazionale) e Bol’šaja kniga (Grande Libro). In esclusiva per Meduza, Anton Dolin ha parlato con Leonid Juzefovič del Dettato e della lingua russa, di innovazione e formalismo, di storia e contemporaneità.

Come si è ritrovato a scrivere il testo di Total’nyj Diktant nel 2017?
—Mi hanno telefonato dall’Università di Novosibirsk  (l’università che ha dato inizio alla manifestazione nel 2004, NdT) e mi hanno chiesto di comporre il dettato. In realtà sono uno di quegli scrittori che non amano scrivere, ma qua mi è venuta un’idea. Il Dettato viene scritto in tre diversi fusi orari, c’è un tema diviso in tre parti, così ho deciso di scrivere di tre città alle quali è legata la mia vita, e dei tre fiumi sui quali si trovano queste tre città. Ho proposto questo argomento ed è stato accettato.

Zachar Prilepin e Dina Rubina, miei predecessori in questo evento, hanno scritto testi di pubblicistica, ma la pubblicistica non è il mio genere. Ho scritto tre saggi lirici brevi, circa 250 parole ciascuno, sulle lezioni che mi hanno insegnato Perm’ e la Kama, Ulan-Ude e il Selenga, San Pietroburgo e la Neva.

Per lei questo è un testo atipico. Testi intimi, personali ne ha scritti abbastanza pochi, pochi anche i testi brevi.
—La dimensione pubblica ha posto il limite del tema intimo: il dettato sarà scritto, mi hanno riferito, da più di 200 mila persone. Non mi interessano le sfide tecniche: scrivere un romanzo senza, per esempio, la lettera “l”, come ha fatto Georges Perec, scrivere un racconto usando solo il tempo presente, questo tipo di imprese non mi ispirano. Invece ho voluto tornare ancora una volta nei luoghi che sono importanti per me. Tutti i miei libri sono legati in un modo o nell’altro alla Transbajkalia  e alla Mongolia, agli Urali e a Pietroburgo. Questa città non mi è estranea: mia moglie è una leningradese, i miei antenati da parte materna venivano da Kronštadt.

Tra l’altro, recentemente mi hanno contattato delle persone che studiano la storia della casa al civico 24 di via Kiročnaja a Pietroburgo, dove un tempo ha vissuto la mia prozia, l’archetipo della protagonista del mio romanzo Kazaroza. E sempre in quella casa aveva un appartamento in affitto Mariengof…Una di queste persone ora vive a Penza, un’altra a Londra, ma i loro antenati vivevano in quella casa, e vogliono ricostruire la storia di tutti i suoi abitanti. Mi hanno mandato i documenti sulla Kazaroza che hanno trovato negli archivi: per esempio, il certificato che le servì per essere ammessa al conservatorio di Pietroburgo, che attestava che era vaccinata contro il vaiolo. Che cosa me ne faccio di questo certificato? Non lo so, eppure mi fa piacere averlo. Mi appassiona la microstoria, neanche tanto quella pietroburghese, piuttosto quella legata alle vecchie città provinciali degli Urali e della Siberia. Sento questo ambiente più mio.

—Il Dettato è soprattutto un controllo sul livello di alfabetizzazione. Per lei è importante che un testo debba essere scritto correttamente, con tutte le virgole al posto giusto e secondo le regole di ortografia? Al giorno d’oggi queste cose stanno quasi scomparendo: nel computer esiste la correzione automatica e l’etichetta di Internet, che ammette, e a volte persino impone, una scrittura con ogni tipo di errore.
—È come con la storia alternativa. Non mi dispiace, ma ha senso solo fintanto che esiste la storia accademica. Finché c’è un tronco intorno al quale questo rampicante può crescere. Appena sparisce il tronco, l’esistenza stessa di questo rampicante non è più possibile.  

La lingua che usiamo per comunicare in Internet si avvicina al linguaggio parlato, non ci si preoccupa molto delle regole d’ortografia. Ma sarebbe orribile se un testo lungo fosse scritto in questa maniera. Le deviazioni dalla norma possono essere piacevoli ed espressive solo se c’è la norma. Per fare la caricatura di un personaggio, un modo è esporre il suo modo scorretto di esprimersi. Lei dice che il computer ha la correzione automatica: sì, ma possiamo sollevare un bilanciere da soli oppure col cric. La correzione automatica è l’aiuto, ma quello che ci interessa è farlo da soli, senza il cric.

Le regole sono una cosa molto importante. Lo scrittore Aleksej Ivanov ha detto all’incirca questo: l’idea del Total’nyj Diktant è mostrare che non siamo un branco ma una società. Viviamo secondo delle regole. La società crea delle regole per sé, o al contrario, le regole creano una società.

La manifestazione Total’ny Diktant all’Università Statale Pedagogica di Mosca. Legge il testo Dima Bilan. Mosca, 18 aprile 2015. Foto: Michail Počuev / TASS

Però la letteratura e il suo sviluppo sono direttamente collegati all’infrazione e al rinnovamento delle regole. Senza tutto questo la letteratura non vive e non progredisce.
—Per la letteratura il concetto di “progresso” è assai relativo. Sia i trasgressori, sia i conservatori giocano con la tradizione, senza la quale entrambi perderebbero di senso. Se scrivessi un pezzo teatrale contemporaneo in cinque atti, rispettando l’unità temporale e del luogo dell’azione, come esigeva Boileau, si tratterebbe di innovazione o di ritorno alle origini?

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Al momento sto pubblicando sulla mia pagina Facebook le opere di Aleksandr Bachrameev, artista superbo e completamente dimenticato, morto nel 1926. In queste composizioni non ci sono innovazioni formali, ma la testimonianza che lasciano dell’epoca post rivoluzionaria è inestimabile. Le ricerche formali invecchiano, ma il racconto onesto del mondo e delle persone non invecchia mai. Io credo che l’arte autentica è prima di tutto una testimonianza spassionata. Tutto il resto è secondario.

—I personaggi dei suoi libri documentari, insieme ai quali Lei ha vissuto praticamente tutta la vita da quando ha coscienza, Ungern di Samoderžec pustyni (L’autocrate del deserto), Pepeljaev e Strod di Zimnjaja Doroga sono invece ossessionati dalle idee di trasformazione della realtà, dell’innovazione radicale, anche utopica per certi versi. E naturalmente, le loro utopie non si sono realizzate.
—Un conto è la costruzione della vita, un altro la sua testimonianza. Persino Andrej Platonov, in realtà, non ha cercato apposta delle nuove forme, un linguaggio nuovo. Il suo linguaggio incredibile è solo il modo per fissare il mondo strano e sbilanciato di quell’epoca. Si possono definire innovativi Hannah Arendt o Czesław Miłosz? Io non penso. Ma essi sono più importanti per noi di altri loro contemporanei, sperimentatori e maestri nel dare uno schiaffo al gusto pubblico. Sartre, per esempio, mi sembra molto più arcaico di questi due.

—Ma questo può cambiare di nuovo tra mezzo secolo.
—Sono d’accordo. Ogni epoca solleva dalla tomba i morti che gli servono in quel momento. Per esempio sto leggendo con grande coinvolgimento i Commenti di Georgij Adamovič, che non avevo mai letto. Scritti quasi cento anni fa, eppure sembrano scritti ieri. Qualche giorno fa ero in metropolitana con mia moglie, nel vagone erano affissi dappertutto i personaggi dei film sovietici, e all’improvviso ho capito che non mi interessavano molto. Adamovič, che è vissuto e ha scritto negli anni ’30, parla più di me e del mio tempo di qualsiasi dei miei amati film di gioventù di Chuciev o Šukšin. È tornato anche perché dà vita all’atmosfera che c’era in Europa prima della seconda guerra mondiale.

Torniamo a Platonov: molti dei personaggi da lei creati sono tratti dalla realtà, e allo stesso tempo, sono come usciti da Čevengur di Platonov.
—Penso che tali personaggi esistessero e che Platonov li abbia osservati e abbia cercato di trasmettere con un linguaggio apposito il mondo di questa gente strana e delle loro relazioni. Ma esistono due modi di trasmettere le stranezze del mondo: o attraverso il linguaggio, o attraverso delle storie in forma di parabola. Io sento il secondo modo più vicino. Non sono un artista della parola e mi sono indifferenti gli esperimenti stilistici. Se devo scegliere tra la letteratura ispanica e quella inglese, preferisco gli inglesi, che parlano in modo semplice di cose complicate. Mentre gli spagnoli e i latinoamericani spesso parlano in modo complicato delle cose semplici.

Leonid Juzefovič durante l’annuncio dell’autore del testo di Total’nyj Diktant 2017. Mosca, 2 marzo 2017. Foto: Grigorij Sysoev/ Sputnik / Scanpix / LETA

Mi dica, fino a che punto la distanza temporale di circa un secolo può aiutare lo studio dei suoi personaggi? Al giorno d’oggi, quando tali personaggi si incontrano spesso e di nuovo tentano di costruire un’utopia sulla terra, questo suscita paura e choc piuttosto che interesse e reverenza.
—Con l’età si perdono i recettori che servono a percepire la realtà. Se avessi 40 anni, forse scriverei di loro, ma ne ho quasi 70.

A dire il vero, sia Ungern, sia persino Pepeljaev suscitarono sconcerto nei loro contemporanei. Il modo in cui è cambiato l’atteggiamento nei confronti di Ungern nel giro di dieci-quindici anni è emblematico. Quando comandava sulla Mongolia, per gli emigranti era un pazzo fanatico. Lui stesso in prigionia sostenne: «I giornali di Harbin odiano me più dei Rossi». Ma ecco che passano dieci anni, e negli anni ’30 diventa per quegli stessi emigranti un eroe: questo è legato all’impossibilità di far rivivere il passato. Fin quando la gente credeva che tutto potesse tornare sul tracciato precedente, una figura come quella di Ungern non era necessaria. Quando fu chiaro che quel tempo non sarebbe mai più tornato, che una linea era stata tracciata con la collettivizzazione, con l’inizio dell’ascesa di Stalin, il barone infernale si trasformò nell’ultimo paladino dei Bianchi.

Per quanto riguarda i nostri contemporanei, quelli che combattono nel Donbass, quelli che là hanno perso la vita…è a loro che si riferisce? Io li capisco. Forse non li difendo, però li capisco. Io stesso, da giovane, presentai la richiesta all’ufficio di reclutamento militare per andare volontario in Vietnam a combattere contro l’imperialismo americano, e tutto sommato non che lo odiassi poi tanto, questo imperialismo. In queste cose l’ideologia non significa tanto. Avevo voglia di spezzare la routine della mia vita, di mettermi alla prova. Le nostre milizie volontarie nel Donbass, oltre a quello, sono guidate anche dal sentimento di solidarietà con la propria nazione, con quelli che considerano dei loro. Sono sentimenti molto potenti: se uno non è in grado di provarli, non deve comunque considerarli stupidi.

In genere le emozioni, nella storia, hanno un ruolo ancora più sostanziale di quanto si pensi. Spesso la ragione è soltanto una copertura, per renderle accettabili per la coscienza della società. Ma allo stesso tempo non possiamo dire con certezza come saranno considerate dalla società queste persone tra dieci o vent’anni. Dipende tutto da come finirà questa guerra, cosa ne sarà dell’Ucraina e della Russia, quanto velocemente quest’epoca incerta diventerà parte del passato. È possibile che diventeranno eroi universalmente riconosciuti oppure che la loro aura tramonterà e saranno cancellati dalla memoria collettiva. Non si può fare alcuna previsione, il futuro è imprevedibile, o per lo meno, non conosco neanche una previsione che si sia avverata.

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— Come si sente nella contemporaneità, come uomo e come scrittore? Si trova a suo agio? Vorrebbe rifugiarsi in un libro? O al contrario assorbe tutto quello che la circonda? Lo spirito del tempo che può trovarsi in un vagone della metro, in TV, sotto casa…
— Lo spirito del tempo in TV e sotto casa, però, sono due cose diverse. Non guardo la TV già da parecchi anni. Una mia amica a Pietroburgo dopo Beslan ha gettato la TV in una discarica e non le ha più dato neanche un’occhiata.

Mi sono sentito in modo terribile quando è iniziata la guerra nel Donbass. Ora tutti ci siamo in un modo o nell’altro abituati, ma all’inizio per me è stato davvero angosciante, non riuscivo a pensare a nient’altro, ho anche ricominciato a fumare dopo che avevo smesso da tre anni. Forse per la nostra generazione è ancora più angosciante che per i giovani. Una guerra con l’Ucraina mi sembrava uno scenario di fantascienza.

— Credo che sembrasse a tutti così.
— Quando è iniziata questa guerra ho capito che il mondo a cui ero abituato era crollato definitivamente. Chi è stato meno fortunato di me, chi all’inizio degli anni ’90 viveva nel Caucaso o in Asia centrale, l’ha capito un quarto di secolo prima, e ora è toccato a me.

Sono pur sempre uno storico, mi sono occupato della storia dell’Europa orientale. Capisco che cos’è il nuovo nazionalismo, come funziona e a cosa è dovuto, eppure non avrei pensato che l’Ucraina con i suoi legami solidi e indissolubili, o così mi sembrava, con la Russia, avrebbe preso la strada delle piccole nazioni dei Balcani o del Baltico. E neppure mi aspettavo la reazione della Russia. All’inizio degli anni 2010, quando c’era Janukovič, sono stato a Kiev e a L’vov, dove ho molti conoscenti. Mi dicevano: «Può reggersi ancora due-tre anni ma poi esploderà…» Allora mi sembravano chiacchiere da bar, non le ho prese sul serio. E invece i miei interlocutori avevano dei recettori più sensibili dei miei.

— Mentre tutto quello che avviene qua, dalla nostra parte, le è più chiaro?
— A questo penso meno, forse a causa dell’età. Nel poema Paesi vicini di David Samojlov c’è una strofa che recita: «Ecco che è stato bevuto fino in fondo / Il bicchiere pieno del luppolo della giovinezza, / Si è spento il tuono della guerra mondiale, / La nostra, sanguinaria, malvagia, seconda, / La terza, ebbene, non sarà già più nostra». Tutto quello che accade oggi in Russia ormai non è più la mia guerra.

C’è stata una grande manifestazione di protesta [26 marzo] alla quale ha partecipato un’enorme quantità di giovani, inaudita ai nostri giorni: studenti, ma anche alunni delle scuole. Ognuno inizia a dare la propria spiegazione. Per me è interessante questo: mio figlio di 14 anni si è risentito di essere stato fuori Mosca, in vacanza, quel giorno e di non aver potuto partecipare con i suoi amici.
—Qua sono importanti le parole “con i propri amici”, proprio come è avvenuto con la rivoluzione. Non ha importanza andare per i rossi o per i bianchi, ma andare con i propri amici. Dopotutto la protesta giovanile era una cosa comune anche nella Russia prerivoluzionaria e in Europa occidentale. Basti ricordare il 1968 di Parigi. Da noi questo non si vedeva da tanto, ma i miei figli hanno già superato l’età di simili proteste, e i nipoti non sono ancora cresciuti. Mi trovo in un intervallo fortunato, posso evitare di stare troppo in pensiero.

La manifestazione contro la corruzione in piazza Puškin. Mosca, 26 marzo 2017. Foto: Aleksandr Zemljaničenko / AP / Scanpix / LETA

— Che cosa è interessante per lei oggi? A cosa le serve Facebook, per esempio?
— Mi sono fatto un account – è così che si dice?-  per sbirciare nelle vite dei miei figli. Volevo osservare, senza farmi notare, come vivono mia figlia e mio figlio – mio figlio non è su Facebook, ma lo è mia nuora. Col tempo mi sono lasciato coinvolgere. Io, peraltro, scrivo poco, e mai di quegli eventi di cui tutti parlano. Pubblico soprattutto citazioni, poesie, dipinti dei miei pittori preferiti. Nessun giornalismo, niente Stalin né Trump.

— Avrei una domanda su [Ivan] Putilin, se permette. Perché dopo il terzo romanzo ha smesso di scrivere gialli storici?
— La mia passione per i romanzi gialli è durata forse una decina d’anni, dopodiché per altri dieci anni non ho scritto niente in assoluto. Gli anni ’90 sono stati difficili da superare per me, che avevo i genitori anziani e i figli piccoli, ero appena arrivato a Mosca, dovevo guadagnarmi da vivere. Lavoravo in tre scuole, non avevo semplicemente tempo per la scrittura e non scrivevo nulla. All’inizio degli anni 2000, sull’onda del successo di Akunin, sono stati ripubblicati i miei vecchi gialli su Putilin e mi hanno portato fama, ma non avevo voglia, ormai, di continuare a scriverli. Oggi non ho nulla contro questi libri, non me ne vergogno, tutto qua. Almeno, Kazaroza mi piace, mi sembra che trasmetta lo spirito del tempo, e in Knjaz’ vetra (Il principe del vento) ci sono delle buone pagine sulla Mongolia.

— C’è oggi un libro che immagina che potrebbe scrivere, ma ancora non ha fatto? Fiction o non-fiction?
— Il tipo di non-fiction che scrivo richiede molti anni di vita, che io non ho davanti a me. Una volta chiesero ad Aleksej Tolstoj, dopo il successo di Pietro il Grande, che cosa servisse per scrivere un buon romanzo storico. Rispose con un ottimo consiglio: «Conoscere tutto e dimenticare tutto». Può essere che io faccia ancora in tempo a conoscere qualcosa, ma non mi rimane più molto tempo per dimenticarmene.

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Avevo avuto l’idea di scrivere una biografia di Vasilij Jan. Una volta ne parlai in radio, e subito mi scrisse il giovane storico Ivan Prosvetov per dirmi che questo libro esiste già, l’ha scritto lui. Presto verrà pubblicat0 con la mia raccomandazione in copertina. È un buon libro, intelligente, basato sugli archivi. Vasilij Jan, autore dei romanzi che ho adorato nell’infanzia, Gengis Khan, Batu, Ogni na kurganach (Fuochi sui tumuli), era un personaggio complesso, giornalista, latinista, avventuriero, funzionario con incarichi speciali presso il governatore di Aşgabat. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in missioni di ricerca in Persia, nel khanato di Khiva. In seguito fu un colonnello nell’esercito di Kolčak e redattore del giornale principale del governo di Omsk, per ricevere, verso la fine della sua vita, il Premio Stalin.

L’idea che il servizio presso i bianchi chiudesse tutte le strade nella letteratura sovietica è lontana dalla realtà. La vita non rientra in questo schema. Valentin Kataev combatté sul treno corazzato di Denikin, ma questo non gli impedì di diventare un eroe del lavoro socialista. Anche Leonid Leonov servì nell’esercito bianco. Il poeta Nikolaj Aseev, amico di Majakovskij, durante la guerra civile lavorò per il giornale non ufficiale del comandante Semënov a Čita. Lo scrittore Jazvickij, rispettato dalla critica sovietica, autore dell’epopea Ivan III, principe di tutta la Rus’, era un eminente collaboratore del settore informativo dell’esercito di Kolčak a Omsk. Lo scrittore di libri per l’infanzia Sergej Abramovič Auslender, famoso negli anni ’20 e all’inizio dei ’30, scriveva i discorsi per Kolčak. E la lista potrebbe continuare.

— Mi ha colpito il fatto che Viktor Pelevin si sia ispirato al suo libro su Ungern quando ha scritto Il Mignolo di Buddha. Come trova Pelevin? O non lo ha letto?
— So solo che Pelevin ha letto il mio Samoderžec pustyni, tutto qua. Che si sia ispirato, questo fa già parte delle ipotesi. Il primo Pelevin mi piaceva molto, fino a Il Mignolo di Buddha e Generation “П”, dopo ho smesso di leggerlo. Alcune volte ho iniziato, ho provato per esempio a leggere il romanzo “t”, ma non ci sono riuscito. Il tardo Pelevin non è assolutamente il mio genere.

— E che cosa legge della letteratura contemporanea?
— Sono un lettore di poesia. Per me è ancora importante, come lo era stato in gioventù. Ogni tanto anche io scrivo poesie, anche se sono circa trent’anni che non ne scrivo. Partecipo alle serate di poesia, soprattutto a Pietroburgo, dove posso andare ovunque a piedi. Ho amici tra i poeti, da noi ce ne sono molti eccezionali. A dire il vero, i migliori poeti russi, a mio parere, vivono in Ucraina: Irina Evsa da Char’kov e Aleksandr Kabanov da Kiev. Conosco a memoria molte delle loro poesie. Come per tutti, con l’età la mia memoria si fa più labile, ma questo non si estende alla poesia.

In prosa leggo soprattutto quegli scrittori con i quali mantengo legami di amicizia, oltre agli autori emergenti. Considero mio dovere aiutare i talenti dalla provincia o dalle ex repubbliche sovietiche. A proposito, colgo l’occasione per fare presente la prosa dell’eccellente Roman Kožucharov da Tiraspol’. Di letteratura occidentale leggo poco, soprattutto non-fiction, storia, saggistica.

— Lei ha scritto pochi libri rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei, eppure praticamente nessuna delle sue opere è rimasta senza un premio. Zimnjaja Doroga è stata considerata da due giurie [premi Nacional’nyj bestseller e Bol’šaja kniga] il miglior libro dell’anno, e anche io sarei d’accordo. Che importanza dà a questa cosa?
— Per tutti sono importanti il riconoscimento e il denaro, se poi sono abbinati, come nel caso dei premi, sono ancora più graditi. I diritti da noi sono esigui, per cui il denaro che riceviamo in aggiunta ai premi è fondamentale. Lo scrittore è un eremita, lavora a casa da solo, non lavora con uno staff come il regista o il musicista. Per noi un premio è un modo per rivelarci al mondo. Per uno scrittore è più importante che per un personaggio del cinema o del teatro, perciò anche gli scandali intorno ai premi letterari hanno toni più accesi. C’è di più, in gioco, rispetto alle altre arti. Inoltre negli ultimi anni i premi fanno aumentare le vendite dei libri, le ristampe aumentano. Il mio romanzo Zimnjaja Doroga ha visto aumentare le vendite e si vende ancora adesso, anche se l’ho scritto più per me stesso, senza fare alcun conto sul suo successo tra i lettori.

— Ha una spiegazione per questo?
—Penso di sì. Ci ho lavorato nel pieno della guerra nel Donbass, per me era sia un modo per fuggire dalla realtà, sia un modo per dire qualcosa su questa realtà tramite il materiale storico, senza dire nulla direttamente e senza fare insinuazioni nascoste. Viviamo in un unico continuum storico, non abbiamo un’altra storia. A volte i morti, se ne scriviamo in modo onesto, possono spiegare a noi, vivi, quello che noi stessi non possiamo formulare. O forse possiamo, ma  abbiamo paura che faccia troppo male.

 

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.

Daria Mangione

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.