Recep Erdoğan ha vinto il referendum costituzionale. Ma la Turchia ha vinto?

Fonte: RIA Novosti 17/04/2017 Tradotto da Francesco Fantucchio Articolo di Gevorg Mirzajan

La nuova Turchia

Domenica 16 aprile in Turchia si è svolto il referendum più importante della storia contemporanea di questo Paese. La popolazione ha dovuto scegliere in quale nazione vivere: la Turchia di Atatürk o quella di Erdoğan.

Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica di Turchia, riuscì a creare un unico stato per il mondo islamico, una repubblica laica e democratica orientata ai valori e al mondo occidentale. Certo, anche la Turchia di Atatürk aveva i suoi difetti, come ad esempio nel caso della protezione militare. Non appena gli estremisti islamici (avvalendosi del suo elettorato) salirono il potere secondo legge, l’esercito li rovesciò e restituì lo stesso ai kemalisti (i repubblicani). Questa è difficilmente definibile come democrazia. Difatti il capo dello Stato aveva due possibilità come sistema governativo: o occuparsi della propagazione della cultura laica delle province orientali e centrali del Paese o, viceversa, sfruttare le stesse per l’islamizzazione di tutta la Turchia. L’attuale capo dello Stato Recep Erdoğan ha scelto la seconda variante.

Pare che abbia intenzione di cambiare il modello di Atatürk in un progetto meno interessante, una democrazia liberal-islamica. Per un certo periodo è accaduto proprio questo, finché c’è stata la democrazia del ceto medio (di cui, in sostanza, si è avvalso l’attuale presidente). Tutta via questo modello è stato rovinato dal fattore umano: la personale sete di potere di Erdoğan e le sue velleità autoritaristiche. Con il tempo il presidente ha sottoposto a controllo la magistratura, la stampa, ha cominciato un processo di consolidamento dei suoi ruoli a discapito di altri rami del potere. Come risultato gran parte della classe media è rimasta delusa da ciò e si è posta in opposizione al presidente. Alle persone istruite mediamente agiate non sono piaciuti l’islamizzazione del Paese (Erdoğan ha cominciato a passare da un “liberalismo” volto alla decisione di base di portare l’Hijab ad un islamismo sotto forma, ad esempio, di restrizioni sull’alcool), il rifiuto della via europea al progresso, le incursioni rischiose nel Vicino Oriente, l’appoggio ai miliziani islamisti in Siria. Quindi a sostegno di Erdoğan sono rimasti solamente cerchie conservative così come località nazionaliste, alle quali sono piaciute le ambizioni neo-ottomane del presidente. Ma una democrazia liberal-islamica non può basarsi su queste cerchie dell’elettorato: si trasformerà automaticamente in un sistema autoritario (se laico o islamico a questo punto non è più così importante).

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L’evoluzione di Erdoğan

Insomma, questa evoluzione è avvenuta proprio in Turchia: nel referendum il presidente ha semplicemente proposto di consolidare il cambiamento del sistema governativo. Le rettifiche alla costituzione predispongono l’abolizione della carica di Primo Ministro, proibiscono agli ex militari (i depositari della tradizione repubblicana di Atatürk) di prender parte alle elezioni, de-facto pongono l’autorità giudiziaria sotto il controllo dello governo. In sostanza trasformano la Turchia in un sultanato con la permanenza de-facto a vita del sessantatreenne Erdoğan al potere (formalmente fino al 2029, ma il presidente escogiterà qualcosa).

Naturalmente Erdoğan ha giocato il tutto per tutto. Se avesse perso il referendum ci sarebbe stato un voto di sfiducia che avrebbe accentuato la pressione sul presidente sia da parte dell’opposizione sia dei propri membri del partito (molti dei quali non apprezzano le ambizioni da sultano di Erdoğan). Infatti proprio le autorità dello stato hanno fatto uno sforzo colossale per far sì che la popolazione votasse a favore. Il presidente ha preso sotto controllo la magistratura e gran parte della stampa, ha messo in atto una repressione contro i rivali politici e gli oppositori (con il pretesto della loro partecipazione al tentativo fallito del colpo di Stato). E tuttavia ha strappato la vittoria con i denti: il 16 aprile il 51% della popolazione turca ha detto addio al retaggio di Mustafa Kemal Atatürk.

Non ci sarà unità

Ora il punto è cosa fare dopo una vittoria così discutibile. Il paese si è diviso secondo un principio geografico. Hanno votato contro le città più grandi della Turchia (Ankara, Istanbul, Smirne) e le regioni più sviluppate del Paese, ovvero quelle in cui nella popolazione prevalgono le preferenze laiche e repubblicane. Allo stesso modo hanno votato contro le regioni curde del sud-est, che non amano i kemalisti ma che sanno che solo nell’ambito di un modello laico di democrazia avrebbero una qualche chance di autonomia. A sostegno del referendum si è fatta avanti la Turchia centrale e orientale, quella non ricca e conservatrice. Per questo Erdoğan invita alla prudenza, che tuttavia non gli appartiene. Piuttosto, al contrario, una vittoria talmente risicata porterà a ciò che il presidente continuerà a fare in una logica pre-elettorale.

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Per la vittoria alle elezioni Erdoğan si è avvalso sia dell’elemento conservativo islamico sia dei nazionalisti turchi. In particolare la necessità di mobilizzare questi ultimi spiega anche la linea dura del presidente con gli stati europei. “Erdoğan ha avuto bisogno di momenti sensazionali, di rottura, dove sarebbe stato il protettore della Turchia e dei turchi, ma sono stati i nemici di fuori ad impedire il consolidamento della grande società turca sotto il potere di un grande capo”, afferma Vladimir Avatkov, docente della Diplomatičeskaja Akademija e direttore del Centr vostokovednyj issledovanij. Inoltre il presidente ha avuto bisogno di screditare il più possibile l’Unione Europea, dopo tutto l’idea che “un sultanato non sarà permesso in Europa” è stata uno dei motivi centrali dell’opposizione contraria al referendum. Secondo logica adesso deve allontanarsi da queste posizioni a favore di altre più centriste. Tuttavia il problema è che i kemalisti non si arrenderanno: quel 49% di contrari al referendum dà loro la possibilità non solo di contestare il suo risultato, ma anche di sabotare il processo di evoluzione della nazione in sultanato. Questo significa che Erdoğan ha bisogno di a) continuare ad appoggiare i nazionalisti ed agire nell’alveo dei loro interessi, b) continuare la repressione nei confronti dei kemalisti. “La nostra lotta con i nemici interni ed esterni sarà portata avanti”, dice il primo ministro Binali Yıldırım. Ai nemici interni appartengono, naturalmente, anche i curdi. Il conflitto in Curdistan continuerà: Erdoğan ha bisogno di preservare il consenso tra i nazionalisti turchi e pertanto di continuare a fare pressione sui curdi, i quali richiedono anche un’autonomia culturale.

Amici ed alleati

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Basandosi su questo è poco probabile che Erdoğan riesca a riparare le relazioni con l’Unione Europea. È vero, il presidente ha già richiamato “gli amici e gli alleati” a riconoscere i risultati del referendum, eppure l’UE riconosce con ostilità la trasformazione della Turchia in un sultanato e la sua uscita dall’orbita della civiltà europea. “La porta all’Unione Europea per la Turchia di oggi si è chiusa definitivamente” ha dichiarato Julija Kljokner, rappresentante dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania. In parte infatti l’UE si sforzerà di far tornare la Turchia sui binari kemalisti, in particolare mediante il sostegno all’opposizione anti-Erdoğan. C’è ancora tempo per questo: le riforme costituzionali entreranno in vigore solo nel 2019. In sostanza il presidente stesso sa dell’inevitabilità dell’intensificazione delle relazioni con l’UE, quindi non si sforza di ripristinarle. Ad esempio ha intenzione di ristabilire nel Paese la pena di morte.

Gli effetti del referendum per gli interessi russi non sono univoci. Per un certo verso è incomprensibile come Erdoğan si comporterà nei confronti della nostra (ndr della Russia) periferia: in Asia centrale e nel Caucaso. Il riordinamento della Turchia in un sultanato con l’appoggio dei nazionalisti porterà al rafforzamento delle ambizioni panturche e neo-ottomane? Nel modello siriano Erdoğan (avendo intensificato considerevolmente la critica verso Assad e avendo dato un segnale ai guerriglieri pro-turchia al fine di trasgredire la tregua) ha mostrato che in nome delle questioni di politica interna sacrifica facilmente qualsiasi accordo raggiunto. Tuttavia, d’altra parte, l’isolazionismo di Erdoğan è vantaggioso per Mosca. Se il presidente turco non sarà un alleato allora, probabilmente, si relazionerà più rispettosamente nei confronti degli amici e dei partner, finirà di sacrificare i rapporti con loro con un pretesto o senza. Inoltre probabilmente l’Unione Europea si sveglierà, capirà che bisogna urgentemente ripristinare le relazioni con la Russia e auspicabilmente ridare vitalità al “South Stream”. A Mosca, in generale, interessa solo questo.

Studente di lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Salerno. Sono appassionato di politica e relazioni internazionali.

Francesco Fantucchio

Studente di lingue e letterature straniere all'Università degli Studi di Salerno. Sono appassionato di politica e relazioni internazionali.