Malvagità e amore: le drammatiche sorti delle grandi ballerine russe

Fonte: RIA Novosti 29/04/2017. Articolo di Anna Michajlova, tradotto da Simona Fonti

Mosca, 29 aprile- Ria Novosti

Il 29 aprile, in tutto il mondo, si festeggia la giornata internazionale della danza, ma, come in passato, il balletto russo resta il punto di riferimento della danza classica. Grazie al progetto di volontariato “Scopri la Storia del Bol’šoj” per la decifrazione degli archivi del teatro, lanciato nell’ottobre del 2016, gli appassionati di questa arte hanno la possibilità di ammirare dei fotogrammi unici nel loro genere provenienti dagli archivi e raffiguranti le migliori ballerine del paese. Ecco le storie di cinque ballerine, che hanno rivoluzionato la danza a loro contemporanea, nelle foto del Bol’šoj.

Anna Pavlova

Minuta e graziosa, esile, impavida: la grande prima ballerina del teatro Mariinskij, Anna Pavlova, è entrata nella storia della danza come pioniera e riformatrice. Quella che poi sarebbe diventata una stella internazionale nacque a San Pietroburgo nel 1881. Anna decise di diventare una ballerina a otto anni quando per la prima volta le capitò di vedere “La bella addormentata”. A dieci anni fu mandata alla Scuola dei Balletti Imperiali, dove fu presa nella compagnia del Mariinskij. Alla giovanissima ballerina furono fin da subito assegnati ruoli di responsabilità e già nel 1906 divenne la prima ballerina del teatro. La collaborazione con Michail Fokin influenzò notevolmente la sua carriera. Il coreografo aveva studiato nel corso precedente a quello della Pavlova e in una delle sue prime messe in scena “Vinogradnaja loza” ballò il pas de deux con Anna. In seguito iniziò ad allestire numeri in maniera speciale solo per lei. Nel balletto “Evnika” vi era la “Danza dei sette veli”, in “Notti d’Egitto” la “Danza del serpente”, in cui  Pavlova dovette esibirsi tenendo fra le mani un rettile vivo. Il desiderio riformatore di Fokin non poteva non adattarsi meglio al carattere audace della Pavlova. Lei rispondeva con prontezza al suo appello di rifiutare movimenti e combinazioni preconfezionate e di imporsi sulla scena. L’apice della loro attività artistica congiunta fu toccato dalla miniatura “La morte del cigno”. La messa in scena fece furore e per lungo tempo divenne il simbolo del balletto russo. I migliori ballerini al mondo provarono a ripetere la magistrale danza della Pavlova, ma a riuscirci fu solo un’altra grande connazionale, Majja Pliseckaja.

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Galina Ulanova

Detentrice del premio Anna Pavlova e di una grande quantità di riconoscimenti internazionali, la prima ballerina del Mariinskij e del Bol’šoj, Galina Ulanova, nacque in una famiglia di ballerini, ma sognava il mare, amava vestirsi alla marinara, nuotare e andare a pesca con il padre. Nel frattempo fu mandata all’accademia di coreografia, dove la sua insegnante fu sua madre, Maria Romanova, e in seguito la fondatrice della scuola del balletto russo Agrippina Vaganova. A diciannove anni Ulanova già ballava Odette-Odile ne “Il lago dei cigni”. Dal 1930 Galina si esibì in coppia con l’esimio ballerino Konstantin Sergeevyj. Per quasi dieci anni il loro duetto, col tempo trasformatosi in un sentimento profondo, fu un modello con il quale si confrontarono i ballerini di entrambe le capitali, ma si distrusse con il passaggio dell’Ulanova al Bol’šoj. Il ruolo di Giselle è considerato l’apice dell’attività da solista dell’Ulanova. Secondo i ricordi dei suoi contemporanei, nella sua esibizione la scena della pazzia faceva piangere persino gli uomini. Il talento tragico dell’Ulanova fu reso noto al mondo con la tournée londinese del Bol’šoj teatr del 1956. La capitale britannica applaudì la sua Giselle e la sua Giulietta, i critici occidentali la nominarono la più grande ballerina dai tempi della Pavlova. Il balletto fu la sua vita. Nonostante i tre matrimoni, l’Ulanova non ebbe figli e si diede all’insegnamento. Fino alla fine della sua vita la ballerina iniziava al mattino con le sue lezioni e persino in veneranda età pesava 49 kg. 

Ol’ga Lepešinskaja 

“Ragazza-libellula”, la ballerina più titolata dell’Unione Sovietica, la preferita dal pubblico e da Stalin. Ol’ga Lepešinskaja nacque in una famiglia di ingegneri e i genitori speravano che la figlia seguisse le loro orme, ma la passione per la danza si dimostrò più forte degli obblighi da figlia. Ol’ga si iscrisse alla scuola di danza del Bol’šoj e dai 18 anni in poi ne fu la stella. I critici subito notarono la tecnica precisissima della giovane danzatrice e il suo vivo temperamento. Il talento permise alla Lepešinskaja di assumersi con leggerezza i ruoli classici di Kitri nel “Don Chisciotte” e Aurora ne “La bella addormentata”, ma anche le coreografie contemporanee come Gianna ne “La fiamma di Parigi”, Tao Choa in “Papavero rosso”. A vent’anni ricevette il primo riconoscimento e passarono quasi vent’anni prima della fine della sua carriera. La ballerina, che non soffriva “della malattia delle stelle” e aveva verso di sé un atteggiamento sempre molto critico, durante la Seconda guerra mondiale insignì i soldati al fronte con onorificenze.  I suoi ruoli più brillanti dopo la guerra furono Assol’ in “Vele scarlatte” e “Cenerentola”.  Purtroppo la sua vita privata non fu così serena come quella delle sue eroine sulla scena. Non ebbe figli e fu veramente felice solo il suo terzo matrimonio con il generale Aleksej Antonovyj.  Nel 1962 lo sposo morì improvvisamente e la Lepešinskaja perse quasi la vista dal dolore. Concluse la sua carriera e fino alla fine della sua vita si occupò di insegnamento, principalmente all’estero.

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Majja Pliseckaja 

Una Carmen fiammeggiante, la rappresentante della famosa dinastia del balletto del XX secolo Messerer-Plisecki, la moglie del compositore Rodion Šedrin. In sorte per Majja Pliseckaja ci furono pesanti sofferenze. Il padre della ballerina fu fucilato nel 1937, la mamma con il fratello neonato finì in un lager per donne “traditrici della patria”. A salvare la ragazzina dodicenne dalla casa natale fu la zia, ballerina del Bol’šoj, Sulamif’ Messerer. Lo zio, il ballerino e coreografo Asaf Messerer, si occupò dell’educazione di un secondo fratello della Pliseckaja. Nel pieno della guerra Majja terminò l’accademia di coreografia e fu accettata nella compagnia del teatro Bol’šoj. L’esperienza drammatica della Pliseckaja si riflesse nei personaggi tragici che portò sulla scena. Si distingueva l’incredibile talento artistico, la fine ed espressiva plasticità, il passo leggero, mentre la musicalità assoluta e l’irripetibile salto ad “anello” la rendevano un’icona del balletto di tutto il mondo. Dopo l’uscita di Galina Ulanova, la Pliseckaja divenne la prima ballerina del Bol’šoj e si esibì in un importante ruolo femminile dopo l’altro: “Il lago dei cigni”, “Fiore di pietra”, “Le Spectre de la rose”, “Raimonda”, “Romeo e Giulietta”, “Isadora”, “Leda”, “La pazza di Chaillot” e, ovviamente, l’impagabile suite della “Carmen”. Pliseckaja, non temendo gli esperimenti, si esibì nel ruolo di coreografa. Sotto la direzione della Pliseckaja furono messi in scena al Bol’šoj dei balletti di suo marito “Anna Karenina”, “Il gabbiano” e “Dama con cagnolino”. Persino dopo il congedo dal teatro all’età di 65 anni, continuò a danzare e a settant’anni debuttò nell’Ave Maria messa in scena da Maurice Bejart.

Ljudmila Semenjaka 

Alunna dell’Accademia Vaganova, l’impagabile Ljudmila Semenjaka debuttò ne “Lo schiaccianoci” sulla scena del Mariinski all’età di dodici anni. Subito la talentuosa ragazzina fu notata. Il coreografo la invitò al Bol’šoj dove Galina Ulanova divenne la sua istruttrice. Bisogna ricordare che la giovane ballerina capitò nella classe dello zio di Majja Pliseckaja, Asaf Messerer, e nel 1976 vinse il premio Anna Pavlova dell’Accademia di danza di Parigi. Il suo stile è chiamato il belcanto del balletto per la leggerezza e la grande tecnica con cui si esibì in difficilissimi passaggi coreografici. Questa naturalezza insieme con l’irreprensibile corporatura e l’eccellente accademismo pietroburghese rese la Semenjaka un’evidente prima ballerina. In 27 anni di servizio al Bol’šoj si esibì, infatti, in tutto il repertorio classico: “Lago dei cigni”, “Giselle”, “Romeo e Giulietta”, “Il secolo d’oro”, “Bajadère”, “Machbet”, “La bella addormentata”. Tra i suoi partner ci furono Michail Baryšnikov, Maris Liepa, Aleksandr Godunov, Vladimir Vasil’ev e altre stelle del balletto. Concluse la sua carriera artistica nel 1997 ma continuò a lavorare al Bol’šoj in qualità di insegnante. Portano la sua firma anche alcune messe in scena indipendenti di danza classica e alcuni ruoli negli spettacoli drammatici della “Škola sovremmenoj p’esy”.

Simona Fonti, 24 anni, studentessa UNINT del corso di laurea magistrale in traduzione e interpretazione. Membro di Russia in Translation dal 2015. simona.fonti09@gmail.com

Simona Fonti

Simona Fonti, 24 anni, studentessa UNINT del corso di laurea magistrale in traduzione e interpretazione. Membro di Russia in Translation dal 2015. simona.fonti09@gmail.com