Le Pietroburghesi del ‘17 – Parte prima: Aleksandra Nikolaevna Antonova

Fonte: TheVillage.ru 11 Aprile 2917   Autore: Julja Galkina  Tradotto da: Paolo Zirulia

Le coetanee della Rivoluzione a proposito della loro vita, di Stalin e Putin, della guerra, della pace e anche di quando si stava meglio: se in questo secolo o nel precedente.

Secondo i dati del Comitato per le politiche sociali vivono a Pietroburgo centoquarantuno persone nate nel 1917. The Village ha scoperto cosa pensano le coetanee della Rivoluzione dell’epoca attuale e anche quando, secondo loro, in Russia si viveva meglio. Abbiamo incontrato tre pietroburghesi che quest’anno festeggiano il loro centesimo compleanno: Aleksandra Nikolaevna, Marija Nikolaevna, Palageja Jakovlevna.

 

 

Aleksandra Nikolaevna Antonova

Aleksandra Nikolaevna e sua figlia Svetlana vivono nell’edificio-nave di via Generale Simonjak. A circa cinque chilometri si trova l’aeroporto Pulkovo: si riescono a vedere gli aerei che atterrano e decollano. La nostra eroina per prima cosa ci mostra sul suo passaporto una bella combinazione di cifre: 07/07/1917. Madre e figlia hanno nostalgia dell’Unione Sovietica. Facendoci strada, Svetlana Nikolaevna chiede: «Forse avreste voluto sentire altro? Adesso alla gente piace quando gli si dice che sotto lo Zar si stava meglio».

PRIMA DELLA GUERRA

ALEKSANDRA NIKOLAEVNA: «Sono nata a Strugi. Adesso quella è la regione di Pskov, ma una volta era il distretto di Luga, nel governatorato di Pietroburgo. La nostra Strugi era un nodo ferroviario sulla linea da Novgorod a Varsavia. C’erano un deposito di locomotive a vapore, una torre-serbatoio per l’acqua e delle gru. Me li ricordo come se fossi ancora ragazzina. In seguito tutto fu smantellato.

Ricordo quanto era bella Strugi immersa nei meli in fiore. Lì accanto c’erano il poligono militare ed il paesino di Vladimirskij Lager’. In primavera transitavano continuamente treni carichi di armi, cannoni e carri armati e per la strada passavano convogli di soldati che portavano generi alimentari.

Papà era un ferroviere-cantoniere. Non avevo nemmeno un anno quando morirono la mamma e due delle mie sorelle: le sue figlie più grandi. Finito il ginnasio si erano ammalate di tifo. Rimase papà con due figli e due figlie.

La mia infanzia fu molto bella. A Strugi c’erano la banda, i soldati, c’erano sempre balli, circoli e competizioni. Nostro padre era molto bravo e mandava avanti la casa perfettamente. La parola “mamma” posso dire di non conoscerla: non ricevevo baci, né carezze. Ma non posso lamentarmi della mia infanzia. Pensava papà a darci da mangiare e da bere, a metterci scarpe e vestiti.

A quel che era stato prima del 1917 non pensavamo, ne eravamo lontani. E poi da giovani si ha altro a cui pensare. Sapevo che papà era stato in Cina (il padre di Aleksandra Nikolaevna prese parte alla guerra russo-giapponese. NdR.). Io gli dicevo “Papà, perchè non sei rimasto in Cina?” e lui “Perchè a Strugi avevo la mia famiglia”. Lui e un suo amico avevano la spada, quindi probabilmente era in cavalleria. La nostra Strugi era a volte rossa, a volte bianca, a seconda di quali soldati occupavano la zona».

 

 

SVETLANA NIKOLAEVNA: «Inizialmente c’erano due villaggi: Belaja (Bianca, NdT) e Strugi. Quando costruirono la stazione ferroviaria unirono i nomi in Strugi Belaja. Durante la Guerra Civile ad ogni cambio di potere anche la scritta cambiava, giravano il cartello con il nome della stazione a seconda che fossero saliti al potere i rossi sovietici o i bianchi zaristi. Poi divenne definitivamente Strugi Krasnye (Rossa, NdT)».

A.N.: «Ho studiato solo fino alla settima classe. Uno dei miei fratelli se ne andò a vivere per conto suo, l’altro si trasferì in estremo oriente. Io rimasi con mia sorella. Dopo la settima classe iniziai a lavorare come “computatrice”, una parola che adesso nemmeno esiste più, poi a Pskov terminai un corso di contabilità. Lavorai per un anno in campagna, poi mi mandarono a lavorare in un’azienda di silvicultura. Il nostro consorzio si trovava in via Chalturina 1 a Leningrado, dove lavorai fino alla guerra».

«Mio marito l’ho conosciuto prima della guerra. Prestava servizio al Commissariato di Leva di Strugi. Io avevo già ventun anni. Ci incaricarono di organizzare il veglione di Capodanno. Andammo a Leningrado alla sezione teatro, io e lui, e ritirammo dei costumi per il ballo in maschera che qualcuno aveva ordinato. Fu così che ci incontrammo.

Le repressioni degli anni ‘30 ci sfiorarono. Arrestarono mio zio. Lui e la famiglia avevano un laboratorio, producevano strumenti musicali e fu per questo che li deportarono al nord. Dicono che dopo la guerra la famiglia dello zio fece ritorno a Strugi, lui probabilmente non era già più tra i vivi. Mio cugino Griša sopravvisse: io non l’ho più visto, ma mia sorella sì, quando già era anziano. Pensando che fosse morto gli avevano dedicato una lapide con fotografia: era un bell’ufficiale dell’ Armata Bianca. Quando ritornò vivo levarono lapide e fotografia».

S.N.: «Evidentemente il laboratorio a causa del quale la famiglia venne deportata era abusivo. Bisognava registrarsi, pagare le tasse. Furono in molti a fare quella fine a causa di attività abusive. Accadeva addirittura dopo la guerra: sarti che lavoravano in casa, calzolai. Tutto avveniva clandestinamente. Le persone volevano guadagnare, però prima erano tenute a registrarsi, dopodiché prego, lavorate pure».

A.N.: «L’evento più importante della mia vita è stata la nascita di mia figlia, il 27 febbraio 1939. Mi venne a prendere un’amica: arrivò in auto e mi accompagnò a casa. A Strugi Krasnye c’era un buon ospedale. Mi figlia è la mia felicità più preziosa. Di figlie così se ne trovano a stento una su mille. Si è fatta carico della mia assistenza e di tutte le mie malattie. Povera figlia mia».

LA GUERRA

A.N.: «Nel 1940 mio marito venne trasferito nella Casa degli Ufficiali a Leningrado, dove anche io venni destinata per dei corsi di specializzazione. Nel maggio del 1941 a lui assegnarono una piccola stanza in una kommunalka, mentre io vivevo in un pensionato. Non avevamo ancora fatto in tempo a trasferirci in quella stanza che la guerra scoppiò. La casa si trovava nei pressi della stazione Varšavskij che durante la guerra venne bombardata, fu così che ci ritrovammo senza un tetto sulla testa. Il 7 luglio le nostre truppe si ritirarono e alle madri con bambini veniva continuamente ripetuto di andare via appena possibile. Io e mia figlia fummo fatte evacuare su un treno passeggeri. Mio marito intanto era stato mandato a Leningrado. Gli accessi alla città erano chiusi e noi fummo scortate fino a Čeboksary attraverso strade distrettuali.

Lì ci fecero scendere, ci accompagnarono in un villaggio e ci sistemarono in una casa. Il giorno seguente ci chiamarono per la falciatura, dopodiché non ci fecero più lavorare: facevamo concorrenza alla gente del posto, di noi dicevano che gli portavamo via il lavoro. A otto chilometri c’era la cittadina operaia di Čapaevskij, dove si trovava la fabbrica di armamenti N° 320 che produceva razzi. Andai a piedi fino a quella fabbrica dove mi presero come contabile. Tutti i giorni andavo e tornavo a piedi, correndo sui tacchi alti.

Erano tempi duri. Mangiavamo in mensa, nutrendoci con zuppa di avena, fino a quando la carestia non peggiorò e la zuppa diventò di ortiche. A dire il vero nella scuola materna del villaggio si mangiava molto bene. I primi tempi barattavamo i nostri quattro stracci con del cibo, che non bastava mai: scambiai il mio enorme scialle di lana dalle grandi nappe con una libbra di burro. La libbra di burro svanì in un attimo e lo scialle non c’era più. L’anno peggiore della carestia fu il 1942. Successivamente ci assegnarono mezzo litro di alcol denaturato che potevamo barattare con patate e farina, che erano come doni del Signore. Più tardi mi assegnarono un orto dove coltivavo patate e verdure, diventai ricca».

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S.N.: «Papà era nella Leningrado assediata. Rimase ferito, quasi a morte. I medici non gli davano nessuna speranza di ripresa. Fu un’infermiera a rimetterlo in piedi. La guerra divise i miei genitori, lui rimase con quell’infermiera. Mamma mi accompagnava a trovarlo, lui veniva raramente. Un rapporto stretto non c’era, ma cominciammo a scambiarci gli auguri in occasione delle feste. Poi, quando già ero adulta, ci riavvicinammo».

A.N.: «Non mi sono più sposata. Una volta andai insieme a mia figlia da una sarta che le disse: “Be’, la mamma non si sposa?” e lei le rispose “Io e la mamma stiamo bene anche così”.

Il giorno della vittoria c’era un tale giubilo, indescrivibile. Quel giorno fu meraviglioso, bello. Tutti si abbracciavano, si baciavano. Esultavamo sia noi che i Pjatakov, i nostri vicini di casa che avevano lo stesso cognome del nemico del popolo (si allude all’ex trotskista Georgij Pjatakov, NdR.). Loro dicevano sempre “noi non siamo quei Pjatakov”».

DOPO LA GUERRA

S.N.: «Da Čeboksary ce ne andammo ad Azov, dove il clima si rivelò insopportabile: caldissimo e arido. Mais, barbabietole e cipolle, è tutto. Non c’era nient’altro. Ma senza il pane nero, senza le patate che vita è?».

A.N.: «Durante la guerra Strugi fu distrutta dal fuoco, si salvarono sette case. Anche a Pietroburgo non c’era più nulla. Delle brave persone ci aiutarono: un signore di Leningrado mi diede una lettera di raccomandazione per un suo amico che faceva il costruttore».

S.N.: «A Leningrado vivevamo in tre in una stanza di nove metri quadrati: io, mamma e una zia ex combattente. Poi ci trasferimmo in una stanza di quindici metri quadrati, le nostre vicine erano una madre con sua figlia. Le persone vivevano in armonia, in concordia. La porta di casa la chiudevamo solo col gancetto. Esponevano sempre degli avvisi: “Non lasciate le chiavi sotto allo zerbino”. Pensate che vivevamo con le porte spalancate. Non sapevamo cosa volesse dire avere cinque serrature sulla porta, sebbene a volte dei furti ci fossero. A noi rubarono la biancheria dalla soffitta».

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A.N.: «Rubarono il mio paltò e il suo cappottino, i suoi stivaletti e perfino del sapone. Rubavano spesso ma non si chiamava la polizia per indagare.

Inizialmente a Leningrado lavoravo in un’industria aeronautica. Poi mi chiesero di trasferirmi in un il nuovo istituto di ricerca appena fondato che successivamente si fuse con l’istituto Gipronikel’, dove ho lavorato come contabile fino alla pensione. Per sedici anni dopo essere andata in pensione, quindi fino al 1990, ho partecipato attivamente alla vita pubblica in qualità di segretario permanente presso il tribunale interno al Collettivo di fabbricato. Nelle kommunalki le famiglie litigavano continuamente, le persone si apostrofavano in tutti i modi. Il Collettivo di fabbricato funzionava molto bene, il nostro lavoro ha avuto risultati positivi per chi ci abitava.

Quando Stalin morì ho sofferto molto. Nel nostro istituto c’era un direttore del personale: rimase sempre in piedi, mentre noi tutti piangevamo. Io piansi persino quando Gorbačëv sciolse il Partito. Sono stata comunista fino alla fine. Conservo ancora la tessera del Partito: io sono una sovietica».

S.N.: «Di Chruščëv tutti avevano una cattiva opinione…»

A.N.: «Di Chruščëv non pensavamo né bene né male, invece di Gorbačëv ci fidavamo, ma lui è un tale fanfarone anche se parla così bene. E guardate com’è finita! Va detto che in epoca sovietica non si viveva male».

S.N.: «Il lavoro c’era. Tutti ricevevano un’istruzione gratuita. Certo, alcune cose mancavano. Sotto Chruščëv per esempio un bel giorno sparì il pane, di latte non ce n’era più. Ma la cosa più importante è che le persone avevano un lavoro. E per il tempo libero c’erano cinema, conferenze, spettacoli teatrali. Le persone avevano una vita piena, normale e, cosa più importante, non dovevano preoccuparsi per un tozzo di pane. Ovunque c’erano annunci: “Cercasi, Cercasi” ».

I TEMPI NUOVI

A.N.: «El’cin non mi piaceva. A causa sua io e una mia collega, che era una donna istruita, troncammo ogni rapporto. Lei difendeva El’cin, io no. Ed ecco che, dopo tanti anni, questo mese lei mi ha chiamata e mi ha detto: “Come sono contenta che siate ancora viva”. Ho pensato che dovesse aver dimenticato il motivo del nostro allontanamento, così non gliel’ho voluto ricordare. E Putin? Non saprei che dire, da questa politica mi sento lontana. So quello che mi riferisce mia figlia, ma io non approfondisco. Su Putin non posso dire nulla.

Oggi provo dispiacere per la gente. Io ho un nipote per esempio, ha cinquant’anni e fa l’autista. Ha trovato impiego in un ente pubblico. Quando c’è lavoro lo pagano, quando non c’è lavoro… niente soldi. Ma che vita è questa? Un altro mio nipote è geofisico ma lavora come una sorta di giornalista: pubblica calendari, cartoline di Pietroburgo e dintorni. È costretto a correre, dire “comprate, comprate, comprate” e se nessuno compra lui non mangia. È terribile la vita di oggi. Io vivo di vecchi ricordi sulla mia infanzia, sul lavoro, sui viaggi. Ho vissuto anche troppo a lungo, dal 1990 non faccio più nulla. Leggo, guardo la televisione, ascolto la musica. Passo il tempo».

S.N.: «Vivere fino a questa età è una questione di genetica, dipende dalla natura. Il suo stile di vita era come quello di tutti gli altri: casa, lavoro e faccende quotidiane».

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A.N.: «A dir la verità mi hanno operato due volte all’addome, ho avuto un infarto e anche un piccolo ictus. Adesso mi fanno male le gambe».

S.N.: «L’ultima operazione all’addome l’ha subita quando aveva novantuno anni. Per convincerla il medico le disse “Ma signora, con un carattere del genere come potrebbe non farcela? Lei è una guerriera, una stoica”».

A.N.: «È vero, sono una guerriera. Nella vita non mi ha difeso nessuno, sono andata avanti da sola. Tentarono anche di rimuovermi dal mio posto di lavoro per darlo a un’amica del capo. Mi convocarono al Comitato Regionale del Partito, volevano mandarmi nelle terre vergini. Io dico: “Grazie, ho vagabondato a sufficienza durante la guerra, ovunque”. Ed il responsabile mi dice: “Ci sono stato anche io”. Ed io rispondo: “Ma lei è un uomo, io sono una donna”. Fu così che non mi ci mandarono.

Probabilmente la rivoluzione del 1917 è stata necessaria, dal momento che poi abbiamo avuto il potere sovietico che funzionava. Se così non fosse, durante quel periodo non saremmo vissuti bene. Bisogna festeggiare il 1917!

C’è ancora una cosa che vorrei dire, sulla mia famiglia. Ho tre nipoti e due pronipoti. Sono una persona ricca e felice».