Le Pietroburghesi del ‘17 – Parte seconda: Marija Nikolaevna Rjabceva

Fonte: TheVillage.ru 11 Aprile 2917   Autore: Julja Galkina  Tradotto da: Paolo Zirulia

Le coetanee della Rivoluzione a proposito della loro vita, di Stalin e Putin, della guerra, della pace e anche di quando si stava meglio: se in questo secolo o nel precedente.

Secondo i dati del Comitato per le politiche sociali vivono a Pietroburgo centoquarantuno persone nate nel 1917. The Village ha scoperto cosa pensano le coetanee della Rivoluzione dell’epoca attuale e anche quando, secondo loro, in Russia si viveva meglio. Abbiamo incontrato tre pietroburghesi che quest’anno festeggiano il loro centesimo compleanno: Aleksandra Nikolaevna, Marija Nikolaevna, Palageja Jakovlevna.

 

Marija Nikolaevna Rjabceva

Nel 1961 il marito di Marija Nikolaevna partecipò alla costruzione di una chruščëvka non lontano dalla futura stazione «Novočerkasskaja»: fu allora che alla famiglia venne assegnato qui un alloggio. Saliamo al secondo piano e ci ritroviamo in un bilocale. In mezzo al soggiorno c’è un sintetizzatore sul quale sta suonando Natalija, moglie di suo nipote e organizzatrice di questa intervista. Marija Nikolaevna, solennemente vestita e con le medaglie in mostra, viene accompagnata fuori dalla sua stanza dalla nipote Alla. La nostra eroina si sente un po’ a disagio perché non è ben pettinata.

 

PRIMA DELLA GUERRA

Sono nata il 14 giugno 1917 nel villaggio di Šulec, nel governatorato di Jaroslav. Un villaggio di circa centocinquanta case. I miei genitori erano contadini e avevano cinque figli: la nostra era una famiglia numerosa. Sono andata a scuola fino alla quinta classe, poi un giorno mamma mi disse: «bisogna lavorare». Dall’età di circa dieci anni sono andata a lavorare nei campi con la mamma. Si mieteva, si sarchiava, si piantavano le patate. Quello che fanno i tutti contadini insomma. Tiravamo avanti.

Nel villaggio avevamo una nostra casa, un nostra fattoria con due cavalli e due mucche. Poi però avviarono il kolchoz: da qualcosa bisognava pur cominciare, quindi ci sequestrarono i cavalli e anche una mucca. Successe nel 1930 credo. Noi eravamo contadini mediamente agiati, la nostra era una fattoria di media grandezza. A quei tempi ad essere arrestati erano i contadini ricchi, non noi. (Si riferisce alle repressioni degli anni ‘30, NdR.)

I miei genitori morirono presto. Papà nel novembre del 1936: non era malato, semplicemente tornò a casa e morì. Mamma invece era malata, morì nell’aprile del 1938.

Leggi anche
L'ambiente si è inceppato

 

LA GUERRA

Quando scoppiò la guerra ero già sposata. Mio marito era di Rostov-Jaroslavskij, arrivò nel villaggio per controllarne l’attività agricola: se il kolchoz funzionava, se il raccolto veniva consegnato. Fu così che ci conoscemmo. Prima della guerra mi trasferii da lui a Rostov. Avevo due figli, morirono entrambi in guerra.

Lavoravo come inserviente in ospedale. L’ospedale era grande, l’edificio che lo ospitava era una scuola e ricordo che era molto lungo. C’erano tantissimi feriti, tutti i piani erano occupati. Rostov non è lontana da Mosca, ce li portavano direttamente dal fronte.

Ricordo che il giorno della vittoria arrivammo al lavoro e tutti piangevano, ridevano, urlavano urrà e altro, ma si lavorava lo stesso. Bisognava ugualmente fare il proprio dovere. Certo, la felicità era molto grande.

L’Ordine (l’Ordine di secondo grado della Guerra Patriottica, NdR.) mi fu conferito quando ormai la guerra era già finita. Durante la guerra non c’era nemmeno il pane, figuriamoci le medaglie. È stato brutto, molto brutto. Ma siamo sopravvissuti lo stesso.

DOPO LA GUERRA

Durante la guerra mio marito ha prestato servizio all’estero. Dove c’era la guerra lui andava a servire ma non so dove fosse di preciso. Nel ‘45 tornò e mi disse: «Vieni con me?», e ce ne andammo. Mi sono dimenticata il nome della località, ci abbiamo vissuto per un anno e mezzo e poi siamo tornati di nuovo a Rostov-Jaroslavskij.

Abbiamo avuto un figlio e una figlia. Mio marito venne congedato nel 1950, almeno credo. Oddio, è passato talmente tanto tempo! Nel 1950 siamo arrivati a Leningrado: mio marito non riusciva a trovar lavoro e mio fratello, che viveva qui, gli scrisse di raggiungerlo dal villaggio.

La morte di Stalin? Bè era morta una persona, era pur sempre una cosa triste ma non certamente una catastrofe. Non è stato l’unico a morire.

Vivevamo come tutti gli altri: non avevamo niente. Correvamo in giro per la città alla ricerca di un po’ di cibo da comprare. Non era come oggi che vai in un negozio e compri quel che ti serve: allora bisognava correre dove c’era qualcosa in vendita e mettersi in fila. E comunque non era sufficiente, bisognava correre, correre. Ricordo che allora andavo alla ricerca di pane trascinandomi dietro mio figlio, perché almeno anche a lui ne avrebbero data una forma. Non morivamo di fame, ma certamente non eravamo sazi. Non era come adesso, era terribile.

Leggi anche
Il ritorno della Crimea alla Russia sarà nel programma scolastico

In questa casa (in via Tallinskaja, NdR.) siamo arrivati nel 1961, intorno a febbraio. Fino ad allora avevamo vissuto nel paesino di Kovalevo (Si trova nel distretto Vsevoložskij della regione di Leningrado, NdR.), eravamo quattro persone in una stanza di sedici metri quadrati, bisognava portare l’acqua, procurarsi da qualche parte la legna e spaccarla. Mio marito lavorava nell’edilizia, quindi gli assegnarono un appartamento. Fu una tale felicità. Qui avevamo il riscaldamento, l’acqua non da un pozzo né da una pompa ma dal rubinetto, due locali, trenta e qualcosa metri quadrati. Restammo qui.

Qui intorno era tutto diverso. Dove adesso c’è il teatro (il «Buff», NdR.) una volta c’era una stalla con mucche e maiali. Più tardi smantellarono tutto. I netturbini passavano, c’era pulizia perché lavoravano bene. Adesso non è così. La nostra scala, per esempio, non si capisce se viene pulita o no.

Ho sempre lavorato: sono andata in pensione a cinquantacinque anni con un’anzianità di servizio di cinquanta, ma ho continuato a lavorare. La pensione non era un granché: centonove rubli. Non ci si faceva molto. Mio marito non c’era già più, era morto nel 1977, io avevo due figli. Lo stipendio era misero, inoltre non sempre arrivava. Avevo un’ottantina d’anni quando finalmente ho potuto smettere di lavorare.

I TEMPI NUOVI

Come ho reagito alla caduta dell’URSS? Ho continuato a lavorare allo stesso modo, ho continuato a vivere allo stesso modo. Cos’altro potevo fare? Bisognava andare avanti. È stato uno sfacelo, è successo di tutto. È stato molto brutto.

El’cin? Cosa vuole che c’entrassi io con El’cin? Lui era un grande capo, io non pensavo niente di lui. I miei due figli dovevano studiare, io dovevo lavorare e procurarci da mangiare. Che vuole farci… non potevamo vivere in un altro modo.

Leggi anche
In Russia controllano i genitori adottivi e i tutori

Adesso grazie a Dio non lavoro più. Ma ora non si può andare da nessuna parte, non come una volta. Esci di casa, stai un po’ fuori e pensi: “Dio mio”. La testa ti inizia a girare. Inoltre mio nipote non mi lascia uscire da sola, io vivo con lui. Cammino poco, solo quando vengono i miei nipoti e mi dicono «Dai nonnina, facciamo due passi fino al negozio». Va bene. A volte vado da loro, vivono a Ochta (quartiere di San Pietroburgo, NdT.).

La televisione la guardo, ma leggere non leggo: ci vedo male. Non ho gli occhiali perché per qualche motivo non me li prescrivono. In televisione guardo un po’ di tutto. Danno dei bei concerti. Prima compravo anche la guida TV, adesso non la compro più perché tanto non riesco a leggerla.

Putin? Che grande persona il nostro Putin. Mi piace. Mi sembra che in Russia adesso si viva meglio. Prima ci toccava fare file su file per il pane. E adesso? Non soffriamo la fame e per di più ricevo anche la pensione. Me la pagano sempre il giorno stabilito, non è mai successo che ritardassero.

Visto che sono nata devo vivere. Non so come sarebbe stata la mia vita se non ci fosse stata la Rivoluzione. Non sai mai quel che ti può accadere.

Non so come ho fatto ad arrivare a novantanove anni. Senza la salute non ce l’avrei fatta. Gli ospedali li frequento poco. Quando mi facevano male gli occhi mio nipote mi ci portava più spesso, adesso ci vado raramente. E a che scopo dovrei andarci? In ogni caso più anni di così non potrebbero darmeli. Mi restano quelli che mi restano. Non ho mai praticato sport. Non ne avevo il tempo: c’era la famiglia da mantenere, dovevo lavorare. Ho lavorato molto. Ma continuo a vivere. Ecco che sto per arrivare ai cento. Ci arriverò o no? Non lo so.

Abbiamo vissuto ma non ci siamo buttati giù. È andato tutto bene. Ne abbiamo viste di tutti i colori.