Le Pietroburghesi del ‘17 – Parte terza: Palageja Jakovlevna Trufanova

Fonte: TheVillage.ru 11 Aprile 2917   Autore: Julja Galkina  Tradotto da: Paolo Zirulia

Le coetanee della Rivoluzione a proposito della loro vita, di Stalin e Putin, della guerra, della pace e anche di quando si stava meglio: se in questo secolo o nel precedente.

Secondo i dati del Comitato per le politiche sociali vivono a Pietroburgo centoquarantuno persone nate nel 1917. The Village ha scoperto cosa pensano le coetanee della Rivoluzione dell’epoca attuale e anche quando, secondo loro, in Russia si viveva meglio. Abbiamo incontrato tre pietroburghesi che quest’anno festeggiano il loro centesimo compleanno: Aleksandra Nikolaevna, Marija Nikolaevna, Palageja Jakovlevna.

 

Palageja Jakovlevna Trufanova

 

Anche la nostra terza eroina vive in una palazzina prefabbricata di cinque piani, si trova in Via Babuškina a circa mezzo chilometro dalla stazione della metro «Proletarskaja». Veniamo accompagnati in una stanza con un grande tappeto sulla parete. Palageja Jakovlevna non ci sente molto bene, tutte le nostre domande vengono doppiate a voce alta da sua figlia Dina che contemporaneamente risponde a parte di esse. Dopo mezz’ora di conversazione la nostra eroina è stanca. Facendoci strada, Dina Fëdorovna puntualizza che nella loro famiglia ci sono stati anche altri centenari, per esempio sua nonna, la madre di Palageja Jakovlevna.

PRIMA DELLA GUERRA

Palageja Jakovlevna: «Sono nata il 24 settembre 1917 nella regione di Tambov, nel villaggio di Vostočnaja Starinka. La mia era una famiglia numerosa: sette ragazze e tre figli maschi, in tutto eravamo in dieci.»

Dina Fëdorovna: «Erano una famiglia benestante, e nonostante questo piantavano e coltivavano tutto da sé, con le proprie forze. Dopo il 1917 furono espropriati in quanto kulaki (contadini ricchi, NdT.). Mamma iniziò la prima classe ma non aveva scarpe, le erano rimasti solamente gli zoccoli di legno. Dato che ridevano di lei smise di andare a scuola nonostante fosse brava.»

Palageja Jakovlevna: «Di me dicevano “Sidorova Polina Jakovlevna studia meglio di tutti” (Sidorova è il suo cognome da nubile, NdR.). Poi iniziarono a deridermi per via degli zoccoli, ed io mi ritirai.

Eravamo benestanti, eravamo come i kulaki e volevano spedirci alle isole Solovki. Solamente perché lavoravamo come dei muli.»

Dina Fëdorovna: «Se ne andarono tutti in un altro villaggio, a Starinka restarono solamente gli anziani genitori, loro non li toccarono.»

Palageja Jakovlevna: «Nel villaggio c’era una chiesa poi però loro [i comunisti] andarono a tirar giù le icone dalle pareti. Dicevano che Dio non esiste. Demolirono la chiesa. Noi piangemmo così tanto! Loro sono morti già da molto tempo e noi invece siamo ancora vivi.»

Dina Fëdorovna: «Mamma diceva che tutti quelli che parteciparono alla demolizione della chiesa morirono di lì a poco. Lei è una credente, ricorda tuttora molte preghiere anche lunghe.

Mia nonna era una levatrice, curava le persone.»

Palageja Jakovlevna: «Mio padre Jakov Ivanovič era buono, vestiva e metteva le scarpe a tutti noi. Dall’età di sei anni andammo a sarchiare il miglio: ci si svegliava presto e via. Jakov Ivanovič diceva che “tutto nasce nei campi”. Eravamo ancora piccoli, lui ci abituò a lavorare. Piantavamo la segale e l’avena, davamo da mangiare ai cavalli.»

Dina Fëdorovna: «Mamma ci raccontava che lui sapeva esattamente cosa seminare ed il giorno in cui farlo affinché il raccolto fosse buono.»

Palageja Jakovlevna: «Inoltre battevamo la canapa, la tessevamo, la filavamo e la lavoravamo ai ferri. Guardate invece oggi che cose si indossano! Al Kolchoz si cuoceva il pane, c’era un grande forno dove con la mamma cuocevamo quattro pagnotte per il Kolchoz e una pagnottella piccola da tenere per noi. Ho fatto diversi lavori: battevo le pelli, setacciavo, cuocevo i bliny.

Ho anche lavorato come intrecciatrice di cesti di paglia, com’erano belli! Con quei cesti mi sono trasferita da mia sorella a Leningrado, dove mi sono sposata con Fedja. Lui era buono. Torno a casa e dico “Mamma, mi sono sposata!” Lei si prese un tale spavento!»

Dina Fëdorovna: «Accadde tutto velocemente e inaspettatamente. Nel 1939 si sposò, nel 1940 partorì. Con il marito si trasferirono a Orsk, poi decisero di tornare a Leningrado ma qui era iniziata la guerra di Finlandia (la Guerra d’Inverno tra URSS e Finlandia, NdR.). Non li lasciarono arrivare a Leningrado, quindi se ne andarono a Starinka, nella regione di Tambov. Nel 1941 papà andò al fronte, la mamma invece rimase nel villaggio.»

LA GUERRA

Palageja Jakovlevna: «Vivevamo normalmente, poi arrivò la guerra. A Starinka avevamo una nostra tenuta. Tutto fu consegnato per la guerra: le mucche, le pecore, i polli e le galline. Andavamo nei campi a raccogliere le patate marce o guastate dal gelo: le lavavamo, le asciugavamo, le pestavamo nel mortaio e mamma ci preparava i bliny. Erano tempi duri.

Filavamo, lavoravamo ai ferri. Ho fatto parte del Fronte del Lavoro, scavavo le trincee. Posavo binari e traversine. Venivo sempre lodata, mi piaceva molto lavorare.»

Dina Fëdorovna: «Certo, il lavoro era pesante. Mamma raccontava di come camminassero per diversi chilometri in inverno, scavavano trincee là dove si trovava il fronte.»

Palageja Jakovlevna: «Abbiamo vinto comunque. Mi diedero una medaglia (“Per il lavoro valoroso” NdR.). Mi piaceva lavorare. Non mi risparmiavo. Lavoravo con gli uomini: in gruppi di tre trebbiavamo battendo con le catene. “Lavori come un uomo”, “lavori meglio di tutti” mi dicevano. La guerra durò cinque anni, e quando finì ne fummo molto felici.»

DOPO LA GUERRA

Dina Fëdorovna: «Papà ha combattuto ancora per un anno in Ucraina, ritornò nel 1946. Nel 1947 nacque la figlia maggiore. Io sono la terza, sono nata nel 1950.»

Palageja Jakovlevna: «Ecco una poesiola su di lei “Ti auguro buon compleanno, tanta salute e molti molti anni ancora di felicità. Di figlie così al mondo nessun altro ne ha.”. Non mi ha mai offeso. Lei (indica Dina Fëdorovna, NdR) è diversa, è più seria. Senza di loro non sarei vissuta così a lungo.

Dopo la guerra abbiamo iniziato a vivere meglio. Assieme alla nostra vicina tenevamo una mucca: un giorno la mungeva lei e un giorno noi. Non abbiamo mai litigato. Si viveva pacificamente. Avevamo un orto, lavoravamo la terra con le mani. Ci si svegliava presto lavorarla. Piantavamo patate, cavoli, cetriolini.

Quando è morto Stalin abbiamo pianto, ci siamo afflitti. Che dire… Di come si viveva sotto Chruščëv mi sono scordata, non saprei.»

Dina Fëdorovna: «Non cambiò nulla: di pane non ce n’era, per trovarlo andavamo in stazione dove distribuivano una pagnotta a testa.»

Palageja Jakovlevna: «Su Brežnev al villaggio composero una poesiola: “Chi vive bene? Brežnev, il Segretario Generale. E per tutti gli altri? Va sempre male.»

I TEMPI NUOVI

Dina Fëdorovna: «Mamma restò al paese mentre noi ci trasferimmo a Leningrado dove vivevano i parenti di papà sopravvissuti all’assedio. Durante la perestrojka la vita migliorò. Tutti i nostri familiari hanno un’opinione negativa della caduta dell’URSS. Non riuscivamo più a vederci con la sua figlia maggiore, cioè mia sorella, che viveva in Lituania. Prima ci andavamo spesso, poi invece serviva un visto.»

Palageja Jakovlevna: «Ci stupimmo tutti quando ci dissero che Zina avrebbe sposato un lituano. Io ho pianto, non volevo acconsentire. Ma poi ho detto “se lui ti piace, andate con Dio”. Adesso hanno figli e nipotini, vivono in America.»

Dina Fëdorovna: «Mamma ha due nipoti e due pronipoti. A Pietroburgo l’hanno portata nel 2001 (quando Palageja Jakovlevna si ruppe il femore, i parenti decisero di portarla in città per poterla accudire. NdR.). La casa al villaggio fu venduta ma esiste tuttora. Che bella, l’aveva costruita il nonno con le sue mani.»

Palageja Jakovlevna: « Sto molto bene qui con mia figlia. Ho delle brave figlie. Non mi offendono mai.»

 

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