Perché il gelato sovietico era considerato il migliore del mondo

Fonte: Bigpicture.ru. 26 novembre 2016. Tradotto da Graziella Portia

La storia di questa leccornia amata da grandi e piccini risale a più di 5000 anni fa. Sembra che già nell’antica Roma l’imperatore Nerone si concedesse questo freddo dessert.

Oggi esiste lo standard nazionale GOST (Standard statale nazionale, N.d.RIT) sul gelato al latte e alla panna. «Ciò significa che il gelato GOST viene fatto a base di latte».

Cos’ha di speciale il gelato sovietico, che manda tutti in estasi sin dall’infanzia? Si può discutere sul fatto se esista o meno. C’è da dire che senza dubbio a noi tutti il gelato ricorda una cosa sola. Una volta da noi non esisteva altro gelato oltre a quello al latte e alla panna. E ciò che contraddistingueva il gelato sovietico era proprio un deciso sapore di latte.

Gelato alla panna, alla frutta o ai frutti di bosco, o ancora bicchierini di wafer farciti con roselline alla crema, oppure gelato su stecco (detto eskimo, molto simile al cremino), o a cono con la glassa al cioccolato… Eccola: l’era del gelato sovietico! Circolavano addirittura leggende sulla sua qualità. E allora, qual è il segreto di questo sapore inimitabile?

Il gusto lo dobbiamo al GOST 177-41, standard secondo cui veniva prodotta la ghiottoneria più amata dai bimbi sovietici. Era considerato uno dei più rigidi e fu introdotto il 12 marzo 1941. Nel cholodok (“brividi” in russo, N.d.RIT) nazionale non vi era alcun conservante, solo latte naturale! E tutti i tipi di gelato venivano fabbricati con un’unica tecnica.

Inizialmente il potere sovietico non dava peso al gelato, considerandolo un prodotto dal sapore borghese, cosa che non potè che screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica proletaria. Col tempo il rapporto del governo con il gelato si “scongelò” e dopo la guerra iniziarono a pubblicizzarlo in qualunque modo.

Prezzi sovietici: gelato “con il cigno” – 13 copechi, al latte – 9 copechi, alla frutta – 7 copechi, gelato su stecco al cioccolato piccolo – 11 copechi, grande – 22 copechi, leningradskoe (“di Leningrado”, N.d.RIT) al cioccolato – 28, quello alla panna nel bicchierino di wafer farcito con la rosellina di crema – 28 copechi, così come la torta-gelato con la crema.

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La prima volta che il gelato venne trasportato sulle ferrovie industriali fu negli anni ’30. Uscì un decreto del Narkom (abbr. di Narodnyj Komissar, ossia Commissario del Popolo, autorità che nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa sostituiva la figura del Ministro. Essendo il Consiglio dei Ministri considerato un’istituzione borghese, dopo la Rivoluzione d’Ottobre si preferì sostituirlo con il Consiglio dei Commissari del Popolo, i quali regolamentavano, alla stregua dei Ministri, ogni aspetto di competenza del Governo, un Governo fatto per “gli operai e i contadini”, N.d.RIT) dell’Alimentazione Anastas Mikojan il quale insistette sul fatto che il gelato dovesse diventare un genere alimentare di massa ed essere venduto a prezzi accessibili. Secondo l’opinione del Narkom, il cittadino sovietico doveva poter mangiare almeno 5 kg di gelato all’anno! Gettò benzina sul fuoco anche il fatto che gli USA detenevano da tempo il primato. In America si producevano 600 mila tonnellate di gelato, mentre allora in Russia solo 8. Si decise di dare una svolta e Mikojan si diresse in USA per procurarsi l’attrezzatura necessaria. Già il 4 novembre 1937 in URSS venne prodotta la prima ghiottoneria sovietica. Poi aprirono impianti per la produzione a Mosca, Leningrado e Charkiv. Nel 1940 la potente fabbrica del gelato iniziò a lavorare a Kiev.

Bisogna riconoscere la qualità della produzione. A ogni porzione della “leccornia di neve” veniva dato un punteggio di 100. Se si discostava anche minimamente dal sapore, colore e odore originari, veniva considerato di scarto. Inoltre il tempo di produzione del gelato si limitava a una settimana. (Ora il gelato si può conservare circa mezzo anno!). E fu così che in termini di produzione e consumo di gelato l’URSS andò al secondo posto dopo gli USA. All’esportazione ogni anno erano destinate duemila tonnellate. All’estero il gelato sovietico era destinato alle élite. Lo servivano esclusivamente nei ristoranti costosi a un prezzo ben lontano da quello sovietico.

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In patria il gelato più buono del mondo non faceva in tempo ad andare a male, andava a ruba all’istante. Si vendeva per strada sui carretti oppure nei chioschi o nei caffè, a peso o in confezioni da 50 o 100 g. Negli anni ’50 per strada erano appesi cartelloni accattivanti sui quali erano disegnati pinguini col ghiacciolo, simbolo dell’URSS.

Il bicchierino alla panna costava 22 copechi, con 3 copechi in più si poteva avere la farcitura: marmellata o scaglie di cioccolato. C’era anche il gelato da 24 copechi, ma lo vendevano solo in un posto e raramente. Appena i commercianti venivano riforniti, la gente ne acquistava 5/6 pacchi alla volta in modo che bastasse a tutta la famiglia. La nonnina con la cuffia colorata apriva il contenitore di metallo e tu sceglievi quello che volevi. Se il gelato stava per finire, la gelataia allegramente diceva: «ci sarà tra due ore» oppure tristemente: «non vi mettete in fila», e allora tutti iniziavano a borbottare indignati.

Nei chioschi il gelato non c’era sempre, al massimo tre volte a settimana, motivo per cui si creavano file non indifferenti. E come inveivano le persone che erano venute dalle campagne apposta per il gelato! Si mettevano in fila e si facevano riempire dei vasi da tre litri. Nei caffè le palline colorate di gelato venivano servite in coppetta con il cucchiaino. C’era anche quello al cioccolato, alla creme-brulèe, alla frutta, con lo spumante o addirittura con acqua frizzante e sciroppo, o con il topping alla frutta.

Per i bambini delle campagne il gelato era un vero prodigio: nei negozi locali non lo fornivano. Per questo impararono a fare da soli questa rara prelibatezza: in delle tazze mischiavano neve con smetana (panna acida tipica, N.d.RIT) e zucchero. Veniva fuori quasi come quello vero, nonostante non avesse un bell’aspetto.

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Alcuni tipi di gelato sovietico erano unici. Ad esempio, il bicchierino di wafer farcito con la rosellina di crema o la famosa «Lakomka».  Dobbiamo la sua comparsa alla trovata dei meccanici che negli anni ’70 inventarono un particolare bocchettone grazie al quale era possibile applicare la glassa a colata e non per immersione.

Esisteva anche il gelato al pomodoro che molti non ricordano. Ma chi l’ha provato non potrà mai dimenticarne il gusto. Alcuni lo considerano una schifezza, altri vorrebbero tornare indietro nel tempo per provarlo ancora una volta.

Il gelato al pomodoro si vendeva in un bicchierino di carta con uno stecchetto in dotazione. Il sapore è singolare. Peccato che ora non lo producano. Era economico, solo 10 copechi. E se non ti bastavano i copechi, può succedere, metti casa sottosopra, rigiri tutte le tasche e puoi correre a prendere un gelato!

Un vero bottino era considerato il gelato Kaštan (“castagna”, N.d.RIT) a 28 copechi: prezzo pari a 9 viaggi sul tram!

Quello alla frutta non era considerato del tutto un gelato. Godimento senza eguali era il raro «Kaštan». Che cioccolato, da leccarsi i baffi! Altro che quello di adesso: dai un morso, e tutto il cioccolato si sgretola, come gli aghi di un abete secco.

Il tramonto del gelato sovietico avvenne con la perestrojka. E dal 1990 il Paese fu sommerso dal gelato di importazione, chiaramente con additivi chimici. Il sapore del vero gelato sovietico è però rimasto nei ricordi delle vecchie generazioni.

E in conclusione, su uno degli usi del gelato, questa fotografia non necessita commenti. 1962, Cannes. L’amica di Federico Fellini, Anouk Aimée, offre un gelato ai paparazzi.

 

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.

Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.