Fare la coda in Unione Sovietica

FONTE: cccp.temadnya.com , 3 Febbraio 2017 – Tradotto da: Massimiliano Macrì

 

In epoca sovietica, fare la coda divenne un fenomeno molto particolare. C’erano leggi non scritte, una terminologia peculiare, era la rappresentazione del bene e del male… Parleremo di questo fenomeno senza malizia.

 

 

Dopo tutto, non era semplicemente una parte della nostra vita, perché ha indubbiamente lasciato il segno sulla vera essenza dell’uomo-in-coda (очередник/očerednik: persona registrata in una lista d’attesa N.d.T.), fare la coda è diventato parte integrante del genotipo dell’uomo sovietico.

Probabilmente la cultura della coda in Unione Sovietica cominciò a svilupparsi negli anni ’30, dove da un lato c’era qualcosa per cui valeva la pena restare in piedi dietro a qualcuno e dall’altra parte c’era qualcosa che inevitabilmente mancava…

Nel 1937, lo storico e pedagogo Filevskij scrisse nel suo diario:

«… i negozi sono lussuosamente adornati, la coda per i negozi di calzature e stoffe è indescrivibile, le code non durano ore, ma un giorno. Anche nelle drogherie è difficilissimo acquistare a causa dell’esiguo numero di commessi, le code sono molto lunghe; solo per comprare un chilo di grano bisogna aspettare un quarto d’ora alla cassa e mezz’ora dal commesso»

Si è anche sviluppato un linguaggio proprio della coda. Quando qualcuno arriva chiede: «chi è l’ultimo?» uno risponde: «Io». Un altro arriva: «Io sono dietro di te», e poi chiede: «ma che cosa danno qui?». Humor russo… A Rostov invece, con un certo sarcasmo maligno dicono: «Che cosa buttano via qui?». Recentemente ci sono state delle proteste quando qualcuno chiedeva: «Chi è l’ultimo?» perché alcuni considerano questa domanda offensiva e così è stata introdotta l’espressione: «Chi è l’estremo (della coda)».

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Visto che vitalità le tradizioni?! Queste frasi banali hanno saldamente fatto parte della vita e del vocabolario sovietico per molti decenni. Le code in URSS erano a lunga durata (coda strategica), a medio durata (coda tattica) e a breve durata (coda operativa).

Al primo tipo appartenevano le code per un appartamento o per un’auto. In questo caso l’attesa delle persone si poteva protrarre per anni o a volte persino per decenni.

 

 

Il secondo tipo includeva la coda per grandi elettrodomestici e mobili. In questo caso, l’attesa poteva durare da un paio di giorni o talvolta anche per settimane. A ogni očerednik, cioè la persona in lista d’attesa, era assegnato un numero, che spesso si scriveva sulla mano a penna. Una volta creata la lista, si stabiliva il tempo d’attesa per l’appello nominale. Chi avesse saltato l’appello veniva automaticamente eliminato dalla coda e poteva accomodarsi dietro per ultimo. Molto spesso in queste situazioni le persone stringevano amicizia e in alcuni casi anche qualcosa di più. La comune sensazione di finire presto la coda contribuiva a far avvicinare le persone.

 

 

Le code erano di solito calme e amichevoli, almeno finché qualcuno non provava a penetrare nella coda con prepotenza.

Il nervosismo a sua volta dipendeva dal fatto che ci si preoccupava se sarebbe bastato o no quello per cui ci si affannava a fare la coda. Tanto per dire, la coda per entrare nel Mausoleo (di Lenin N.d.T.) era tranquillissima, così, s’intende, si manifestava la fiducia nel futuro del popolo sovietico.

Naturalmente gli argomenti trattati mentre si era in coda vertevano sull’oggetto del desiderio. Quindi, se in coda per degli stivaletti alla moda, si parlava delle ultime tendenze della moda contemporanea, e se c’erano degli esperti si potevano anche conoscere le ultime tendenze parigine.

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La coda all’ospedale dotava di un inestimabile bagaglio di conoscenza su ogni malattia o acciacco e le relative cure per combatterli. Qui inoltre si discuteva qualcosa di particolarmente delicato, continuare o no a portare la cioccolata “Alenka” alla dottoressa per essere trattati con un occhio di riguardo.

Le code potevano essere suddivise per sesso: solo donne, solo uomini o promiscue.

Le code invalicabili per eccellenza erano quelle formate da donne. Nonostante l’apparente morbidezza esterna, introdursi davanti alla coda era assolutamente impossibile e molto pericoloso per la salute.

Le code maschili, malgrado sembrassero austere, non erano poi così solide e robuste. A volte bastava un po’ di sfacciataggine oppure avere qualche chilo e centimetro in più per allontanare un očerednik dal bancone, ignorando il tradizionale “voi non eravate nella coda”.

La fase più bella delle code maschili fu nel periodo tardo sovietico, quando a cause degli sforzi del Partito e soprattutto di Gorbaciov, l’alcool finì nella categoria dei beni scarsi.

 

 

Anche in queste file le donne riuscirono a portare confusione.

 

 

Beh, poi c’erano le code ai grandi magazzini. All’inizio erano belle, perché si contorcevano e vorticavano tra scale e rilievi costeggiando gli ostacoli, ma non molti artisti d’avanguardia sono riusciti a rappresentarle con grazia nello loro opere… Un fascino particolare avevano le code che strisciavano per i corridoi comuni dei negozi e dei diversi reparti, come avveniva ai grandi magazzini GUM di Mosca.

C’erano file “monocoda”, “bicoda” e “multicoda”. Di particolare interesse era il modo in cui due code si “accoppiavano” formando un singolo tronco man mano ci si avvicinava al bancone. In questo processo c’erano senz’altro degli elementi di erotismo.

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Tutto sommato, nonostante tutta l’avversione che può generare, bisogna dire che il fenomeno della coda era uno strumento comunicativo molto potente. Stando in coda le persone si scambiavano informazioni, venivano a conoscenza di notizie, facevano amicizia e creavano importanti e duraturi legami tra di loro.

 

 

Nato tra due mari, nel punto più ad est d’Italia, dalle parti di Lecce, in un sole troppo forte da sopportare. Ho studiato prima letteratura russa e inglese poi traduzione presso l’Università del Salento. Nel mezzo ho viaggiato per mezza Europa e vissuto e lavorato a Vilnius, Mosca, Kiev e Berlino ed ora a Londra. Eclettico e poliedrico, sono appassionato di fotografia, viaggi, arte, letteratura e opera, gioco a rugby da amatore. Se amo tutto ciò che riguarda la Russia lo devo anche a mio nonno che quando aveva 80 anni (ora ne ha 93) ha cominciato a studiare il russo dopo aver passato la sua vita in mare. Il mio sogno è di spingermi a est: a Vladivostok!

Massimiliano Macrì

Nato tra due mari, nel punto più ad est d’Italia, dalle parti di Lecce, in un sole troppo forte da sopportare. Ho studiato prima letteratura russa e inglese poi traduzione presso l’Università del Salento. Nel mezzo ho viaggiato per mezza Europa e vissuto e lavorato a Vilnius, Mosca, Kiev e Berlino ed ora a Londra. Eclettico e poliedrico, sono appassionato di fotografia, viaggi, arte, letteratura e opera, gioco a rugby da amatore. Se amo tutto ciò che riguarda la Russia lo devo anche a mio nonno che quando aveva 80 anni (ora ne ha 93) ha cominciato a studiare il russo dopo aver passato la sua vita in mare. Il mio sogno è di spingermi a est: a Vladivostok!