La tragedia di Ulu-Telyak: “Se esiste l’inferno, era lì”

Fonte Komsomolskaja Pravda, 03/06/2017. Articolo di Elvira Ibragimova e Tatiana Lungu. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Il 4 giugno 1989 sulla tratta Aša-Ulu-Telyak avvenne la più terribile tragedia ferroviaria nella storia della Russia

Quando due treni – il Novosibirsk-Adler e l’Adler-Novosibirsk – passarono uno accanto all’altro, esplose del gas accumulatosi in un avvallamento. Stando ai dati ufficiali morirono 575 persone. Dopo un quarto di secolo i testimoni della tragedia rammentano quel giorno.

In ospedale incontrò la futura moglie

Nel 1989 Sergeij Vasilev aveva 18 anni. Lavorava come macchinista del treno “Novosibirsk-Adler”. Dopo i fatti di Ulu-Telyakom fu insignito dell’ordine “Per il coraggio personale”.

“Dopo tre giorni avrei dovuto partire per il servizio militare. Era possibile che mi mandassero in Afghanistan. Almeno io la pensavo così. Quel giorno non c’era nessun presentimento di disgrazia. Ci riposammo a Ust-Katav, agganciammo il treno e tornammo a casa. Naturalmente feci caso ad una brutta nebbia che si estendeva sulla terra.

Dopo l’esplosione ripresi i sensi a terra, lì intorno tutto bruciava. Il macchinista era chiuso in cabina. Iniziai a tirarlo fuori, era un uomo robusto, pesante. Come seppi più tardi, morì in ospedale dopo sei giorni. Subito dopo averlo estratto, vidi che la porta era bloccata da una griglia, ma in qualche modo ebbi la meglio.

Uscimmo a stento. Pensai che il mio macchinista non poteva alzarsi, era completamente bruciato, a malapena si muoveva… Ma si alzò e si incamminò! Uno shock. Avevo l’80% di ustioni, sul corpo erano rimaste solo le spalline, la cintura e le scarpe senza suola.

In uno dei vagoni viaggiava una nonna con i cinque nipoti, andavano al mare. Batté sul finestrino ma non riuscì a rompere il doppio vetro. La aiutai, ruppi il vetro con una pietra, lei mi passò tre nipoti. Tre sopravvissero, due morirono lì… Anche la nonna sopravvisse, in seguito mi trovò in ospedale a Sverdlovsk.

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La prima cosa a cui pensai allora era che la guerra era iniziata e che quello fosse un bombardamento. Poi venni a sapere che la causa dello scoppio era stata la negligenza di qualcuno, mi prese una rabbia… E non mi lascia ormai da 25 anni. Passai quasi tre mesi in ospedale, lì mi ricomposero da capo un pezzo alla volta. In ospedale conobbi la mia futura moglie. Successivamente provai a lavorare ancora come aiuto macchinista. Resistetti un anno: non appena il treno si avvicinava a quel posto, mi saliva subito la pressione. Non ci riuscivo. Mi trasferii e diventai ispettore dei vagoni. Questo è stato il mio lavoro fino ad oggi.”

“Un mucchio di cenere e, in mezzo, un fermaglio della cravatta. Era di un giovane soldato”

Anatolij Bezrukov, poliziotto della cittadina “Krasnij Voshod”, aveva 25 anni. Dai vagoni in fiamme salvò sette persone e aiutò a portare le vittime in ospedale.

“Inizialmente ci fu un’esplosione, poi una seconda. Se esiste l’inferno, era lì: nell’oscurità ti arrampichi su questo rilevato (cumulo di terra sulla cui sommità si trova la piattaforma ferroviaria, ndt), davanti a te fuoco da cui strisciano fuori persone. Vidi come un uomo brucia con le fiamme blu, com’è la pelle a brandelli sul corpo, una donna sui binari con la pancia tagliata e aperta. E il giorno successivo andai subito a lavorare sul posto, iniziammo a raccogliere prove materiali. E vidi della cenere, tutto ciò che era rimasto di una persona, e in mezzo brillava un fermaglio della cravatta, stava a significare che era un giovane soldato. Non ebbi neppure paura. Non può essere più spaventoso di ciò che provarono coloro che erano in quei treni. L’odore di bruciato si sentì ancora per molto tempo…”

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“Molte persone e tutte chiedevano aiuto”

L’abitante di “Krasnij Voshod” Marat Yusupov ha ora 56 anni. Il giorno della catastrofe Marat salvò dal vagone quattro persone e caricò la macchina di feriti gravi.

“Intorno a questi treni era sparito il bosco, nonostante fosse fitto. Tutti gli alberi erano stati buttati giù, c’era della canapa nera. La terra era completamente bruciata. Ricordo moltissime persone, chiedevano tutte aiuto, si lamentavano del freddo, nonostante per strada fosse caldo. Ci togliemmo tutti i nostri vestiti e glieli demmo. Io per primo glieli portai ad una bambina piccola, non so se sia viva…”

Capanne rosse sul posto dei vagoni in fiamme

Sergeij Kosmatkov, capo del soviet agricolo “Krasnij Voshod”: “Tutto bruciava, ci furono 575 vittime, in realtà 651. Semplicemente non riuscirono ad identificarli, dei resti erano rimaste soltanto le ossa. Due giorni dopo l’incendio arrivarono dei lavoratori a posare nuovi binari, esattamente sui resti. Allora la gente prese posizione, raccolse tutto in sacchetti e li seppellì proprio accanto i binari. E tre anni dopo innalzammo un obelisco. Simbolizza due rotaie fuse e allo stesso tempo un profilo femminile. Inoltre vicino alla ferrovia ci sono capanne rosse. Sono state installate nei luoghi dove si trovavano i vagoni completamente in fiamme. Lì i parenti si radunano, ricordano.”

Fatti importanti sulla catastrofe

Nella notte del 4 giugno 1989 al km 1710 della tratta Aša-Ulu-Telyak, quasi al confine con la regione di Cheljabinsk, si incrociarono due treni, il Novosibirsk-Adler e l’Adler-Novosibirsk. L’esplosione rimbombò all’una e 14 minuti, i vagoni pesanti tonnellate volarono via nel bosco come schegge. Di 37 vagoni sette andarono completamente in fiamme, 26 bruciarono dall’interno, 11 si levarono e saltarono via dai binari.

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Questo incrocio non avrebbe dovuto avvenire. Ma un treno ritardò a causa di guasti tecnici e dal secondo fecero scendere una donna che aveva iniziato a partorire.

Nei due treni, stando ai dati ufficiali, si trovavano 1284 persone, ma in quegli anni sui biglietti non si scrivevano i cognomi, i “portoghesi” si introducevano facilmente e i bambini fino ai cinque anni viaggiavano senza biglietto. Perciò, è probabile che ci fosse più gente. Nelle liste delle vittime si trovano spesso cognomi uguali poiché le famiglie andavano e tornavano dalle vacanze.

A distanza di un chilometro dalla ferrovia c’era un gasdotto che era stato costruito quattro anni prima della tragedia. E, come fu chiarito nel corso delle indagini, era stato costruito non regolarmente. Il gasdotto correva su un avvallamento, tra il bosco, mentre la ferrovia era su un terreno innalzato. Sul tubo apparve una crepa, il gas iniziò gradualmente ad accumularsi nell’avvallamento e arrivò ai treni. Cosa servì da detonatore non è ancora noto. Probabilmente un mozzicone di sigaretta gettato casualmente dal treno oppure una scintilla da sotto le ruote.

Tra l’altro, un anno prima di questo fatto c’era già stata un’esplosione in questa conduttura. Allora morirono alcuni lavoratori. Ma nessun provvedimento fu preso. Per la morte di 575 persone furono puniti i deviatori ferroviari, lavoratori addetti a quel tratto. Gli furono dati due anni di prigione.

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Attualmente sono studente magistrale presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Nel tempo libero insegno italiano a ragazzi russi. Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

Alessandro Lazzari

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Attualmente sono studente magistrale presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Nel tempo libero insegno italiano a ragazzi russi. Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.