5 eroi di Stalingrado

Fonte: russian7.ru

“Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”, lo slogan di Dolores Ibarurri, il cui figlio morì per una ferita riportata nella carneficina di Stalingrado, descrive nel miglior modo possibile e con precisione lo spirito combattivo dei soldati sovietici di fronte alla battaglia fatale.

La battaglia di Stalingrado mostrò a tutto il mondo l’eroismo e l’incomparabile coraggio del popolo sovietico. Tanto negli adulti quanto nei bambini. Fu la più sanguinosa battaglia della Seconda guerra mondiale e punto cardine per il cambiamento del suo corso.

Maksim Passar

Maksim Passar, come Vasilij Zajtsev, era un cecchino. Il suo cognome, inusuale per le nostre orecchie, si traduce dalla lingua Nanai come un “occhio preciso”. Prima della guerra era un cacciatore. Subito dopo l’attacco dei nazisti Maksim si arruolò come volontario, e frequentò la scuola per cecchini. Dopo la scuola si ritrovo nel 117° reggimento di fanteria, 23 divisione di fanteria della 21° armata, mentre dal 10 novembre 1942 venne spostato nella 65° armata, 71° divisione. La fama del preciso Nanai, quella di avere la rara capacità di vedere al buio come di giorno, si diffuse immediatamente prima nel reggimento e infine in tutta la prima linea del fronte. Nell’ottobre 1942 “occhio preciso” era riconosciuto come il miglior cecchino del fronte di Stalingrado e come ottavo nella tabella dei migliori cecchini dell’Armata Rossa. Al momento della morte, il conto di Maksim Passar era di 234 fascisti uccisi. I tedeschi avevano paura del preciso Nanai, e lo chiamarono il “diavolo del nido di demoni”. Produssero apposta dei volantini dove era disegnato Passar, con l’invito ad arrendersi. Maksim Passar morì il 22 gennaio, 1943, prima della sua morte riuscì a freddare due cecchini. Questo cecchino venne insignito due volte dell’Ordine della Stella Rossa, oltre a diventare nel 2010 un Eroe della Russia.

Jakov Pavlov

Il sergente Jakov Pavlov è stato l’unico ad aver ricevuto il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica per la difesa di una casa. La sera del 27 settembre 1942 aveva ricevuto dal tenente Naumov l’ordine di verificare la situazione in un edificio di 4 piani nel centro della città, che ha avuto un posizione tattica importante. Questa casa è entrata nella storia della battaglia di Stalingrado come la “Casa di Pavlov”. Con tre soldati – Černogolovyj, Glushchenko e Aleksandrovyj, Jakov riuscì a impossessarsi dell’edificio battendo i tedeschi. In breve tempo il gruppo ricevette rinforzi, rifornimenti di munizioni e una linea telefonica. I fascisti attaccarono continuamente l’edificio, cercando di distruggerlo con l’artiglieria e bombe aeree. Manovrando abilmente le forze del piccolo “presidio”, Pavlov evitò grandi perdite e per 58 giorni e notti difese la casa, non permettendo al nemico di sfondare sul Volga. Per molto tempo si è creduto che la casa Pavlova venne difesa da 24 eroi di nove diverse nazionalità. Si erano dimenticati del 25°, il calmucco Badmaevič Hoholov, rimosso dalla lista dopo la deportazione dei Calmucchi. Solo dopo la guerra e la deportazione ricevette un riconoscimento militare. Il suo nome fu restaurato come uno dei difensori della Casa di Pavlov solo 62 anni più tardi.

Ljusja Radyno

La battaglia di Stalingrado ha mostrato il coraggio senza precedenti non solo degli adulti ma anche dei bambini. Una delle eroine di Stalingrado divenne una ragazza di 12 anni, Ljusja Radyno. Si trovava a Stalingrado dopo essere stata evacuata da Leningrado. Nel campo dove era la ragazza arrivò un ufficiale in cerca di una serie di giovani scout per ottenere informazioni preziose dietro le linee nemiche. Ljusja si offrì immediatamente volontaria. Nella prima uscita nelle retrovie del nemico Ljusja venne arrestara dai tedeschi. Lei gli disse che stava andando nei campi, dove altri bambini coltivavano degli ortaggi per non morire di fame. Gli credettero e la mandarono in cucina a pelare delle patate. Ljusja si rese conto che sarebbe stata in grado di conoscere il numero dei soldati tedeschi, bastava contare il numero di patate pelate. Inoltre riuscì a fuggire con questa informazione. Ljusja andò dietro la linea del fronte per sette volte, non commettendo mai errori. Ljusja fu insignita dal comando con le medaglie “per il coraggio” e “per la difesa di Stalingrado”. Dopo la guerra, la ragazza tornò a Leningrado, prese la laurea presso l’Istituto, mise su famiglia e lavorò per molti anni presso la scuola, insegnando ai piccoli della scuola Grondenskaja №17. Gli studenti la conoscevano come Ljudmila Vladimirovna Besčastnova (Radyno era il cognome da nubile, ndr).

Vasilij Zajcev

Il leggandario cecchino della seconda guerra mondiale Vasilij Zajcev durante i sei mesi della Battaglia di Stalingrado uccise più di duecento soldati e ufficiali tedeschi, tra cui 11 cecchini. Fin dal primo scontro con il nemico Zajcev si è distinto come un tiratore straordinario. Con un semplice fucile Mosin-Nagant era in grado di liquidare il soldato nemico. In guerra gli furono molto utili i saggi consigli di caccia del nonno. Più tardi Zajcev disse che una delle qualità principali di un cecchino è la capacità di nasconderesi e di essere poco appariscente. Questa qualità è necessaria ad ogni buon cacciatore. Nel giro di un mese più tardi Vasilij Zajcev ricevette una medaglia “per l’ardimento” per aver mostrato zelo marziale, e in aggiunta ad esso un fucile da cecchino! A quel punto l’accurato cacciatore aveva già steso al suolo 32 soldati nemici. Vasilij, come in una partita a scacchi, aveva giocato meglio loro avversari. Per esempio aveva fabbricato un manichino somigliante a un cecchino da porre nelle vicinanze del posto in cui stava nascosto. Non appena volta che il nemico si palesava con uno sparo, Vasilij cominciava ad attendere pazientemente il suo emergere dal nascondiglio. Il tempo non aveva importanza. Zajcev non solo sparava con precisione, ma era al comando di una squadra di cecchini. Aveva accumulato una notevole materiale didattico da permettergli in seguito di scrivere due libri di testo per cecchini. Per il valore e l’abilità militare e per aver comandato la squadra di cecchini Zajcev ha ricevuto il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, è stato insignito dell’Ordine di Lenin e della medaglia “Stella d’oro”. Dopo essere stato ferito, ed aver quasi perso la vista, Zajcev è tornato al fronte ed è arrivato alla vittoria con il grado di capitano.

Ruben Ibarruri

Sappiamo tutti che lo slogan «No pasaran!», che si traduce come “Non passeranno!”. Venne declamato il 18 luglio 1936 dalla comunista spagnola Dolores Ibarruri Gomez. A lei appartiene anche il famoso slogan “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Nel 1939 è stata costretta ad emigrare in Unione Sovietica. Il suo unico figlio, Ruben, era in Unione Sovietica già da prima, nel 1935, quando Dolores venne arrestata, egli venne accolto dalla famiglia Lepešinskij. Nei primi giorni della guerra Ruben si unì all’Armata Rossa. Per l’eroismo mostrato nella battaglia per il ponte sul fiume Beresina, vicino alla città di Borisov, ricevette l’Ordine della Bandiera Rossa. Durante la battaglia di Stalingrado, nell’estate del 1942, il tenente Ibárruri comandò una compagnia di mitraglieri. Il 23 agosto la compagnia del tenente Ibárruri con un battaglione di fucilieri doveva trattenere l’offensiva di un gruppo di carri armati tedeschi presso la stazione ferroviaria Kotluban. Dopo la morte dell’ufficiale, Ruben Ibarruri prese il comando del battaglione e lanciò una controffensiva che ebbe successo: il nemico fu stato respinto. Tuttavia il tenente Ibarurri venne ferito in questa battaglia. Questo eroe fu mandato in ospedale a Leninsk dove morì il 4 settembre 1942. Venne sepolto a Leninsk, ma in seguito fu spostato sul Viale degli Eroi nel centro di Volgograd. Fu insignito del titolo di Eroe nel 1956. Dolores Ibarruri ha visitato più volte la tomba del figlio a Volgograd.

Nel giugno 2015 ho creato Russia in Translation con lo scopo di fornire traduzioni in lingua italiana di articoli dalla stampa russa.

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