Mosca. Libertà. Internet.

Fonte: Novaya 23/07 traduzione di Federico Lattante

Il reportage di Aleksej Polikovskij sulle manifestazioni contro la censura in rete.

Alle due del pomeriggio, improvvisamente, levandosi su nel cielo estivo sopra le vie deserte della domenica moscovita, rimbalzando sulle mura delle vecchie case di Mosca, attraverso le verdi chiome di magici giardini alberati, rimbomba l’urlo di qualcuno : «Russia senza Putin!» Inizia la marcia.

Dritta, dritta lungo il viale Strastnoj e Petrovskij, giù verso boulevard Trubnoj, e poi su per boulevard Rozhdestvenskij, sfila la marcia per la liberazione di Internet. 5000 persone sono accorse lungo i viali, in una marcia con uno stile e caratteristiche tutte sue.

Ciascuno qui ha la sua bandiera, tanto che lungo il viale sembra muoversi una densa sfera di uomini avvolta in uno spesso telo mosso dal vento. Nessuno è muto, ognuno fa sentire la sua voce, così forte che la marcia si fa rumorosa, assordante, più di quanto non abbiano fatto proteste di 10 mila persone, dove 10 metri separano le bandiere l’una dall’altra e dove i cori di protesta esplodono ogni 5 minuti.

Per mezzora un coro di mille voci, come fossero una sola, ha risuonato senza sosta durante la marcia, con passione e con indignazione, accompagnate da un tono canzonatorio diretto alla follia delle istituzioni. Una ragazza battendo su un tamburello, tiene il ritmo. Un berretto nero in testa pesanti stivali sporchi ai piedi, e sul petto un’immagine del gruppo Rock “Sonic Youth”. Bene così.

Il folle Postpunker americano avrebbe di certo apprezzato il suo tamburo bordeaux, l’irriverente Kim Gordon l’avrebbe chiamata “Sorella”. Battono, battono i tamburi, scandendo il ritmo dei cori di 1000 giovani voci.

  • Libertà! Parola! Dappertutto! E sempre!
  • Verità! Senza censura!
  • Oggi la censura! Domani la prigione!
  • Via la censura! Via la dittatura!

Molti megafoni. «Vanja, forza!» ― dice un alto ragazzo dai capelli lunghi con una maglia grigia e una scritta misteriosa “All capybares are beautiful” Cosa sono i capybares? Vanja urla così forte da tapparsi le orecchie.

Davanti, in testa alla marcia, per tutta la larghezza capeggia uno striscione con scritto nero su bianco: “Via la censura russa!” La maggior parte dei manifestanti, libera, colorata, anarchica, già nel futuro hightech, sventola bandiere dei pirati e del Parnas (Partito di Liberazione Popolare), ed unita insieme intona: “Internet libero! Paese libero!!” È proprio per questo che la sinistra inonda i viali di un denso rosso, il rosso dei pochi temerari del Levyj Blok (Blocco di Sinistra), che non molto tempo fa aveva bloccato le porte del Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa) con delle catene per biciclette, e ora manifestano con forza e passione: “Internet non si censura! Meglio sciogliere la Duma!” Con un rosso più tenue, manifesta anche il Revoljutsionnaja Rabočnaja Partija (Partito di rivoluzione operaia), che spero alla fine abbia rimpiazzato tutti coloro che fingendosi di sinistra occupavano comodi posti all’interno della Duma.

Sono tutti giovani, e nell’ala destra sfila una ragazza dai capelli rossi raccolti in un foulard nero con su scritto Cannabis, un cappotto rosso a quadri di una giovinezza appena passata, ai piedi delle scarpe da ginnastica strette da lacci verde acido. Ride e agita le mani tra le file, mostrando un cartellone, sul quale un operaio batte dei bulloni con scritto:

  • La nostra risposta al RKN (Roskomnadzor) ― mondo libero, senza barriere!

Subito dopo la sinistra, con bandiere bianche-rosse e nere, marciano inferociti i nazionalisti, 100 voci all’unisono intonano: «Libertà ai prigionieri politici! Libertà di parola! Libertà di riunione! No alla censura! No alla repressione! Jarovaja russofibica! Al diavolo la repressione!»

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Cosa poteva mai essere così scomodo da arrecare danno a tutti e unire tutti contro di sé? La sinistra e la destra, nazionalisti e cosmopoliti, pacifisti e attivisti, comunità LGBT e bambini, uno dei quali, tutto occhiali e serietà con indosso una maglia con su scritto #nadoel (stufo) tiene alto un cartellone citante la costituzione: “Si garantisce la libertà dei mezzi di informazione. Proibita la censura”.

Ehi, voi, là, al Roskomnadzor, avete sentito il ragazzo? Verrà presto da voi e chiuderà il vostro ente malsano poiché inutile. Non è una marcia politica, sebbene siano presenti i rappresentanti dei partiti. Questa è la marcia di giovani cittadini con l’orecchino, la marcia di ciocche sulle spalle e di capelli rasati, di occhiali da sole neri a specchio e di zaini con stampato l’orso della libera California, la marcia di giovani ragazze in shorts, che sollevano alto con le mani piene di anelli un cartellone con scritto “YouTube ≠ Кремль”, la marcia dei giovani dal volto intelligente che, a differenza della prepotentе e arrogantе pochezza di ogni genere, hanno opinioni, punti di vista, pensieri e morale. Uno di loro mi ha mostrato il suo striscione: “Non permetto che l’FSB (Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa) sappia di me più di quanto io non sappia di loro”.

Giusto, amico. E poi ci sono Tor, Tails, Signal Messenger, resi chiaramente inutilizzabili in Russia. Rimangono I2P e Diaspora (vedi nota). Chiuderanno anche le FSB, Ljubjanka diverrà un museo dell’orrore. La sede non è conforme alle norme russe e alla libera vita. Intanto un ragazzo con uno zaino a bretelle azzurre ed un cartello, avanza una richiesta «non un byte tra le VPN . Zero DPI  — Non ficcate il naso nel mio traffico!»

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Rispondono ruggendo i proletari sotto bandiere rosse ― «Lavoratori! Lavoratori! La censura facciamo fuori!»

Capelli rosa e rossi, mini gonne, stringhe verdi, bandiere vivaci, risate, bracciali dell’amicizia, capelli neri raccolti da un berretto nero. Marciano tre ragazze alle quali la polizia ha sequestrato la bandiera LGBT e uno striscione, vicino alle transenne. Allora presi tre fogli di carta le ragazze hanno ri-scritto nel primo: “#Sokolovskij non è un terrorista!” e, sul secondo e terzo: “Ci hanno tolto lo striscione!” e “Ci hanno tolto lo striscione e la bandiera!”. Così, al centro del viale Saharov, le tre ragazze li tengono alti.

Internet è qui. Internet è nell’aria, è ovunque. Internet è vita. «Internet non si ferma!». Una ragazza con un cappello da uomo dai capelli color rame brillante e una borsa a penzoloni sulle ginocchia, marcia per il viale con uno smartphone alla mano e il viso fisso sullo schermo. Non alza la testa neanche per un istante, è una fortuna che non inciampi e cada, vivendo qui e nella rete, marciando nella protesta e al contempo comunicando online.

Un ragazzo con un berretto al contrario, di colpo apre il cappotto nero verso di me. Sul petto un cartello: «Pss, ragazzo, vuoi un po’ di internet?», e ai lati sul cappotto, i loghi di Wikipedia, Facebook, YouTube, Google e Linkedin. Spacciare è illegale! Commerciante clandestino! Volete un po’ di Facebook di contrabbando per stasera? É il teatro di un solo attore, che ci trascina sulla scena di una distopia, nella quale Internet è diventato vittima di un generale, seduto in ascolto sull’unico server disponibile.

Qua e là appaiano scritte a mano parole del 1968: “Vietato vietare”. Ehi, Cohn-Bendit (uno dei leader della rivolta studentesca a Parigi nel maggio del 1968 – Red.), non sei stanco di ingrassare a Strasburgo? La tua capigliatura rossiccia manca qui per le strade moscovite!

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Si sposta per i viali di una domenica la marcia, cori assordanti che fan tremare i vetri alle finestre e volar via i corvi. Al momento giusto dai megafoni dei manifestanti in testa alla marcia partono le hit parade. Tra le file dei nazionalisti un grosso signore con la barba rossiccia e una camicia da cowboy con doppio risvolto alle maniche mostrando le forti braccia, lancia un urlo con tutte la forza del suo ampio petto e dei suoi 100 chili. In testa ai socialisti capeggia un omone altrettanto minaccioso con forti bicipiti stretti in una maglia arancione, con dei pantaloni mimetici, un berretto e zaino sulle spalle e uno più piccolo sul ventre.

Davanti, alle file dei freeBogatov, dove marcia Tat’jana Fedorov, moglie di Dmitrij Bogatov, ci sono: giovani coraggiose, che picchettarono l’amministrazione del presidente, un cittadino completamente rasato manifesta con il megafono con occhiali neri e zaino, nel quale custodisce quasi sicuramente un notebook con Kali Linux (Os, utilizzato per i controlli di sicurezza. Esso rientra nell’arsenale dell’hacker, utilizzato per le ricerche delle “falle”) Ma in questa gara di megafoni e cori io non scommetto su questi, ma su ragazzino in t-shirt bianca come le scarpe e un paio di pantaloncini rosa che da solo da voce a 120 decibel.

Cammina all’indietro, un passo alla volta, sollevandosi e gettando uno sguardo intenso verso il corteo da sotto le sue folte sopracciglia nere, colmo di rabbia e passione, singhiozza sotto il cielo di un azzurro estivo e felice al centro di Mosca, a voce rauca, nella quale eccheggiano la sabbia e lo smeriglio, whisky e blues , punk e rock, il trambusto di strada e il crepitio del fuoco:

  • Zharov vada pensione!
  • Via la legge Jarovaj!
  • La russia sarà libera!

Ed è questo il rock n’ roll. Il rock n’roll non è lo strimpellare di malinconici rocker russi, che mettono in scena intense emozioni, ma sono tutti coloro che riempono le vie protestando contro la guerra e il fascismo; il rock n’ roll non è musica commerciale o riflessioni da divano sul buddismo, è l’energia di un giovane ragazzo in pantaloncini rosa, che grida a squarciagola per i boulevard moscoviti, è il ruggito furioso di una protesta.

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all’Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l’ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.

Federico Lattante

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all’Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l’ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.