Kursk 17 anni dopo: un esperto mostra delle foto finora inedite del sottomarino

Fonte REN TV 12/08/2017 

Il 12 agosto del 2000, esattamente 17 anni fa, nel mare di Barents affondò il sottomarino a propulsione nucleare “Kursk”. L’operazione di salvataggio si protrasse dal 13 al 21 agosto senza dar risultati: perì l’intero equipaggio di 118 persone. Il sottomarino venne recuperato dal mare di Barents l’anno successivo.

Secondo la versione ufficiale vi fu un’avaria causata dall’esplosione di un siluro nel tubo lanciasiluri n°4. Gli investigatori ritengono che l’esplosione venne provocata da una fuga di miscele di idrogeno. Successivamente si verificò un’esplosione anche degli altri siluri. I documenti circa la tragica morte del sottomarino a propulsione nucleare “Kursk” vennero secretati. I giornalisti di REN TV hanno incontrato Aleksandr Gorbunov che all’inizio degli anni 2000 era un esperto senior e criminalista del laboratorio medico-giudiziario n° 1082 della Flotta del Nord. Col suo aiuto furono recuperati 37 corpi dei sommergibilisti defunti del “Kursk”.

Aleksandr Vladimirovič quando veniste a sapere che avrebbe partecipato alle ricerche sulla catastrofe del “Kursk”?

Erano passate circa due settimane dalla catastrofe quando divenne chiara una cosa: bisognava prepararsi al riconoscimento dei sommergibilisti morti. La dirigenza decise allora che avrei partecipato alla raccolta delle informazioni di polizia scientifica. Ciò avrebbe permesso di identificare tutti i membri dell’equipaggio. Venni distaccato nel villaggio di Vidjaevo. Lì vivevano i parenti dei marinai e, insieme agli investigatori, interrogammo parenti, amici e commilitoni dei marinai del “Kursk”.

Avevate il compito di capire come era morto l’equipaggio? Che cosa avevate bisogno di sapere?

Anamnesi, raggi x, libretti  e tessere sanitarie: in primis facemmo richiesta d’informazioni alle strutture mediche e poi studiammo e sistemammo i documenti ricevuti. Tutto questo formò il nostro database. Venne poi data una particolare attenzione alle caratteristiche esteriori. Qui ci aiutarono i parenti. Utilizzando le informazioni ricevute creammo delle carte per le identificazioni. Qualcuno ci aiutò dandoci delle fotografie degli archivi di famiglia. Qualcuno dei defunti aveva ad esempio dei tatuaggi: verificammo quindi e in quale parte del corpo. Soprattutto se non vi era immagine del gruppo sanguigno ma, ad esempio, di uno squalo o di un sottomarino. Naturalmente erano rimasti bene impressi nella memoria. Successivamente, durante i lavori all’interno del sottomarino, naturalmente io mi ricordavo chi e cosa era stato detto di ogni sommergibilista eroe. Immaginate che furono realizzati circa 100 protocolli per gli interrogatori. Tutto ciò serviva per le identificazioni: nessuno sapeva in che condizioni sarebbero stati i corpi una volta recuperati. Dico subito che con noi vi era sempre una ambulanza la quale dovette spesso soccorrere i parenti: non era facile parlare di figli e fratelli morti.

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Durante il controllo degli scompartimenti cosa vi sbalordì di più?

Lavoravamo giorno e notte. Iniziammo dall’ottavo scompartimento. Ci venne dato il compito di trovare e recuperare i corpi. Laggiù c’era l’acqua ed era ricoperta da uno strato di olio combustibile e nell’aria vi era una grande concentrazione di monossido di carbonio. Oscurità totale. Andammo laggiù con tute speciali e maschere per respirare: era impossibile lavorare senza. Respirare qualche secondo senza le bombole d’ossigeno avrebbe significato la morte di tutti noi.

A guidare e direttamente partecipare al sopralluogo vi era il responsabile del gruppo investigativo Egiev Artur Levonovič allora investigatore senior per le situazioni di emergenza della Procura militare generale. Dentro era come alcuni fotogrammi di film dell’orrore. Era evidente: i ragazzi avevano fatto tutto il possibile per salvarsi. Dappertutto vi erano apparecchiature per la rigenerazione d’ossigeno, mute di salvataggio, quelle.. arancioni. Sul volto di diversi sommergibilisti sono state trovate maschere d’ossigeno portatili.

Trovammo dei corpi anche in quei posti dove passare era semplicemente impossibile. Ad alcuni, per passare, dovettero strisciargli di fianco e poi, praticamente abbracciandoli, andare indietro strisciando. Nel nono scompartimento di solito lavoravo insieme a Andrey Mezenov investigatore della Procura della flotta del nord. Per estrarre uno dei marinai ci vollero quasi 5 ore. Ma non trovammo subito tutti quelli ci aspettavamo.

Allo stesso tempo dovevate anche raccogliere le informazioni?

Tutte le azioni investigative e osservazioni venivano registrate su video e foto. Dove e in quale posizione venivano trovati i corpi, i loro vestiti. La collocazione degli oggetti vicini, i dispositivi, le indicazioni delle strumentazioni. A tutto ciò si fece molta attenzione. Ma tutto doveva essere fatto in 20 minuti. Questo è quanto durava la riserva d’ossigeno delle bombole. Una lampadina segnalatrice posta sulla maschera iniziava a lampeggiare di rosso per avvertirci che bisognava risalire. Qualcuno è riuscito a venire fuori appena in tempo: chissà cosa sarebbe potuto succedere..

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Quando lavoravamo nel quinto scompartimento con Vadim Zolotuhin, investigatore della procura militare, andammo dappertutto, in tutte le coperte, accertammo il numero dei corpi e dove erano collocati. Iniziammo a recuperarli dalla coperta inferiore tirando fuori diversi marinai. Quattro ore, divise in turni, volarono via come fossero stati cinque minuti.  In superficie allora vi era Jurij Jakovlev, primo vice della procura militare generale. Egli dirigeva il lavoro del gruppo investigativo. Mi ricordo che il generale per le comunicazioni disse a Zolotuhin “Giratevi, uscite”. E quello gli rispondeva: finché non tiro fuori tutti, io non risalgo. Lavorammo con lui per circa due turni e riportammo in superficie praticamente tutti quelli che avevamo trovato. Solo allora respirammo. Naturalmente a causa, probabilmente, della stanchezza iniziai a non stare molto bene. I compagni ci aiutavano a scendere nella nave di supporto e già lì il capo del servizio sanitario ci assisteva con 200 grammi di “medicina”. Io andai in bambola e dormii per 5 ore.

Col tempo vi abituaste a quel ritmo? In altri scompartimenti, dove non vi era più acqua, era più facile lavorare?

Là non era necessario avere le bombole d’ossigeno. L’aria negli scompartimenti era ormai pulita. Tuttavia vi era un caos assoluto. Ci toccò cercare i corpi tra grandi mucchi di detriti, un vero e proprio pastrocchio di metallo. Non si poteva frammentare i corpi, provammo, per quanto possibile, a conservarli integri. Stare in acqua salata per circa un’ora e mezza fu davvero un lavoro infernale. Scavavamo per diverse ore: era normale. Immaginatevi che gli investigatori che lavoravano direttamente nel “Kursk” erano 40 ma gli esperti erano appena quattro. Uno di questi esperti, Šamil Šamšutdinov non usciva dal sommergibile per ore e ore. Nei compartimenti più difficili, dove l’esplosione aveva distrutto quasi tutto, vennero trovate solo parti di corpi. Qui ci fu d’aiuto quel database che avevamo creato. Il test di identificazione venne condotto su ognuno dei marinai. Per la fine del 2002 riuscimmo a trovare e ad identificare i corpi di 115 sommergibilisti. Due marinai e lo specialista capo della “Dagdisel” non furono trovati. Successivamente la commissione stabilì ch tutti quelli che si trovavano nel novo scompartimento morirono per avvelenamento da monossido di carbonio entro 7-8 ore dopo la catastrofe.

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A quel tempo il servizio veniva condotto in condizioni estreme. Io partecipai personalmente al recupero di 37 corpi dagli scompartimenti del sottomarino. Mani e occhi fino ad oggi ricordano i “propri” sommergibilisti come fosse ieri: chi, dove e quando furono trovati e come furono estratti da quella tomba. Il “Kursk” fece molti eroi. Marinai, soccorritori, sommergibilisti, comandanti, responsabili. Fu un’esperienza molto importante che, però, mi costò molto caro…

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa.
antosha87sr@gmail.com

Antonino Santoro

Traduttore, Collaboratore. Mi sono unito al progetto di RIT per la mia passione verso la traduzione e la lingua russa.
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  • Monica

    Onore.