La notte che ha diviso l’Estonia

Gazeta.ru ricorda come 10 anni fa in Estonia  il “Milite Liberatore” cambiò posto

Fonte: Gazeta.ru; 08/05/2017; articolo di Artëm Kureev; tradotto da Daria Mangione

Sono passati 10 anni dal giorno in cui le autorità estoni tentarono di disfarsi in via definitiva del retaggio sovietico, nella forma del monumento del Milite Liberatore sulla collina di Tõnismägi, nel centro di Tallinn. Tuttavia la sua rimozione finì per provocare un duro confronto di più giorni tra le autorità e gli attivisti russofoni, fino a sfociare nel caos, nei disordini e nella violenza della “Notte di bronzo”.

Il pomeriggio del 26 aprile 2007 gli abitanti di lingua russa dell’Estonia si stringevano intono al  monumento del Milite Liberatore, ribattezzato dai tallinesi “Soldato di bronzo”. I cordoni di polizia non permettevano di avvicinarsi al monumento. Tra i poliziotti stessi, molti erano di etnia russa, ma, quando la sera arrivò l’ordine di sgomberare la piazza, non esitarono a respingere i difensori del monumento. In risposta volarono pietre e bottiglie. Era l’inizio della “Notte di bronzo”.

La statua del Milite Liberatore fu eretta come monumento ai soldati sovietici caduti per la liberazione dell’Estonia. Tuttavia, dopo che il paese ottenere l’indipendenza, la statua del soldato che piange i propri compagni, alta solo due metri e realizzata da scultori estoni, diventò, nella percezione dei politici al potere, “un simbolo dell’occupazione sovietica nel centro della capitale estone”. D’altro canto, la statua era, per i russi, il principale monumento militare della città, intorno al quale si riunivano il 9 maggio e il 22 settembre (il giorno della liberazione di Tallinn) per commemorare i caduti e festeggiare la Vittoria. I circoli della destra estone avevano già introdotto la discussione sul suo spostamento o smantellamento subito dopo l’indipendenza, e fin dai tempi sovietici il monumento era stato più volte oggetto di atti vandalici.

Già nel maggio del 1946 la targa temporanea, di legno, sul luogo del monumento, era stata distrutta da due scolare estoni. Nel 1998 il presidente dell’Estonia indipendente decise di premiarle per questo con un’onorificenza.

Tuttavia fu solo nove anni dopo che fu deciso definitivamente di rimuovere la statua.

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Estonia uscì dall’Unione nell’agosto 1991, avendo dichiarato il “ripristino della propria indipendenza”. Fu il seguito di una lotta contenuta e abbastanza pacifica dei cittadini estoni per una maggiore sovranità e indipendenza. Le nuove autorità del paese già nel 1992 approvarono una legge sulla cittadinanza,  che prevedeva che potessero ottenerla solo quelli i cui antenati avessero vissuto in Estonia prima del 1940. Tutto questo mise la gran parte dei cittadini russofoni dell’Estonia in una situazione davvero poco invidiabile, trasformandoli in apolidi costretti ad attraversare una complessa procedura di naturalizzazione. Dal 1944 in Estonia, dove già prima dell’annessione all’URSS era presente una significativa comunità russa, erano arrivati e si erano stabilite alcune centinaia di migliaia di persone da tutte le regioni dell’Unione Sovietica. Nel paese vivevano e lavoravano sia loro che i loro discendenti, e ora si trovavano ad essere persone non grate nel paese a cui avevano dato tutta la propria vita.

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Bisogna riconoscere che la parte del leone, nella responsabilità dei problemi della minoranza russofona in Estonia, non la fecero i politici estoni, ma gli ultimi funzionari dell’URSS.

Gorbačëv e il suo entourage avrebbero potuto ottenere una “separazione” più civile con le repubbliche baltiche, in particolare pretendere, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza, che fosse concessa la cittadinanza a tutti quelli registrati come residenti in Estonia secondo l’”opzione zero”. Purtroppo, però, lo smantellamento dell’Unione Sovietica avvenne di fretta.

La nuova classe politica estone, un assortimento di vecchie leve del Komsomol [Unione comunista leninista della gioventù pansovietica, n.d.t] e dei sindacati, non volle costruire lo stato secondo il principio “due popoli, uno stato”. Il numero degli abitanti russofoni del paese superava, secondo i dati, un terzo della popolazione del paese. Se avessero ricevuto nello stesso momento il diritto di voto, avrebbero potuto ottenere di conservare lo status di lingua ufficiale per il russo, intromettersi nel processo di integrazione europea dell’Estonia e, di conseguenza, mandare a monte i tentativi dei politici estoni di costruire uno stato nazionale.

Mentre, per salvaguardare lo stato mononazionale, bisognava costringerli ad assimilarsi oppure renderli “persone di serie B”, impedendo loro di ottenere un buon posto di lavoro, di fare carriera negli enti statali, di partecipare alla vita politica. La “rinascita” dello stato estone aveva naturalmente bisogno anche di un’ideologia ufficiale, la quale già esisteva, creata dai circoli di emigrati in occidente e dai nazionalisti estoni in clandestinità. Questa si può riassumere molto semplicemente: gli estoni che avevano combattuto per Hitler, si erano battuti per la sovranità o l’autonomia, mentre l’URSS aveva occupato due volte l’Estonia, nel 1940 e nel 1944. I russi che vivevano in Estonia, eccetto la piccola comunità di vecchi credenti, stabilitasi nel paese nel XVII secolo, erano invasori. Tutti i monumenti dell’esercito sovietico erano simboli dell’occupazione, e per questo andavano senza indugio smantellati.

Il simbolo principale dell’invasione era, naturalmente, il “Soldato di bronzo”.

Il fatto che fosse stato realizzato da scultori estoni, usando come modello un estone sovietico, non servì a fermare nessuno. All’inizio il complesso monumentale su Tõnismägi fu chiuso per lavori, fu rimosso il monumento funebre e spenta la fiamma eterna. Infine, a metà degli anni 2000, le autorità estoni maturarono la decisione di trasferire la statua, ma i preparativi per il suo smantellamento gettarono le basi per un inatteso consolidamento della comunità russa in Estonia.
I primi a richiedere ufficialmente alle autorità di Tallinn di rimuovere il monumento furono i nazionalisti del partito Unione della Patria il 4 maggio 2006. Tre settimane dopo, il 27 maggio, alcune decine di nazionalisti estoni si riunirono in un meeting presso il monumento, ma lì incontrarono una folla di alcune centinaia di abitanti russofoni della capitale estone che li tennero lontani dal Soldato di bronzo. Intanto, con lo scopo di difenderlo dai vandali, ogni notte presso il monumento iniziarono a incontrarsi attivisti russi, che si unirono poco dopo nel gruppo informale “Vigilanza notturna”.
In quel momento il paese si preparava alle elezioni parlamentari. Il primo ministro Ansip, il leader dei riformisti, tentava con tutte le sue forze di portare via voti agli estremisti nazionalisti e continuava a promettere agli elettori che “si sarebbe disfatto del retaggio dell’occupazione sovietica”. I politici della Federazione Russa, in particolare il vice premier di allora Sergej Ivanov, reagivano alla sua retorica, minacciando misure economiche come conseguenza di un simile gesto ostile. La autorità di Tallinn continuarono a ignorare tutti gli avvertimenti.

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Il 18 aprile il ministro della difesa estone emanò un ordine speciale per le esumazioni presso il monumento, e il giorno dopo venne definitivamente risolta la questione della rimozione, che Ansip annunciò in via ufficiale il 25 aprile, in diretta sulla radio estone.

Se si analizzano gli eventi di quei giorni, è chiaro che il governo e gli apparati di sicurezza estoni si rendevano benissimo conto della forza del malcontento sociale, causato dalla rimozione, ed erano pronti a ricorrere alle misure forti. Dal 20 aprile in poi erano stati rafforzati i controlli alla frontiera e a Tallinn si erano concentrate forze extra di polizia e i mezzi di comunicazione governativi.

La mattina del 26 aprile iniziarono i preparativi per lo smantellamento della statua e per l’esumazione dei militari sepolti nello stesso luogo. Venuti a saperlo, cominciarono a stringersi intorno al Soldato di bronzo i suoi difensori, e ora di sera, secondo diverse fonti, se ne erano radunati più di duemila. Iniziarono gli scontri e i fermi. Ai manifestanti si impediva di aprire un varco verso il monumento, la polizia non esitò a usare lacrimogeni e proiettili di gomma. Dopo le dieci di sera la polizia riuscì definitivamente ad allontanare dal monumento la folla, lasciandola però senza controllo. Iniziarono i disordini in città. È evidente che il Ministero degli Interni estone aveva previsto un simile scenario, che diventò la giustificazione perfetta per la conseguente crudeltà della polizia: infatti le forze dell’ordine colpirono duramente le persone, legarono con funi di plastica gli arrestati e li lasciarono per ore senza cibo e acqua.

Uno degli attivisti, Dmitrij Ganin, ferito gravemente da un coltello in una lite con i nazionalisti estoni, fu ammanettato a una recinzione lungo la strada e lasciato a dissanguarsi, finché morì in ospedale.

Le proteste si svolsero non solo a Tallinn: nelle città russofone di Narva e Jõhvi ci furono grandi manifestazioni che sfociarono in scontri. Gli scontri continuarono anche il 27 aprile, ma con meno forza. Il 28 aprile la polizia estone arrestò tre attivisti russofoni: Dmitrij Linter, Maksim Reva e Mark Siryk, con l’accusa di aver organizzato i disordini di massa (nel 2009, furono tutti assolti).

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Il 30 aprile il monumento fu riposizionato nel cimitero militare di Tallinn. L’8 maggio il primo ministro Ansip vi depose persino una corona di fiori. Tuttavia in quel momento era già iniziata una guerra commerciale tra l’Estonia e la Russia. I mezzi di comunicazione russi invitavano a boicottare i prodotti estoni, la Duma chiedeva sanzioni economiche ufficiali, e nel 2007, il transito russo sul territorio estone si ridusse di tre volte rispetto all’anno precedente. Della possibilità di integrazione della comunità russa nella società estone non si parlò più per molti anni.

Secondo uno dei maggiori specialisti di relazioni russo-estoni, il professore dell’Università Statale di San Pietroburgo Nikolaj Meževič, l’élite dirigente estone aveva la possibilità di evitare le proteste e gli scontri: per questo sarebbero stati necessari: trattive con l’ambasciata e il Ministero della Difesa russa, l’ottenimento di un permesso dalla parte russa sul trasferimento solenne del monumento e il dialogo con la comunità russa locale.

Tuttavia per i politici estoni era più importante dimostrare la forza e l’intransigenza.

Allo stesso tempo riuscirono così anche a creare l’“immagine del nemico”, “la quinta colonna” dagli attivisti filorussi, che adesso sono gli assoluti protagonisti degli annuari dei servizi di intelligence estone.

Le azioni successive nei riguardi della popolazione russofona furono tutte in una sola direzione: divieto totale di istruzione in lingua russa, pressioni sulle organizzazioni sociali della comunità russa, riscrittura definitiva della storia della seconda guerra mondiale. Bisogna riconoscere che, in dieci anni, le autorità estoni hanno ottenuto risultati tangibili: in Estonia praticamente non esistono partiti influenti che rappresentino gli interessi della popolazione russofona. Il partito di Centro, che ha formato il governo, è il più popolare tra la comunità russa del paese, ma misure serie per sostenere l’istruzione in russo non ne ha prese, e le organizzazioni pro-russe sono scisse.

Tuttavia sono proprio la “Notte di bronzo” e l’irriverenza verso i valori della comunità russa, e prima di tutto verso il monumento della Vittoria del popolo sovietico sul fascismo, che fungono da collante per i russi locali. A distanza di più di un quarto di secolo dopo la restaurazione dell’indipendenza, l’Estonia ha un’enorme diaspora russa, che costituisce un quarto della sua popolazione, delusa dalle autorità ufficiali, e a fatica riuscirà, in un futuro prevedibile, a ottenere qualche risultato nella sua integrazione.

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.

Daria Mangione

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.

  • Gianluca Forò

    A primavera di quest’anno ho passato 2 mesi a Tallinn (non potendo andare in Russia dato che ho usufruito del progetto tirocini Erasmus) lavorando in un’azienda privata di russofoni e, purtroppo, c’è ancora una “divisione” tra russofoni ed estoni. Basti pensare che ci sono scuole estoni e scuole russofone distinte nella capitale. Se non conosci la lingua estone sei “tagliato” fuori, rimanendo apolide. Ad esempio, parlando con un ragazzo di etnia estone, questo mi raccontò di come non vede di buon occhio quelli di etnia russa e i russi stessi (un po’ come capita in Italia con quelli del nord nei confronti di quelli del sud).