Russia. Il Paese dell’inconciliabile

Fonte: Colta.ru. 12 agosto 2014. Articolo di Michail Kurtov. Tradotto da Graziella Portia

Il filosofo Michail Kurtov parla di come intendere “l’idea russa” e di quale sia la sua remota e abissale origine.

Alla base di ogni cultura vi è un rapporto tra lo sfondo religioso, riconosciuto e condiviso in maniera inconsapevole, e le cose, ossia le figure, messe in evidenza rispetto allo sfondo dalla coscienza collettiva. Questa relazione sfondo-figure rappresenta il risultato di un’evoluzione religioso-tecnologica: la teologia e la tecnologia si sviluppano in maniera interdipendente. Paragonando le evoluzioni tecnologiche in diversi Paesi è possibile far emergere le loro specificità culturali.

Mettendoli a confronto, qual è la specificità culturale della Russia rispetto all’Occidente? Prima di tutto occorre distinguere lo sfondo cristiano orientale da quello occidentale. In questi termini, la differenza più profonda e sostanziale è l’assenza, nei latini, del dogma della distinzione tra essenza eterna di Dio (gr. ousia, lat. substantia) ed energie o atti divini (gr. energeia, lat. operatio). In accordo con questo dogma greco, l’essenza di Dio non è né conoscibile, né inconoscibile, ma insovraconoscibile (gr. hyper-): essa, come fa notare Palamas, è assolutamente inaccessibile alla nostra conoscenza – eppure incomprensibilmente accessibile. L’unica cosa con cui l’uomo può senza dubbio avere a che fare sono le energie, gli «atti» o «operati» di Dio, che vi sono legate così come i raggi dipendono dal Sole. Inoltre Dio stesso non è altro che il nome di queste energie, ma non della Sua essenza insovraconoscibile.

Per i Latini questo punto di vista era eretico, assurdo, quasi pagano (nonostante l’unico Dio risultava come se fosse bino). Accolto dalla Chiesa romana cattolica, questo dogma afferma che l’essenza di Dio è inconoscibile, ma allo stesso tempo è pienamente identica alla Sua energia (lat. actus): tutto il perfettibile, nella misura in cui si compia, è e consiste in Lui in tutta la sua perfezione e pienezza. Per questo l’uomo, appartenendo a Dio, è capace di conoscersi allo stesso grado con cui Dio conosce se stesso, e tutto il creabile dall’uomo può portare su di sé l’impronta della perfezione divina, benché sostanzialmente incomprensibile.

A fondamento di questa teologia vi erano due realtà tecniche distinte. Nel momento in cui l’Occidente riempiva il tempo rimanente (fino alla morte e fino al Secondo Avvento) con la ricerca di vie razionali della conoscenza e dell’autoconoscenza – processo che si sarebbe completato, come noto, con la divinizzazione della natura, con la nascita della tecnoscienza (termine qui utilizzato in relazione al profondo legame di interdipendenza tra gli strumenti tecnici creati dall’uomo e la storia dell’evoluzione scientifica, ma che oggi presenta un’accezione più ampia, riferendosi soprattutto al contesto sociale in cui avviene lo sviluppo scientifico e tecnologico, con particolare riferimento alla maniera in cui la digitalizzazione influenza i processi psico-cognitivi. N.d.RIT) e con l’auto-abolizione della religione (l’Oriente cristiano aspirava a tecnologizzare lo stesso restante tempo individuando metodi altri di venire a contatto con le energie divine).

L’apice di questa tecnologia occidentale è diventata l’attività dogmatica dei monaci atoniti (monaci ortodossi della Repubblica monastica del Monte Athos, territorio autonomo della Grecia. N.d.RIT), legata con la percezione delle energie divine come di «luce increata» (o «luce del Tabor»: luce che risplende su Cristo durante la Trasfigurazione, testimonianza di grazia increata, N.d.RIT.), è, secondo i latini (e gli psichiatri contemporanei), pura follia. Presa questa nota superiore, la teologia greca si conclude – tra l’altro perché incapace di concordare, sia nella teoria sia nella pratica, con la tecnica spirituale elaborata dal momento in cui iniziò a svilupparsi la tecnica materiale in Occidente (per la maggior parte proprio le invenzioni e le scoperte tecniche fatte nei monasteri cattolici del XII secolo fecero da preludio all’anno 1204 nella storia di Costantinopoli (anno dell’assedio di Costantinopoli a seguito del quale i Crociati conquistarono per la prima volta la capitale dell’Impero bizantino. N.d.RIT).

La Russia è il Paese dell’inconciliabile: non corrispondono intenzione e risultato, scopi e mezzi, parole e fatti.

Ma il problema del colmare il tempo dopo la conclusione di queste ricerche tecno-teologiche persiste. E se in Occidente la sua soluzione diviene successivamente l’idea “criptoteologica” del Progresso, allora sulla sorte dell’Oriente cristiano resta appena il riflesso della contraddizione duale: contraddizione che sul piano teorico si manifesta tra l’essenza e le energie divine, sul piano pratico tra il mondo occidentale in espansione, costruito politicamente e socioculturalmente così come se essenza e energie coincidessero, e il mondo orientale in contrazione, costruito come se non coincidessero. La tecnica in Occidente (soprattutto grazie ai protestanti, come noto) è stata gradualmente compiuta da un dio non religioso, giacché per l’Occidente non esiste nessun altro senso nelle energie come la tecnica se non l’identicità con Dio. Allora come la tecnica in Oriente è diventata qualcosa di simile all’eterna domanda sulla tecnicizzazione dell’intecnicizzabile, ossia la problematizzazione della stessa essenza tecnica in misura maggiore rispetto alla tecnicizzazione di quegli essenziali problemi (i quali saranno risolti in quel regime di sospensione espresso dal «magari,chissà» o «non destino»).

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La storia della filosofia della tecnica nei secoli XIX e XX dimostra chiaramente questa distinzione: da Fëdorov agli avanguardisti e agli scienziati-scrittori di fantascienza la tecnica ragiona sulla tecnica come a una problematizzazione dell’inconciliabilità di mortalità e eternità, di Terra e universo, di parità tra uomini e disuguaglianza sociale. Eppure in Occidente, da Saint-Simon e Marx fino a Heidegger, la tecnica era uno strumento di avvicinamento a far sì che tutto fosse conciliabile, cosa che conservava sì anche un carattere utopico, ma in altro modo: la misura della sua utopicità era pensata come indirettamente proporzionale alla perfezione tecnica e divina. Solo in Heidegger questa utopia cade: è ipotizzabile anche che non sia così come l’Occidente voleva, ma la sua sorte combaciava con la tecnica.

È da qui che deriva l’innato interesse ai teorici dell’ethos orientale-cristiano per il “guasto” e la “riparazione”: proprio nel guasto tecnico si esprime al meglio questa costruzione socioculturale, la quale era stata determinata dall’inconciliabilità tra l’essenza e le energie divine. Importante, certamente, non il guasto in sé, ma il fatto che esso sposti l’attenzione dalle cose in quanto essenza (Dio, stato, merce) alla loro operatività (Losev parlava di «energicità»). Sotto l’operatività qui si capisce come la cosa diventi se stessa, la sua struttura interna, la sua vita come organismo individuale. In realtà da qui deriva la famigerata (e, considerando nel complesso, reale) talentuosità tecnica degli eredi della cultura bizantina, come la loro impraticità: appena la cosa inizia a combaciare col mondo, ad acquisire un’essenza stabile nell’universo economico-sociale, l’interesse per essa va scemando (a questo si riferiscono le recenti ricerche dello storico della scienza sovietica Graham). Al di fuori di questa operatività non c’è nulla da cercare.

Può darsi che convenga perseverare e percorrere la strada dell’insensata progettazione fino alla fine.

Questa impostazione mitologica può essere designata con una locuzione di due termini, uno dei quali è nato in grembo alla cultura greca, l’altro nella cultura sovietica: costruttivismo apofatico. «Egli mai è stato, mai sarà e mai era, Egli non nacque e non nascerà, e, inoltre, Egli non è» così recita la formula dell’apofatismo (nella teologia di Dioniso l’Areopagita). In compenso vi sono le Sue energie. Il mito russo del Mancino, culto sovietico degli ingegneri e dei post-sovietici “tuttofare” è un imperativo di colmare il tempo insensato con un’operazione di una progettazione fine a se stessa. Proprio in questa chiave bisogna intendere la progettazione di un copeco nel garage, di un ascensore cosmico, di un’idea russa. Per di più questa progettazione, a differenza di quella protestante (questo termine fu introdotto per la prima volta nella tradizione filosofica dai filosofi tedeschi protestanti) non garantisce la salvezza: è solo il tempo vissuto che in questo modo acquista significato.

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Ecco un paio di esempi su come questa impostazione venne riscoperta nella coscienza sovietica collettiva più tardi. In due film, protagonisti dei cartelloni del 1967 e del 1975, “Una vergine da rubare” (trad. dall’originale “La prigioniera del Caucaso”) e “Afonia”, le domande tecniche improvvisamente vanno direttamente al primo posto, cosa che non conosce eguali nel cinema mondiale che gode di una popolarità di pari grado. In assenza di un efficiente istituto della garanzia tecnica solo il “pesciolino rosso”, ossia Dio, può procurarsi delle guarnizioni, ma, come ci aspettavamo, non le troverà. In compenso vi è quella importata «a 280 copechi» dell’«hacker» del sistema sovietico di Afonia. “Una vergine da rubare” comincia con un doppio guasto: dell’automobile e dell’animale. Questa situazione viene commentata dal nuovo conoscente di Šurik in maniera tecnoteologica: «Un solo Allah conosce dove va a finire la scintilla di questo indegno degenerato che viene da una celebre famiglia di motori a scoppio!». Il guasto e la riparazione in entrambi gli episodi diventano un potenziale ponte per l’amicizia e l’amore (Šurik conosce Edik e Nina, Afonia si procura un lavandino per Elena), per di più questi sentimenti non sono una ricompensa per il lavoro ben fatto, ma il risultato più breve di accesso nel pieno dell’esistenza culturale. Nel cinema occidentale di massa di questo periodo una tale attenzione alla tecnica si può trovare, forse, solo nei film della serie su James Bond, ma lì la tecnica diventa di nuovo simbolo di perfezione (dell’uomo, della scienza, dello stato) e niente comunica allo spettatore della propria vita.

Cosa distingue Čajchovskij da Bach? Ma proprio niente! Semplicemente il primo è un folle e questo diventa automaticamente proprio della cultura russa.

Il fatto che le storie d’amore facciano da cornice alle situazioni cinematografiche descritte non è un caso. Solo l’amore può parlare dell’inconciliabilità tra l’essenza divina e le energie proprio perché dal punto di vista catafatico (affermativo, positivo) l’amore è il Dio cristiano, ma dal punto di vista apofatico (negativo) l’amore è per di più già progettato (Dio, a dire il vero, è superiore all’amore umano). Il modello della progettazione, sistemazione e raccolta dell’amore avviene tramite tutto il teatro di varietà postsovietico («l’ho accecato con ciò che è stato, e poi di ciò che è stato mi sono innamorata»; «il nodo si annoda e si scioglie, mentre l’amore è quello, solo ciò che sembra»). Nella canzone del film «Grande cambiamento» questi temi si riuniscono, trasformando il brano quasi in una preghiera («Noi scegliamo, noi veniamo scelti. E quante volte le cose non combaciano! Io seguo anche la tua ombra, mi abituo all’incoincidenza. Mi abituo, sono contenta di te. Tu non lo verrai a sapere, e non devi saperlo.  Non lo saprai e non sarai d’aiuto, ciò che non si è unito, non puoi unirlo tu»).

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Si può dire che la Russia sia il Paese dell’inconciliabile: non corrispondono intenzione e risultato, scopi e mezzi, parole e fatti. Nell’epoca sovietica fu l’ingegnere delle bonifiche Andrej Platonov a capirlo meglio: la forza dell’inconciliabile non cede alla bonifica, è la missione dell’ingegnere ad essere irrealizzabile. E se presto lo sfondo religioso plurisecolare non si estirpa dalla cultura in un secolo (fatto ben noto ai sociologi), dobbiamo considerarci con loro e non fidarci di tutti coloro che promettono che le cose coincidano. Proclamando questa conciliabilità tra i diversi dèi e il loro operato, tra l’ortodossia e l’autocrazia, tra la dittatura del proletariato e il comunismo, tra l’efficienza e la stabilità, le assurdità si trasformano irreversibilmente in un potenziamento. Solitamente a promettere che tutto coincida sono coloro che, volenti o nolenti, si paralizzano sulle singole conseguenze morali, politiche e psicologiche del sistema (inteso in senso culturale come costrutto sociale) religioso-tecnico russo (indolenza, utopismo, talentuosità tecnica).

Per questo, probabilmente, conviene perseverare nelle incoincidenze e percorrere la via dell’insensata progettazione fino alla fine. Su questa via, come già detto, si incontrano, tra l’altro, anche le riflessioni sull’«idea russa». Dopo tutto ciò che è stato detto si può supporre che se la famigerata «idea russa» esiste, allora essa non è nient’altro che quel costrutto tecnico-religioso nella sua forma più pura. Ed essa consiste non in una qualche religione positiva (l’ortodossia è solo una lacuna della teologia bizantina che si è aperta come una voragine), nè una qualsiasi forma di statalità (dal momento che l’organizzazione politica è secondaria in relazione al costrutto religioso-tecnico), né nella libertà-uguaglianza-fraternità (dal momento che anche queste sono soltanto interpretazioni morali e sociali di questo rapporto tra sfondo e figure) e così via. Dunque la compresa «idea russa» si racchiude nel mantenere l’attenzione sull’operatività delle cose grazie alla conservazione di uno stato metastabile nella società (di una condizione intermedia tra stabilità e instabilità), che solo la vita nell’estremo inconoscibile rende possibile. Il portatore di questo costrutto è costretto tutto il tempo a scegliere tra l’assurdo (come l’incoincidenza) e la follia (come è l’estremo inconoscibile). Ma nell’ultima il potenziale sociopolitico è superiore poiché dà la speranza all’estrema inconcilibilità: secondo quanto si dice, è plausibile che almeno una volta tutto combaci obiettivamente. È vero che per questo bisogna vegliare. Nella Russia postsovietica, meglio di tutti, a quanto sembra, lo capì Sergej Kurechin: «Cosa distingue Čajkovskij da Bach? Ma proprio niente! Semplicemente il fatto che il primo è un folle ed è tutto, rendendo automaticamente la follia una specificità della cultura russa».

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.

Graziella Portia

Ho studiato tedesco e russo a La Sapienza, laureandomi in Mediazione linguistica e interculturale con la traduzione di un documentario sul fenomeno della kommunalka. Il mio sopito spirito nomade si è destato grazie a un Erasmus sul Lago di Costanza, cinque mesi all’MGU di Mosca, e un viaggio in Transiberiana attraverso la steppa russa fino al profondo Lago Bajkal, il mare degli sciamani. Poi, dopo aver visto le notti bianche, sono voluta tornare a San Pietroburgo d’inverno per camminare sulla Neva ghiacciata e vedere il Golfo di Finlandia. Ora le mie radici calabresi, nonostante sia nata a Tivoli, mi hanno spinta un po’ più a Sud: studio Management del Patrimonio culturale alla Federico II di Napoli. Cosa c’entra con la Russia? La profondità e la sincerità dell’animo russo e la vivacità culturale di San Pietroburgo, oltre a uno stage al FAI di Roma, mi hanno convinta a conciliare lingue, culture, tradizioni e valorizzazione del patrimonio. Fine ultimo? Mediazione tra popoli.