Il grande socialismo maschile

Fonte: Vedomosti, 03/03/2017. Articolo di Nikolaj Kulbaka. Traduzione di Alessandro Lazzari.

L’Unione Sovietica è crollata 25 anni fa. È la durata di una generazione. 25 anni dopo la Rivoluzione d’ottobre il paese visse l’anno più duro della Grande guerra patriottica, e 25 anni dopo il vittorioso 1945 l’Unione Sovietica terminò uno dei più proficui quinquennali della sua storia, spedì in viaggio uno dei primi Rover lunari e realizzò un atterraggio leggero su Venere. Ahimè, più avanti ci furono anche gli anni della Stagnazione, l’Afghanistan, gli oligarchi ultrasettantenni al potere tra gli anni Settanta e Ottanta e, alla fine, il collasso del paese.

Tuttavia, man mano che passa il tempo, compaiono sempre più spesso pareri sul fatto che, senza accorgercene, abbiamo perso un “secolo d’oro” che oggi possiamo solo sognare. Non c’è dubbio che qualsiasi ricordo e emozione è sempre individuale, è difficile diffonderli per tutto il paese. E a questo proposito non bisogna considerare coloro che sono nati dopo il 1985, l’inizio della fine dell’epoca sovietica, e la conosce solo grazie ai racconti della vecchia generazione.

Ma non molto tempo fa, analizzando in internet i pareri della gente che ha vissuto l’epoca sovietica e che ha nostalgia dell’URSS, ho tratto con stupore la conclusione che la maggior parte di loro appartiene al cosiddetto sesso forte. Certo, è difficile condurre un’analisi statistica, ma sono proprio gli uomini ad esprimere più attivamente la propria posizione prosovietica. Non è importante a quale gruppo sociale essi appartengano, quanto siano agiati e cos’abbiano ottenuto nella vita: li unisce la convinzione nel successo e nella giustizia del mondo sovietico, anche se con diverse sfumature.

Il tentativo di farsi un’idea su questo fenomeno conduce a prima vista ad un’inaspettata conclusione. L’Unione Sovietica era un mondo esclusivamente maschile. Di certo anche oggi il mondo attorno a noi non è molto amichevole con le donne, e questo non riguarda soltanto la Russia. Da noi esistono settori prettamente maschili dove le donne non entrano, per esempio il trasporto ferroviario, l’edilizia o l’esercito. Ma se si guarda la storia dell’Unione Sovietica, diventa chiaro che il suo sistema ignorava totalmente l’esistenza delle donne (che nel paese erano molte di più). No, indubbiamente, in materia di emancipazione le donne sovietiche erano avanti rispetto all’intero pianeta. Lavoravano ovunque: nella posa dei binari, nella mietitura, nelle officine, nei trasporti. Solo che, ahimè, questa storia di grande e pesante lavoro non è stata scritta.

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Nel 1987 durante il servizio militare sono capitato al Giorno del pescatore in un villaggio di pescatori, Teriberka, conosciuto oggi in tutta la Russia per il film “Leviathan” (film del 2014 diretto da Andrej Zvjagincev, vincitore del premio come miglior film straniero ai Golden Globe 2015, ndt). Era una festa esclusivamente femminile, al bar non c’erano praticamente uomini. Alcuni di loro erano in mare, altri se ne erano andati per lavoro, qualcuno era nell’esercito. Erano le donne a portare tutto il peso della vita quotidiana.

L’arte sovietica, ancor meno il realismo, non ce lo mostra. Trovatemi un quadro dedicato al duro lavoro quotidiano delle donne. Gli artisti solitamente raffiguravano la felicità del lavoro, la giovinezza e la bellezza. Al mondo femminile non andò particolarmente bene neanche con il cinema. Ci sono alcuni film che descrivono chiaramente la comunità femminile in Unione Sovietica: “Devchata” (“Ragazze”), “Moskva slezam ne verit” (“Mosca non crede alle lacrime”), “Odinokim predostavlyaetsya obshchezhitiye” (tradotto in inglese con “Offered for Singles”, ndt), ma questo è anche tutto ciò che viene in mente velocemente. Forse ci sono stati anche altri film ma non sono molti. Di solito i film con protagoniste delle donne erano commedie o melodrammi.

Peraltro la vita reale delle donne sovietiche era molto lontana dalla perfezione e non aveva nulla a che fare con la commedia. L’Unione Sovietica costruiva abilmente carri armati ed aerei (giocattoli per ragazzini adulti) e provvedeva poco alla vita quotidiana delle persone. Questo riguardava in misura minore gli uomini, soprattutto quelli non sposati. Poco esigenti nel vestire, pettinati in qualche modo, mangiando alla svelta nella mensa della fabbrica, ogni giorno erano pronti alla loro impresa lavorativa. La vita della donna si scontrava con una totale mancanza di mezzi per l’igiene personale, problemi con calzature di qualità e varietà di vestiti. Anche le faccende domestiche ricadevano tradizionalmente sulle spalle della donna, la quale, di regola, non era casalinga ma lavorava a tempo pieno.

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Se rammentiamo le famose code sovietiche, erano composte quasi esclusivamente da donne o bambini che queste piazzavano al loro posto mentre correvano tra i vari reparti. Cucinare, fare le pulizie e, nelle pause, tentare di educare i bambini. In queste condizioni era stupefacente la capacità di rimanere belle e desiderate, di trovare il tempo per la ricerca di cartamodelli e stoffe per preparare per sé qualcosa di grazioso per le feste.

E gli uomini? Gli uomini conquistavano il mondo, costruivano la ferrovia Bajkal-Amur e il cosmodromo di Bayqoñyr, combattevano nei punti caldi e facevano carriera. È stupefacente che neanche nella nostra letteratura sovietica ci fosse posto per il lavoro delle donne. Ricordiamo i bellissimi romanzi “occupazionali” (dove è il lavoro a caratterizzare i personaggi, ndt), per esempio “Il territorio” di Oleg Kuvaev o “Settantadue gradi sottozero” di Vladimir Sanin. Qui non ci sono praticamente donne. Anche con i fratelli Strugackij le donne hanno un ruolo marginale, non diventano praticamente mai i personaggi principali. Ed eccolo il mondo sovietico ideale: niente donne, niente bambini, solo uomini duri che fanno il pesante e sporco lavoro necessario. Forse solo con Ivan Efremov nelle sue opere fantastiche che descrivono il futuro le donne iniziano ad occupare il posto meritato. Ma questo è un mondo completamente fantastico nel quale gli uomini sono simili agli antichi titani e, forse, persino agli dei. E questo mondo è talmente distante dal nostro che si trasforma in un’utopia remota e irraggiungibile.

Nel mondo reale, non in quello fantastico, le donne non pilotavano navicelle spaziali ma erano alle macchine e ai tecnigrafi, stampavano pezzi di ricambio e fondi, litigavano con i lavoratori e contavano lo stipendio e supportavano metà, se non di più, di tutta l’economia sovietica. Solo così il paese, usando in tutti i modi il lavoro femminile, continuava a costruire il grande socialismo maschile che non ha in nessun modo tenuto conto delle donne stesse, né del loro parere, né delle loro necessità, né dei loro interessi.

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Alle donne che hanno visto tutto ciò non fa piacere rammentare il pesante e disagevole mondo sovietico, né tantomeno sognare un suo ritorno. Questo è qualcosa degli uomini, duri e spietati, che pensano alla grandezza dello stato, alla capacità di difendere sé stessi, la famiglia, la stirpe, il paese così come lo intendevano e lo intendono loro. E le donne continueranno anche in futuro a rendere il nostro mondo reale più comodo e confortevole per sé, per i bambini e sì, anche per noi, gli uomini.

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Attualmente sono studente magistrale presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Nel tempo libero insegno italiano a ragazzi russi. Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

Alessandro Lazzari

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Attualmente sono studente magistrale presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Nel tempo libero insegno italiano a ragazzi russi. Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

  • Roberto De Luigi

    A quando vedo ci siamo già dimenticati di Valentina Tereškova e Aleksandra Kollontaj tanto per citare i primi due nomi di donne sovietiche che mi sono venuti in mente…